Francesco Filia, La zona rossa

la zona rossa

Francesco Filia, La zona rossa, Il Laboratorio/le edizioni, 2015

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Il 17 marzo del 2001 a Napoli si tenne una manifestazione di protesta contro il Global Forum, fu il culmine di tre giorni di tensione e mobilitazione, Francesco Filia parte da quel giorno, da quelle ore, da quel tempo, da quei ragazzi che scesero in strada, che si scontrarono con le forze dell’ordine, che lanciarono molotov o non le lanciarono, che finirono in caserma, che tornarono a casa ma non ci tornarono uguali a come erano usciti, ma questo quella sera non lo sapevano, parte da tutto questo per raccontare Napoli, ancora una volta, chiudendo una spettacolare trilogia che parte da Il margine di una città (Il Laboratorio/le edizioni, 2008), prosegue col meraviglioso La neve (Fara, 2012) e termina con La zona rossa.

Ancora cerchiamo lo spazio bianco
l’orizzonte di palazzi e tetti
che ci permetta di colmare l’attesa
che declinerà la nostra vita […]

La Napoli di Filia, quella che secondo me è la Napoli vera, o almeno è vera quanto quella luminosa, è sempre stata opaca, cupa, quando racconta un vicolo vediamo il buio, il sole è qualcosa che non riesce a passare. La Napoli di Filia è allo stesso tempo non reale, quale verità può esserci nel tufo? Nel vuoto che passa sotto le strade del centro storico? Napoli è una sfumatura, se vogliamo continuare a considerare il blu come colore di riferimento, Filia ci ricorda che il blu sfuma nel grigio, ci spiega che il colore di Napoli ricorda quello della polvere. I ragazzi di questo racconto e tutti gli altri, compresi Francesco Filia e il sottoscritto, non hanno fatto altro che tentare – da sempre – di scrollarsi la polvere di dosso. Ma la polvere di quella città non viene via, è come il mare: non possono sparire. Eppure Napoli sa farsi scenario, sa essere comprimaria e protagonista, allo stesso tempo. Filia racconta quella giornata del marzo 2001, storia e cronaca sono solo uno strumento come un altro, servono al poeta per dire altro, per spiegare l’ingenuità di quando si è ragazzi, quella strafottente arroganza, quella capacità di lottare senza sapere nemmeno bene il perché, amare in quel modo limpido, odiare con ferocia, quella capacità continua di perdersi e ritrovarsi. Penso, soprattutto, che La zona rossa sia un libro sullo smarrimento, sulla perdita.

Marco, Andrea, Ciro ed Elena, sono quattro amici, che Filia rende protagonisti di questo poemetto, amici che parteciperanno alla manifestazione, fino agli scontri ai margini della Zona rossa, in Piazza Municipio. Il libro è diviso in tre blocchi: Alba, Giorno e Tramonto. L’ordine cronologico è, però, solo simbolico, certo i fatti si sono svolti in quell’ordine, ma i ragazzi non sono quei fatti, sono quattro vite che con i fatti s’intrecciano. Le poesie sono sfasate nel tempo, quasi dilatate, quelle che seguono la giornata del 17 marzo, sono sapientemente alternate ad altre che sono dei flashback, sono tuffi nel passato, un viaggio negli ultimi vent’anni del Novecento, proprio questi testi – scritti in corsivo – che sono forse i più belli – rendono possibile la comprensione dei movimenti dei quattro amici durante il corteo, o in Questura dopo gli scontri. Filia non la fa facile, si mette alla prova, sa che il racconto della cronaca, soprattutto in poesia, può scivolare nella retorica, e quindi la evita. Sceglie di essere chiaro e duro, è rigoroso sia nel metro che nel linguaggio, il  lettore non può e non deve distrarsi. Ho avuto l’impressione, mentre leggevo, che ogni tanto mi mancasse l’aria, come quando nei cortei arrivavano i fumogeni. Dopo la carica i manifestanti, si sa, si disperdono, se e quando si ritroveranno si riconosceranno dai segni, dalle ferite di dentro, prima che dagli occhi. L’ultima poesia, immagina il futuro dei quattro amici e dei luoghi, è bellissima, il suo cuore sono questi versi:

Non rimarrà traccia del filo di luce
amore bellezza furore – non so
ancora come chiamarlo – che ci ha legati
l’uno negli occhi degli altri per un attimo,
per quella gioia mozzafiato.

