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Giovanna Zulian, Ama il tuo insuccesso

Parigi, JohnGiorno, Palais Tokyo, foto gm
Parigi, JohnGiorno, Palais Tokyo, foto gm

“Ama il tuo insuccesso” *

Due piedi nudi scendono dal divano. C’è silenzio, ora nella casa. In cucina, i coniugi preparano una camomilla, non parlano, si guardano appena.

Se ne sono andati dopo che avevano finito, dopo essersi liberati, sfibrati , ma vincitori. “ Abbiamo perso una legione, ma abbiamo avuto una parte del bottino” – sembrano dirsi, con la porta che ancora si sta richiudendo alle loro spalle. Sono entrati nella tenda imperiale e hanno rivendicato tutto il bene, i beni soprattutto,  che il loro unico figlio aveva riposto nell’affare di quella corte. I matrimoni vanno ponderati bene, vanno preparati e calcolati sin nei minimi dettagli. Un buon matrimonio mette fine alle guerre. I casati si rafforzano, il sangue si fortifica, si rinnova. Ma si deve scegliere bene, mirare a lungo, oltre le generazioni viventi, conoscere l’historia degli avi.

– Te l’ho sempre detto che l’unica cosa che conta è scegliere bene. Non si sa mai chi ti porti in casa. A me non è mai piaciuta fino in fondo. Lo sapevo, lo sapevo che quella faccia ingenua, carina, quell’aria da santarellina… e appena ha potuto, guarda lì cos’ha combinato. Me lo sentivo, me lo sentivo… Con la data fissata, la chiesa, i fiori, la villa, tutto pronto praticamente! Dopo anni in cui è stata accettata nel nostro cuore, viene a pugnalarci, anzi no, come un cancro subdolo, ce lo avrebbe fatto marcire lentamente il cuore! Se solo tu non avessi aperto gli occhi in tempo, se tu non avessi scoperto tutto, lei ti avrebbe anche sposato e allora sì, che saresti stato gabbato per il resto dei tuoi giorni, avresti dovuto mantenerla fino alla fine dei tuoi giorni! Sei  troppo indulgente, sei stato e sei troppo buono . Debole! Troppo debole ti ho tirato su e ora tocca a noi, a me e a tuo padre riparare, ripagare tutto, spiegare a tutti il perché.  Oh, se ripenso a tutte le parole finte che diceva, mentre aveva già altro in testa! Peggio delle donnacce di strada, peggio delle sgualdrine che lo fanno per il pane. Una perversa, una lussuriosa! Ma con chi ti sei impicciato? E chissà quante altre volte ti ha tradito!? Chissà quante bugie, falsità ti ha propinato  e tu come uno scemo a credere a tutto, a comprarle l’anello, pagarle le vacanze! Ma ti rendi conto, quanto ti ha spillato in questi anni? Per chi abbiamo lavorato tanto, noi? Per permettere i vizi a una sgualdrina? E non ti provare a difenderla! A dire che è cambiata nell’ultimo anno, che ha perso la testa! Ti ha ingannato, a tutti ci ha ingannato! Ma io la distruggo! Si pentirà amaramente di ciò che ha fatto – hai fatto male i conti, piccola puttanella! tu non sai cosa posso io! E a te che serva da lezione, devi imparare: voleva i tuoi soldi, la tua posizione! Dio! … portami a casa, devo stendermi, devo prendere le pastiglie, i nervi, sento che sto cedendo. Presto!  presto, portatemi via di qui!

Il bollitore fischia, rompe quel silenzio strozzato, spruzzando vapore addosso alle mani del padre che traffica con la chicchera, con lo zucchero, lo rovescia, pulisce, gli cade il cucchiaino. Cerca di occupare più minuti possibili per preparare una camomilla, il tutto per non tornare di là, in salotto.  C’è lei di là, la sua bambina che è stata svergognata e tutto il condominio dal primo al quinto piano, ora sa che quelle urla isteriche, quei “Puttana!” erano e ancora echeggiano per lei. La vede bollata. Pensa che dovrebbe andare via per un po’. Lontano. La gente dimentica in fretta. E passerà  anche a lei che non hai mai smesso di piangere.

