Carolina Invernizio e il dolce sapore dell’oscurità (di Giuseppe Ceddia)

Invernizio 20 anni

Carolina Invernizio e il dolce sapore dell’oscurità

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Il 27 novembre 1916 ci lasciava Carolina Invernizio. Una scrittrice che a molti, probabilmente, poco dice. Ma un’autrice che, al contempo, meriterebbe di esser riscoperta.

Nata a Voghera il 28 marzo del 1851, il suo nome – assieme a quello di Francesco Mastriani – è legato soprattutto a quel fenomeno letterario comunemente definito “romanzo d’appendice”, per intenderci quello che compariva, a puntate, in appendice, appunto, ai quotidiani. Figlio del feuilleton francese (I misteri di Parigi di Sue né è lampante esempio dimostrativo) il romanzo d’appendice assai spesso conteneva in sé elementi mutuati dalla cronaca, trame fitte di intrighi a scatole cinesi, peripezie che oggi farebbero impallidire un ottimo giallista. Romanzo di genere certo, ma non per questo privo di quella lucidità, di quell’occhio vigile sugli aspetti e sulle catastrofi che l’esistenza comporta. Complice la definizione che di essa diede Antonio Gramsci, il quale la ribattezzò “onesta gallina della letteratura popolare” (Cfr. Letteratura e vita nazionale), il nome della Invernizio è spesso conosciuto solo dagli addetti ai lavori, in particolare dagli ottocentisti. Eppure alcuni titoli di suoi romanzi (molti dei quali trasposti al cinema; versioni filmiche delle sue opere sono accreditate dal 1912 – epoca ancora del muto – sino agli Settanta) sono imprescindibili per chi voglia accostarsi alla letteratura del mistero, o nera, presente in Italia.

Il bacio di una morta (1889) o Sepolta viva (1896) sono esempio di quanto suddetto. Il “nero” del gotico anglosassone (pensiamo soprattutto ad Ann Radcliffe) si sposa al “rosa”, il tutto ben dosato a creare un pastiche tematico che – in qualche modo – anticipa lo stesso romanzo poliziesco. Non mancano, del resto, anche episodi fiabeschi come I sette capelli d’oro della fata Gusmara (1909) o episodi di carattere storico-sociale. Non stiamo parlando sicuramente di una scrittura che tocca chissà quali vette, però i romanzi della Invernizio scorrono in modo fluido, senza ostacoli, e molti autori moderni dovrebbero forse imparare da lei i trucchi degli intrighi. L’amore diventa oscuro nei suoi romanzi, diventa tormento etico-estetico del soggetto, eppure quanta forza e quanta dignità riesce a infondere nelle figure femminili, spesso protagoniste dei suoi romanzi. Un piccolo aneddoto: oltre la definizione gramsciana, si pensa che l’epiteto “casalinga di Voghera”, aduso a designare la mentalità della donna media, provenga proprio da alcuni critici della Invernizio.

Col senno del poi ci vien da chiosare che, se tutte le casalinghe scrivessero così, sarebbe un bel successo.

© Giuseppe Ceddia

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3 commenti su “Carolina Invernizio e il dolce sapore dell’oscurità (di Giuseppe Ceddia)

  1. da buon ottocentista, ringrazio ;)

    ringrazio perché sulla Invernizio è calato il silenzio anche tra gli addetti ai lavori, colpevole – forse – un finto interesse per il più rassicurante romanzo di campagna della Percoto, quando invece è evidente che la Invernizio seppe da subito spingere il genere d’appendice (che in Italia vantava nomi blasonatissimi come quello, pure dimenticato, di Rovani) oltre il blando intrattenimento.
    perciò grazie

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