La zona rossa è accompagnato da opere di Pasquale Coppola, acquetinte e acqueforti con tecnica a collage, la loro ambientazione è – ovviamente – Napoli, ma l’occhio dell’artista è dilatato, volutamente deformato; e da una bella nota del professor Aldo Masullo. Napoli oscilla nei testi e nei disegni, Napoli vibra, svanisce tutte le volte che può e tutte le volte ritorna. Napoli resta. Le sorti dei quattro amici, i loro destini, se preferiamo, si compiranno nel tempo sfasato che il poeta inventa tra quel presente, molti passati e un futuro non certo. Filia racconta di esistenze che per un motivo o per l’altro sono destinate alla perdita, a mantenersi in equilibrio sopra il vuoto che non è solo quello della città, ma è culturale, sociale, probabilmente morale.

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© Gianni Montieri su Twitter @giannimontieri

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[alcune poesie da La zona rossa]

8 commenti su “Francesco Filia, La zona rossa

  1. Mi piace sottolineare, nella nota di Gianni Montieri, piena di partecipazione e coinvolgimento, alla raccolta di Francesco Filia (raccolta che attendo di leggere nella sua interezza, dopo averne apprezzato i testi in anteprima pubblicati qualche tempo fa), l’immagine, sollevata a gesto comune, dello “scrollarsi la polvere di dosso”. Mi piace leggere in questa immagine la volontà di farsi strada a dispetto del polverone, o meglio, dei polveroni (stereotipi, bagarre, fumo negli occhi, manovre per distrarre). Leggo in questo gesto la rivolta dei “sensi destati alla parola”, per dirla con Reiner Kunze, con i sensi destati alla storia, aggiungo io; è una rivolta contro la polvere sparsa ad arte che quei sensi desti vuole narcotizzare. Si tratta di una rivolta che vive della consapevolezza di perdite anche irrecuperabili (“Non rimarrà traccia del filo di luce”) e che, tuttavia, non cede allo sfinimento, non smette di cercare (“Ancora cerchiamo lo spazio bianco”), una rivolta permanente che carica di tensione i luoghi nei quali si manifesta e che da questi è caricata di tensione. Ora so perché ho letto con il fiato sospeso nota e anteprima dei testi. Grazie.

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  2. Grazie Anna Maria a te per queste parole e grazie a Gianni per la sua lettura attenta e partecipe, che personalmente mi ha commosso. Aggiungo che come hai giustamente notato Anna Maria la dimensione della rivolta è essenziale ed è una rivolta che potremmo definire sia politica a che esistenziale e che però a differenza della dimensione rivoluzionario non allevia il singolo dalla sua solitudine radicale, ma non lo esime comunque, come hai giustamente sottolineato, dal tentare.

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  3. Un libro importante che attendevo. Questa è la terza parte di una trilogia come ha bene detto Gianni. Francesco ha una visione chiara della poesia e qui ne abbiamo una prova. La zona rossa si può forse leggere come il momento di un passaggio, il centro del mondo che si disperde orfano di un contatto reale dei protagonisti con lo scontro. In questo caso la scrittura di Filia lancia una sfida, propone una modalità d’investigazione del fenomeno a noi comune, che qualcuno ha denominato l’assenza di trauma.

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    • Grazie Vincenzo, ritengo che le tue osservazioni colgano un punto essenziale del testo, che personalmente si è presentato sotto la forma dell’epigonalità, anche ma non solo di una generazione (la nostra) rispetto a quelle precedenti, che sopporta, in maniera oscillante tra il tragico e il grottesco, l’impossibilità di scontrarsi realmente con la storia come dici tu, di accedere al suo nucleo generativo (la zona rossa), di scoprirne il senso e che invece è costretta a stazionare in una dimensione marginale, di sgomenta incredulità verso il mondo e verso se stessa, appunto in una radicale impossibilità che la parola poetica cerca di dire, l’assenza di trauma a cui hai giustamente hai accennato, ma che forse permette uno sguardo altro sul rapporto tra uomo storia mondo.

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