Questo Natale #19: Stefano Domenichini, Cerca il Decumano

LupinIIIserie da animeclick.it

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Cerca il Decumano

La velocità è sopravvalutata. Siamo d’accordo. Questo però non giustifica che uno, per fare quattrocento metri a piedi, ci metta quasi tre ore. In zona pedonale, tra l’altro. Va bene che è la Vigilia di Natale, ma il flusso è meccanico, ripetitivo: l’ennesima replica de Il Natale in città.

Penso ai cecchini. Sui tetti. Pronti a sparare a chi non incrementa con perseveranza il numero dei sacchetti.È un’idea. Se ci metti tre ore a fare quattrocento metri, il minimo che puoi pretendere è di arrivare in fondo alle cose. O il Natale si fa ogni quattro anni così, per farci respirare un po’, oppure piazziamo i cecchini per stimolare i cittadini a bassa carica consumistica.

Come nel tennis giocato nelle gabbie di vetro, la pallina è sempre buona: e pim c’è la crisi, e pam la ripresa, e pim i sacrifici e pam le riforme. È un gioco massacrante. Giochiamo da soli, ma completamente disciolti in un unico inconscio collettivo che ha come genitori soffocanti lo Sviluppo e la Paura. Per questo i cecchini ci starebbero bene, sarebbero un gesto d’amore di mamma e papà. Il cecchino che vigila sul culto del mercato è l’archetipo del limite, l‘unico che è rimasto: la morte.

Adesso mi dicono che ho sbagliato negozio, che la pasticceria è dall’altra parte della strada. Questo significa che ho trovato il decumano, ma sto andando nella direzione sbagliata. Bel casino. Ogni anno la stessa storia.

C’è il pranzo della vigilia a casa di Chiara: si comincia a bere a mezzogiorno e si finisce quando sopraggiunge la prostrazione epatica. Seguono due ore di collasso nella penombra dei divani e poi si cerca la strada di casa. Che, appunto, sta a quattrocento metri. Il più è trovarla, la strada. E’ così da vent’anni, al netto delle vigilie che proprio non puoi o che sei troppo depresso per. La depressione è sopravvalutata. Così come l’ego e i distinguo. Anche l’amicizia e l’amore sono sopravvalutati. Ma ormai gli amici li rivedi solo la vigilia di Natale, a casa di Chiara.

Il trambusto etilico ha mandato in corto circuito il mio gps genetico. Sento che il panico vorrebbe affiorare con annessa sudorazione, ma è affogato da grappe e nocini e probabilmente sta facendo il trenino con qualche enzima catabolico. Se ho preso il decumano al contrario, ma prima devo attraversare la strada, poi che faccio una volta di là, da che parte vado?

Decido di fare una cosa alla volta. Attraverso la strada ed entro in pasticceria.

Devo comperare il panettone per la nonna. Che è morta ventidue anni fa. Dunque, a occhio e croce, l’ho frequentata per una quindicina di anni, nel corso dei quali mi avrà detto sì e no dieci parole in un dialetto a me sconosciuto. L’idealizzazione delle parentele è un altro sedativo sociale.

La notte di Natale, la nonna lasciava la tavola apparecchiata perché diceva che i morti, quella notte, tornavano a casa.

Lo aveva letto in un racconto di Guareschi che probabilmente aveva smosso la sua scorza introversa; quel gesto era un modo per rivivere l’emozione da cui era stata scassinata attraverso la lettura.

Sulla tavola di Guareschi veniva lasciato del pane, affinché i morti lo toccassero, rendendolo fresco e fragrante per tutto l’anno a venire.

Se non c’è il pane, van bene le brioche, diceva Maria Antonietta. Nonna aveva chiamato una delle figlie Maria Antonietta, ma siccome era di Porta Romana e sognava di terminare i suoi giorni alla Baggina, si era presa la licenza poetica di sostituire il pane di Guareschi con il panettone.

Detto tra noi: a me la sola idea di apparecchiare coperti per dei morti mette i brividi e uno slancio istintivo a prendere una doppia uso singola all’albergo di fronte a casa; ma una cosa va detta: in tanti anni non si è mai visto nessuno e il panettone lasciato sulla tavola non si era mai sottratto alla eterna lotta tra l’amido e l’umido.

Così, ogni anno, lascio casa di Chiara, entro nel labirinto tracciato dal mio coma etilico, giro, attraverso, inciampo, spintono, fino a trovare una direzione, mai la stessa (penso che prima o poi scenderò  anche dai tetti) che mi porta a sbattere contro il portone di casa mia; una volta dentro, depongo il panettone su un piatto (quasi mai ho la forza di tagliare una fetta, come faceva la nonna che era donna parsimoniosa e, soprattutto, non conosceva Chiara) che, prima di uscire, ho messo al centro del tavolo, sulla tovaglia rossa e, infine, crollo, come Dorando Petri, a un metro, sempre a un metro, dalla mia totalità, punto esatto in cui ho piazzato un comodo divano.

