Stelvio Di Spigno, Fermata del tempo

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Stelvio Di Spigno, Fermata del tempo, Marcos y Marcos, 2015, € 15,00

Quando ho finito di leggere Fermata del tempo di Stelvio Di Spigno ho pensato a una parola, alla parola perdono. Di Spigno ha perdonato soprattutto se stesso, poi ha perdonato le cose accadute perché ormai sono passate, ha perdonato il tempo perché viene come viene, e, quando passa, ogni tanto porta via e quando lo fa si sta male. Ha perdonato non perché ci fossero chissà quali torti (e comunque chi legge non potrebbe conoscerli), ma perché si finisce per far pace con le cose. Alcune si conservano come gli affetti e ricordi, altre si lasciano andare perché è così che si deve fare, altre ancora vengono guardate con un po’ di malinconia, il poteva essere e non è stato, il poteva essere ancora, ma non c’è rimpianto. L’occhio che guarda è un occhio che ha visto, ma è un occhio pulito. Sembra che il poeta abbia fatto ordine, abbia fatto i conti, c’è una matematica interiore che alla fine mette a posto le cose. I conti è bene che tornino, e tornano attraverso la poesia, che, come nei precedenti libri di Di Spigno, è bella, spietata, esatta, efficace.

Stelvio Di Spigno è un poeta che ha attraversato il dolore, quel dolore che deriva dalle lotte quotidiane, fosse pure dalla più banale forma caratteriale, dallo scontro cercato con le parole e, azzardo, anche con le persone. Il dolore che viene a non farsi una ragione di niente, nemmeno di se stessi. A cosa somiglia, dunque, questo perdono? A me pare assomigli alla serenità. Una serenità conquistata lottando e raggiunta nelle poesie e con le poesie di questo libro. Poesie fatte di persone (alcune significative dediche), di luoghi e cose. Poesie raccolte sotto un titolo che vuole trattenere, vuole dire pausa, ma significare anche una ripartenza. Fatta chiarezza, ricominciamo.

Me la immagino uguale la mia faccia,
a fissare dal vetro
il mondo che fa paura
e si avvicina, e io fermo per timore
che lasciare la mia casa
mi facesse scordare
chi mi voleva bene.

Un altro punto chiave della raccolta del poeta napoletano è (e non poteva essere diversamente) la memoria, lo nota correttamente anche Umberto Fiori nell’ottima (e grazie a dio sintetica) introduzione. Le figure chiamate a far memoria sono i nonni, la madre, altri affetti e poi Napoli. Una Napoli, che anche in passato Di Spigno ha raccontato fuori dal canone, dallo schema classico. E, facciamo attenzione, non parliamo di un’altra città, parliamo solo di un diverso modo di raccontarla e di viverla. Pazzo è chi racchiude il capoluogo partenopeo in piccoli scompartimenti. La serenità però non significa resa. Ciò che dava fastidio continuerà a farlo. Cose come l’inautenticità, ed è per questo che Di Spigno scrive i versi senza orpelli, senza incorrere in banalità, fuori dai rifugi sicuri ma anche fuori dallo sperimentare invano. L’esperimento sta nel giocarsi tutto in ogni poesia, rischiando per chiarezza, arrivando al significato parola per parola, non nascondendosi.

Questione di pronuncia

Non è assenza di me, è più una rotazione
(causa medicinali corrosivi per la mente),
il piantarmi a memoria in una strada con rimpianto,
frequentata anni fa con la prima delle tante,
ma più pura di tante altre tuttavia e comunque,
che sul bordo della copertina serena mi aspettava,
mi ospitava in una casa troppo sicura e snella
per durare, per drenare per noi sulle stampelle
un temporale notturno in via Tino di Camaino,
e cosa pensavo allora l’ho scordato per sempre:
resta la pace che mi dava lei ogni sera,
il pellame sepolto dell’adolescenza amara,
due braccia tonte che ardevano in cadenza,
come alcolica fragranza in un disordine celestiale,
e dirlo non serve se poi è finita male,
mentre tutto sembrava un Eden fatto apposta
per dire in ogni lingua “voglio cogliere la mela
senza fare peccato e finire in galera”,
e alla fine ci penso e ci ripenso,
ma si dice solo a Napoli e dintorni.

La nuova ricerca di Di Spigno comincia da queste pagine e poi dalla fine di questo libro. Ci vogliono molte belle poesie per tentare una strada diversa, una modalità di vita che parta da un nuovo zero (zero che viene da un accumulo e non da un reset), e le troviamo in qui in Fermata del tempo, un libro molto coraggioso e non privo di dolcezza. La dolcezza di chi dopo giornate pesanti si concede e concede una carezza. Si dice spesso del piacere di ritornare su una poesia o sull’altra quando ci si trova in mano un libro riuscito, questo è uno di quei casi; la buona sorte di chi legge poesia e di chi legge Di Spigno è di poter fare avanti e indietro, di procedere piano; spesso questo piacere la narrativa, pure se ottima, non ce lo può concedere.

Sega circolare

Hai portato le radici a stare basse, a essere
sistema puro, stilema. Le hai sistemate
una volta divelte, nel seminterrato. Ricamavano
sull’asfalto una coltre di dossi e doline
che riducevano le auto a brandelli. Si buttano giù
gli alberi per questo. Per non fallire
quando si ha fretta, e si va a manetta in venti metri
con un odore di scarico munito di utilità.

Anche gli uomini hanno radici. Falliscono
anche loro. Che portino oro al collo o si siedano
dentro un cratere da muratore. Quanti ne ho incontrati,
in questa città occidentale. Qui da noi se non sei uguale
agli altri, in fatto di fortuna, sei solo fallimento.
Amoroso, polifonico, esistenziale. In un altro
continente saresti stato una cellula di ovatta
che soffre la fame, qui tutti si sentono spiriti
eletti, in cerca di tormento e salvazione.

Qui fallisci e vai via. Espulso dalla tribù. Non hai
diritto di replicare. E dire che il fallimento
ha la stessa scatola cranica della morte. Le stesse
misure di camicia. Lo stesso rossetto, se fosse donna.
Potresti capire molto dalle sue anche. Fallimento da cavaliere,
operaio, politico, consumatore. Di tutti i tipi,
per tutte le congetture. Se ne potrebbe parlare,
così che non spaventi più nessuno. Ma questa
è solo una poesia.

recensione di Gianni Montieri. Su twitter @giannimontieri

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