Corpo a corpo #6: I lampi della magnolia, Franco Fortini

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Vorrei che i vostri occhi potessero vedere
questo cielo sereno che si è aperto,
la calma delle tegole, la dedizione
del rivo d’acqua che si scalda.

La parola è questa: esiste la primavera,
la perfezione congiunta all’imperfetto.
Il fianco della barca asciutta beve
l’olio della vernice, il ragno trotta.

Diremo più tardi quello che deve essere detto.
Per ora guardate la bella curva dell’oleandro,
i lampi della magnolia.

I lampi della magnolia apre in versi la raccolta Paesaggio con serpente, pubblicata da Einaudi nel 1984, preceduta dal testo in prosa L’ordine e il disordine che chiudeva il libro precedente Di maniera e dal vero. Il testo è composto di due quartine e una terzina finale. Come nella maggior parte delle poesie di Fortini i versi sono apparentemente distesi e discorsivi, quasi colloquiali e vi è una corrispondenza tra metro e frase che rende la lettura apparentemente semplice e lineare, segnata però da pause o accelerazioni di carattere sapienziale o tagli improvvisi che rivelano una verità prima celata. Il primo verso di quattordici sillabe si distende aprendo lo spazio della visione poetica, che l’autore tenta a sua volta di far vedere al lettore, dichiarandolo con il desiderativo in apertura della poesia, ma anche attraverso l’uso del dimostrativo ‘questo’ che sembra rendere quasi in presenza, tangibile, il cielo sereno che si è aperto dinanzi agli occhi del poeta. Siamo qui di fronte ad una epifania della natura nella sua piena bellezza. La primavera, nella sua sovrana e calma indifferenza, per dirla con Tjutčev, si presenta agli occhi dei mortali sotto forma di rinascita. Nella prima quartina i versi si compenetrano con le immagini idilliche che si susseguono rette dall’iniziale vorrei che i vostri occhi potessero vedere, tenendosi l’un l’altro, anche attraverso una fitta trama di assonanze e consonanze che costruiscono il corrispettivo sonoro, l’armonia musicale, dell’armonia visiva della natura, si veda a tal proposito, tra le altre, la fitta corrispondenza di ‘v’ ed ‘e’ in tutto il testo. La bellezza è quindi la sospensione, l’epochè, dell’ordine storico del mondo. Attraverso la bellezza la natura richiama a sé lo sguardo dell’uomo, lo richiama al suo ordine nascosto. La seconda quartina inizia con una presa di coscienza, che diventa parola, di questa verità. La parola è questa: l’espressione, di origine evangelica, rivela che siamo entrati in una dimensione sacra. Siamo al cospetto di un principio, l’origine che si disvela: «esiste la primavera,/ la perfezione congiunta all’imperfetto.» La primavera si rivela come l’emblema della coappartenenza degli opposti, la perfezione congiunta all’imperfetto, la rigenerazione ciclica della vita è un segno di quest’armonia sempiterna. Non a caso quello che potremmo definire il centro emotivo ed allegorico del testo, appare subito dopo la rivelazione sapienziale d’inizio quartina. «Il fianco della barca asciutta beve/ l’olio della vernice» è una precisa e memorabile allegoria rigenerativa di ciò che significa la congiunzione dell’imperfetto con la perfezione, della funzione della bellezza nell’ordine cosmico, ed è, per questo, sottolineata dalla spezzatura dell’enjambement, collocato in posizione forte, dopo il verbo. L’immagine sta anche ad indicare il rapporto dell’uomo che contempla con la bellezza, che desidera non potendola mai possedere definitivamente e di cui non è mai sazio e, in ultimo, allude anche alla posizione del lettore nei confronti del testo stesso, dal quale assorbe un senso che può, se vuole, rigenerarlo. Qui ci si presenta, quindi, una vera e propria allegoria dell’esistenza e del suo rapporto con la bellezza. Come già detto, l’intera poesia è una visione della bellezza che il poeta tenta di condividere con i suoi lettori invitandoli a vedere con lui. È come se qui Fortini recuperasse la funzione primaria del dire poetico, che è un vedere con gli occhi e un fruire coi sensi, ma è anche un tentativo di innalzarsi ad una visione, con l’occhio della mente, all’archetipo, al logos, che si cela dietro l’aspetto sensibile. Tale dimensione sublimata sembra essere confermata dall’uso eccentrico dei verbi come ‘dedizione’ riferito al rivo d’acqua che si scalda, ‘la calma’ delle tegole che alludono a una beatitudine profonda che riaffiora con la primavera, ma attraverso la primavera si fa epifania del senso nascosto della realtà, che è il tenersi originario degli opposti. Ma questa verità di eraclitea memoria, «La divinità è giorno-notte, inverno-estate, guerra-pace, sazietà-fame […]» dice Eraclito, è solo apoditticamente affermata e non sviluppata nel testo, anzi nell’ultima terzina, e in particolare nei primi due versi, viene rinviata a un dopo indefinito, che forse verrà ripreso nel corso del libro, ma che di certo viene obliterato definitivamente nella poesia. E qui, nel primo verso dell’ultima terzina, si apre una faglia che attraversa a ritroso come una crepa l’intero testo. Questa faglia sembra accennare a una frattura ontologica e questa frattura è portata proprio dallo sguardo del poeta-uomo che introduce una dualità difficilmente colmabile, dove invece prima c’è stata un’unità armonica degli opposti. La contemplazione dell’ordine della natura è solo un momento nell’ordine umano che tende, invece, a staccarsene non comprendendolo. Anche nella più alta ed estatica contemplazione vi è un dopo che incalza, un qualcos’altro da dire oltre che la Physis nella sua sovrana bellezza, un incombere della voce della storia, della Polis che richiama all’ordine della politeia umana il poeta e chi nei suoi versi lo ha seguito. L’umano è questo dualismo irrisolvibile tra cielo stellato e legge morale; l’uomo, proprio perché simbolicamente corazzato dalla parola, è già da sempre dimidiato, non può immedesimarsi, essere, mai del tutto nella muta bellezza della natura, come invece fa il ragno che trotta. Fortini registra questo stato di cose e implicitamente lo dà per tragicamente irrisolvibile, nel paesaggio contemplato dall’uomo rimane sempre la presenza del serpente, del disordine costitutivo dell’uomo che incrina l’ordine del Tutto e dei suoi labili tentativi di costruire, a sua volta, un ordine temporale, forse l’unico possibile per le nostre esigue forze. Nel momento in cui nomina la natura l’uomo è già in un ethos che lo allontana da ciò che nomina e che può cogliere solo soffermandosi in una sospensione momentanea, osservando magari da un auto in corsa «la bella curva dell’oleandro» che si distende sotto il nostro sguardo o cogliendo, in un ultimo istante, i lampi della magnolia, che si stagliano improvvisi e solitari nell’ultimo verso, prima di ritornare a ciò che deve esser detto, a ciò che deve esser fatto per adempiere al compito storico a cui ogni uomo, volente o nolente, è chiamato.

© Francesco Filia

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