Questa cosa la faccio sempre, ogni vigilia di Natale. Certi anni passano così in fretta che mentre appoggio il panettone sul piatto ho la sensazione di essere lì solo per sistemarlo meglio. Che ci faccio qui? Cosa è successo tra un Natale e l’altro? Dove è in questo preciso istante, tutta la gente che ho incrociato in questo anno, anime stordite alla ricerca del decumano?

Io faccio il mio, questo è sicuro, ma anche la commessa della pasticceria, quanto a rintronamento, non scherza.

C’è stato un tempo in cui fare la commessa non era un vero e proprio lavoro: era un trampolino di lancio, una ribalta a colori in perenne diretta; ci finivano solo le più belle, che poi finivano nelle canzoni ed erano la più desiderate della città.

Questa morettina che mi sta spiegando la varietà di panettoni a disposizione non ce l’avrebbe mai fatta. Non è che non avrebbe passato le selezioni, proprio non le sarebbe neanche passato per la testa di provarci; per lei fare la commessa sarebbe stato un sogno grande.

Non che sia brutta, ma ha un ardore impiegatizio di chi sa di essere controllato in ogni istante; è qui per il moloch della nostra epoca: il posto di lavoro.

Ma soprattutto ha una caratteristica che ammazza: è una commessa descrittiva, di quelle che spiegano con voce monocorde (lievemente eccitata) e dovizia di particolari ogni piccolo gesto che compiono nel breve lasso temporale in cui le nostre vite si incrociano.

Ecco, adesso prendo questo panettone piemontese e lo appoggio sul bancone. Con le forbici arriccio il primo nastro del fiocco; poi, con le stesse forbici, arriccio anche il secondo. Siccome vedo che lei è a piedi, le prendo una shopper (è il sacchetto, diamine; un po’ di modernité) e ci infilo dentro il pacchetto stando bene attenta a non sgualcire il nastro che ho appena…

Io che ho fatto un corso speciale di maschilismo timido con una tesina in misoginia latente, ascoltandola non posso esimermi dall’immaginare quali vette ciceronesche possa raggiungere durante un rapporto sessuale. Quando mi porge il sacchetto, la guardo fissa negli occhi e le dico: “Facciamo a chi ride prima?”. Lei si blocca, in pieno salto di catena. Io sorrido. Ho perso un’altra volta.

Con la shopper in mano mi sento molto più credibile. Impalato davanti alla pasticceria opto per un contegno tra l’ermeneutica e il pensiero debole e intanto sfrutto l’attimo estetico per risolvere il vero dilemma: e adesso dove vado?

Il decumano taglia la città da est a ovest. A est c’è il mare. A ovest, la rotonda con la statua di Mazinga.

Se c’è un sogno che mi è rimasto, è passare una sera a limonare sotto la statua di Mazinga, in mezzo alla rotonda.

Quella è la direzione.

Per tutta la vita la nonna ha espresso il sistema di conio in franchi e aveva come regola basilare il non avere mai debiti, con nessuno. Si troverebbe a disagio tra questi infetti che fanno il mutuo per poter mangiare bio, tra gli esploratori da pacchetto vacanza, i puttanieri malinconici e le famigliole pestilenziali. Ma il suo rimuginare non sarebbe infruttuoso; metterebbero un codice a barre anche a lei e se la venderebbero: la nonna d’avanguardia, anche in versione statuetta Banpresto.

Quando vedo la casa gialla, da lontano, mando un messaggio a Chiara: “Arrivato”. Lei mi risponde subito: “A tre minuti dal record del 2007”.

Le scale mi sembrano una via ferrata. Saluto la statua di Lupin III. Apro la porta a vetri e, senza accendere la luce, divelgo la carta del panettone, lo appoggio sul piatto e mi butto sul divano, lì dove avverto sempre la certezza di essere introvabile.

Mentre sogno di togliermi il cappotto, sento uno che russa pesantemente. È vicino, molto vicino. Sembra quasi che mi stia dormendo in bocca. Schiocco le mandibole per dirgli di smetterla, per mandarlo via e mi sveglio. Dalle finestre entra la luce della piazza. Mi sollevo con un’agilità inattesa. Guardo il panettone. Se riesco a vomitare, domani me lo mangio. Poi mi fisso nella porta a vetri. Mi affretto a ridere, che da bambini già ci prendevano in giro: vince chi ride per primo.