Un sogno senza filtro

Locandina

Arteterapia: ricerca del benessere psicofisico attraverso l’elaborazione artistica, l’uso libero o guidato delle dinamiche creative per aiutare l’espressione di sé. E c’è un bel gradino, nella ripetizione di quella piccola sillaba “te”: c’è la necessità, per l’arte, di dimenticare le sue esigenze, modellarsi addosso a un bisogno che è salute, e provare, per una volta, a stare dall’altro lato, essere lei strumento di un risultato da ottenere.
Poi succede che l’arte è signora difficile da incatenare, e proprio grazie alla necessità di trattarla come puro mezzo di espressione ritrova la sua forma più vera, ed è in grado di restituire perle che altrimenti sarebbe stato difficile scoprire.
Va detto che ha avuto un ottimo alleato, nel caso che stiamo per raccontare: Shakespeare. Non c’è lavoro del Bardo, non c’è riga che, lo sappiamo da secoli, non si possa schiudere e ribaltare e guardare di sbieco ritrovando ogni volta un nuovo significato. Se ne sono accorti i ragazzi dell’associazione “Il Fiore del Deserto”, ed Enoch Marrella, responsabile del laboratorio di teatro (di lui su Poetarum Silva si è parlato anche qui), e ce ne siamo accorti noi, dal pubblico, quando al Teatro Vascello di Roma è andato in scena ’Na specie de musical, rivisitazione in chiave pop del Sogno di una notte di mezza estate per la conduzione scenica di Marrella (drammaturgia e regia) e Stefania Carvisiglia (movimenti e coreografia).

La storia si svolge oggi, a Roma, ben impiantata su una lingua che si snoda tra le traduzioni più fluide (tra tutte quella di Patrizia Cavalli) e un romanesco che aiuta e amplifica le rime interne. A scandire le scene, momenti di danza e musica – molta, scelta in assoluta libertà dai ragazzi, eppure perfettamente in accordo con la direzione della storia, come nel caso di All about that bass, magnifico “elogio dell’imperfezione” di Meghan Trainor, o Controvento di Arisa sulla solidarietà.
La scena è quasi spoglia, a eccezione di alcuni elementi di scenografia che, assieme ai costumi ben calibrati, permettono ad attori per lo più non professionisti di mantenere un appoggio saldo con il palcoscenico.

La storia è nota, per quanto rielaborata: Enrica rifiuta di sposare il coatto Daniele perché innamorata di Alessandra, un amore che suo padre definisce, da testo, “seduzione dell’immaginazione”. Daniele, del resto, è accusato di intendersela con Elena; «Maddeché», è una delle prime parole di quest’ultima, che vorrebbe essere contagiata dalla bellezza di Enrica («chiappe incluse»). Quindi, la fuga dei quattro amanti, gli inseguimenti, il gioco degli scambi, le fragilità che, fuori dalle mura di una società organizzata, fanno deflagrare i rapporti. Con una variante: l’assenza di un luogo incantato, l’eliminazione della componente magica, e quindi la possibilità di scoprire in Shakespeare una lettura, se non un senso, ulteriore. «Non avevo abbastanza attori per coprire tutti i personaggi», dice Enoch Marrella, «e all’improvviso ho scoperto di poter fare a meno di Titania, Oberon e Puck». Come sia stato possibile lo si è scoperto a mano a mano che le prove proseguivano e tutto acquistava un valore altro: sfilata via l’intelaiatura magica dalla fuga del quartetto, non restano che adolescenti che, al primo sorso di libertà, cambiano l’oggetto dei loro sentimenti. Non si avverte la mancanza di un filtro d’amore se bastano un rifiuto, un’insicurezza, un gesto delicato, a far intuire che le cose possano andare in maniera diversa; non si avverte la mancanza di un filtro d’amore se è la gentilezza a rinsaldare i legami e rimescolarne di nuovi.
«Su Oberon e Titania», dice ancora Enoch Marrella, «la consapevolezza è arrivata più tardi: abbiamo creato un Sogno feroce, dove non esistono figure di idillio ad accogliere il trauma dell’adolescenza; esistono solo i loro equivalenti nel mondo reale, Teseo e Ippolita, i simboli di una società strutturata da cui si ha desiderio di scappare.»

Mantenuto anche il livello meta-teatrale del copione shakespeariano, dove alla compagnia amatoriale di uomini che deve mettere in scena Piramo e Tisbe è sostituito un gruppo di professioniste (la parrucchiera, l’estetista, la tabaccaia) che prepara, per la festa dell’Avvocato, La penosissima (e più universale) storia di Romeo e Giulietta. Proprio durante le prove di questa rappresentazione, sboccata e borgatara a fare da contrappunto all’audio di Zeffirelli con cui il pubblico era stato accolto al suo ingresso, avviene un evento non previsto in Shakespeare: l’incontro tra la regista e Daniele, la loro micro-prova della scena del balcone, la scoperta, da parte del ragazzo, di una gestualità più gentile, e la gelosia da parte delle due “amanti” che lo osservano dall’altro lato del palcoscenico.

Protagonisti, insomma, i sentimenti sbilenchi e senza filtro di adolescenti che non necessitano di un Puck per ruzzolare tra una scelta e l’altra; nessuno spirito benigno fa loro da guardiano, e la loro lingua («Io so’ tranquilla, ma mi costringi a essere coatta») non la manda a dire. Una pura festa, di cui Shakespeare sembrava essere pretesto – ma lui non è mai coperta troppo corta, qualsiasi lettura gli si voglia dare.

© Giovanna Amato


Enoch Marrella è diplomato al DAMS di Bologna e all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”. Tra i maestri Carlo Cecchi, Anna Marchesini, Gabriele Vacis e Walter Manfré. E’ vincitore del premio “Made in Marche” (2013) con lo spettacolo Cuoredebole e finalista al premio Dante Cappelletti (2014) con lo spettacolo Nell’oceano il mondo. Si occupa di formazione teatrale in collaborazione con Interazione Scenica – piattaforma permanente di progettazione culturale – per conto di strutture pubbliche e private.

Il sito web dell’associazione Il Fiore del Deserto è www.ilfioredeldeserto.it.