Riletti per voi #4: Anna Maria Carpi, Il principe scarlatto

Riletti per voi è una rubrica con la quale intendiamo richiamare l’attenzione su testi letterari che, a distanza di anni dalla loro prima pubblicazione – che siano pochi o molti anni, pare non interessare, invece, a un mercato editoriale che macina e dimentica – conservano intatte bellezza e verità. La quarta puntata è dedicata al romanzo di Anna Maria Carpi Il principe scarlatto (Baldini Tartaruga, Milano 2002).

Carpi_Principe_scarlatto

Und jüngst noch so stolz,
auf allen Stelzen deines Stolzes!
Jüngst noch der Einsiedler ohne Gott,
der Zweisiedler mit dem Teufel,
der scharlachne Prinz jedes Übermuts!…

E poc’anzi così orgoglioso
su tutti i trampoli del tuo orgoglio!
Poc’anzi ancora l’eremita senza Dio,
il coabitante del demonio,
il principe scarlatto d’ogni orgoglio!…

da: Friedrich Nietzsche, Fra uccelli rapaci
(traduzione di Anna Maria Carpi)

Un’abitudine che conservo dagli anni dell’adolescenza è quella di dedicare i mesi estivi a una forma particolare di vagabondaggio mirato, vale a dire alla lettura di un’opera-bussola,  in un duplice itinerario di scoperta ovvero di approfondimento di un autore, di un’autrice e di un’epoca storica, vista, quest’ultima,  da quella prospettiva squisitamente soggettiva e profondamente autentica del testimone consapevole dei mezzi scelti per “dare testimonianza”: quelli della letteratura, ben distinti da quelli della storiografia. Rileggere Il principe scarlatto di Anna Maria Carpi (qui l’incipit) nell’estate che si sta ora concludendo mi ha fatto tornare indietro, per “la forza delle cose” restituite con memoria impavida (di eventuali danni all’immagine dell’io narrante) e ragione riflettente, alle estati che qualche decennio fa ho dedicato, una per ciascuno dei volumi che la compongono, alla lettura dell’autobiografia di Simone De Beauvoir. Al termine della lettura del romanzo di Anna Maria Carpi resta infatti l’impressione di un resoconto di viaggio che si protrae negli anni e che reca, tra schiettezza talvolta spiazzante e sincerità meditata, le tracce di decenni di storia, di correnti e mode, di tentativi e tentazioni. L’annuncio del risvolto di copertina, che ci troviamo dinanzi a un Bildungsroman, a un romanzo di formazione, ha un contenuto di verità se associamo al sostantivo “formazione” la specificazione “della scrittura”.  Sì, perché la scrittura, e il racconto sull’evolversi della scrittura, sulla ricezione della scrittura, è insieme trave portante e filo conduttore de Il principe scarlatto. La scrittura, e la narrazione dei suoi sviluppi e dei suoi scontri con il mondo, aderisce impeccabilmente ai personaggi – l’equilibrio, la misura compiuta, sta precisamente a metà del tragitto tra rievocazione elegiaca e deformazione grottesca – e con molti di essi, non solo con l’io narrante, Sara, cammina di pari passo.
Un caso particolare, all’interno di questa costante nell’architettura del romanzo, è costituito dall’instancabile redazione dei testi (si pensi alla montagna di copioni per il teatro) dell’«impresario», non un convitato di pietra, bensì un interlocutore oltre la barriera del termine dell’esistenza: si tratta, nella narrazione, del padre di Sara. I muri, i silenzi, i rifiuti nei quali la scrittura dell’impresario si imbatte non tolgono nulla all’autorevolezza del personaggio.
“La ricezione del romanzo” potrebbe essere un sottotitolo per Il principe scarlatto (Quale romanzo? C’è un genere prevalente, o meglio, una tipologia di romanzo che trionfi qui sulle altre? E come metterla con la poesia e, questione spinosa, con il diario, pratica quotidiana paziente?). Poetare non è narrare, ricorda Sara nel romanzo, in un brano che mi appare centrale e che sintetizza la tensione, forza motrice e attrito insieme, che anima e sostanzia la sua formazione, percorsa con provvidenziale sventatezza o con dubbio, ora fisiologico, ora metodico, desiderata o semplicemente avvenuta, rievocata eppure proiettata in avanti, narrata qui:

Forse è proprio vero che poetare è come stare dentro una fortezza. Narrare è invece combattere in campo aperto, con una bandiera, in mezzo agli altri, o meglio contro altri. E io, da sola, non ero capace di andare contro nessuno. O stavo lassù, alla mia feritoia, oppure correvo giù ad aprire le porte agli assedianti » (Anna Maria Carpi, Il principe scarlatto, Baldini Tartaruga, Milano 2002, p. 150).

Ma le incursioni di Sara, io narrante che rimbrotta il proprio io poetante, ci sono, eccome. Quando avvengono, queste uscite dal fortilizio sono formidabili per ironia e capacità di ritrarre: conformisti, cinici à la mode, illusi per lusso o fraintendimento,  strambi e profetici mentori, debolezze proprie e altrui. Esemplare è al riguardo la rievocazione di tic, vezzi, manie ed esclusioni nell’Italia e, in particolare, nella Milano bene degli anni Settanta. Leggere Il principe scarlatto è scoprire e riscoprire un tratto significativo della nostra storia.

© Anna Maria Curci