La madre si muove a scatti, è serrata nel suo dolore, nella sua rabbia. Pensa che è colpa sua, del fatto che doveva lavorare sempre e tanto, che l’ha lasciata con suo padre, non così bravo a fare le cose di casa. Come ora, con la camomilla:

-Che ci vuole per preparare una camomilla? Lui rovescia lo zucchero, fa cadere il cucchiaino, per poco non si ustiona col vapore! Come ho potuto pensare che una bimba nelle sue mani potesse crescere bene. Eccola là, distrutta, sfigurata dal dolore. Ha perso il fidanzato, una persona a modo, calmo, perbene, di buona famiglia, ha gettato al vento una posizione tranquilla e sicura, per inseguire quel morto di fame, quel cretino col giubbotto in pelle e la moto. Che cretina! Che scema! Cosa poteva darle quello? È già sparito, dietro ad altre, e lei si strugge! Dio se mi capita ancora sotto casa, gli faccio vedere io i sorci verdi a quel lurido!

Aiuta il marito, ancora una volta lei risolve. “Ce la faremo” – dice . Lui annuisce. Vuole crederle, ma sa che sarà dura. E loro non sono più così forti. Forse non lo sono mai stati. Ognuno con la propria vita, ormai da tanto tempo, troppo. E la finzione che li accompagna.  “Era per lavoro”. Lei a fare  turni di notte all’ospedale, lui a credere che erano così tanti perché non c’era abbastanza personale. Un equilibrio perfetto. Evitare ogni profondità, per evitare di incidere la superficie che, sollevata un po’, esporrebbe l’abisso. “Il nostro bell’abisso coperto dallo strato sottile del linoleum celeste dell’ospedale”.  La famiglia va protetta sopra ogni cosa. Così, una camomilla, “la nostra camomilla” ora stenderà un altro strato. E da lì ripartiremo. Ci rifonderemo, lei starà meglio, sarà anche più forte, dopo questo. Gli errori servono, fanno crescere.

Due piedi nudi scendono dal divano. Ora lei si alza. Appoggia bene i piedi al marmo del pavimento.  Sente il freddo che sale e la percorre tutta. È un’atleta, ora, un’atleta che si prepara al salto. È consapevole.  Sa che la potenza del suo esercito è scemata. Che non ha più alleati. Che tutto è perduto. Ora può contare solo sui suoi piedi che poggiano sul marmo freddo, è l’unica sensazione che sente il suo corpo. Non sente altro, non pensa ad altro. Dimentica tutto il pomeriggio, i giorni precedenti in cui lui l’ha lasciata perché ha scoperto che scopava con un altro;  dimentica se stessa eccitata, entusiasta, con un sorriso da bimba in un giorno di sole, che apre quella porta con impeto e trova  un’altra con il suo amore, che la guarda continuando, le sorride dicendole “ Vuoi venire con noi?” e ride, ride; dimentica quella risata che sapeva di specchi rotti e note stridule.  Si libera dei pesi , delle armi, si ritrova nuda ma non si vede più felice e leggera. È un condottiero sconfitto, ha sbagliato l’azione militare. I nemici hanno vinto ancora, la vogliono soggiogata e calma, ancorata alla superficie fittizia, che smorza il desiderio, tenerla in vita senza darle la possibilità di vivere. Non conta più la strada percorsa, quella cambiata, i sentieri che si è aperta tra sterpaglie e spine per seguire il suo istinto e vincere la guerra col vessillo dell’amore. Non conta più. Il vessillo è stato abbandonato, le sterpaglie si sono diradate e mostrano l’unico orizzonte. Il vuoto davanti a lei, la prigionia che l’attende ancora, alle spalle.

Uno, due , quattro passi lunghi e decisi e il rumore dei talloni che colpiscono il gelo del marmo la conducono dal salotto alla camera da letto. La finestra aperta  le mostra il buio.

 Silenzio.

Sua madre giura di aver sentito che lei, poco prima, la chiamò tre volte.

*

©Giovanna Zulian

Nota al testo:

* titolo  preso dalle parole di una lettera di Anna Maria Ortese a Helle Busacca , “Helle cara, serba la tua forza, la tua inquietudine, il tuo tormento come la cosa più preziosa della tua giovinezza…”  (Napoli , 28 aprile 1940) e …anni dopo parlava così del valore trasformato del dolore: “Sapessi quante cosa ‘bruciano’ anche me, Helle. Ma, pur al colmo dello spasimo, non bisognerebbe maledirle queste cose.  Sono quelle che ‘butteranno’ avanti una creatura. È dalla disperazione di essere stati calpestati da sé e dagli altri, che nasce la forza che ci trasporta verso cieli limpidi, dove ciò che abbiamo patito si trasforma in dolcezza e beatitudine. Ama tutto ciò che ti tortura e ti ha torturata. Ama il tuo insuccesso.” (Napoli , 26 Novembre 1948)

Una replica a “Giovanna Zulian, Ama il tuo insuccesso”


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