Davide Nota: Endimione

DAVIDE NOTA, ENDIMIONE (2015)

Copertina

I.

Tutto è raccolta. Quando lʼastro eclissa
come un veliero lʼuovo luminoso
da cui risorge Fenes, esistiamo.
E tutto è luce. O dove il caos, si schiude
una saetta improvvisa. E il fiume scorre.
Qui siamo, nelle forme destinate,
accolti. Non io o tu ma questa palpebra
di luce prenatale, questa sfera
che ora chiami “il motivo”. È come un sogno
dove non scisso ma infinito il flusso
di energia e materia pervade il fine.
E dunque nasce. Un grattacielo ha occhi
di fuoco e mille pensieri. Il pianeta
è in fiamme. Io contemplo lo sbocciare
degli eventi come rivelazione.
E un vento tiepido di marzo nella
notte fatale, dove tutto accade.
I lampioni esalano sangue. Il seme.

II.

Il seme cade. (Senza patrocini.)
E il sole non è ironico. (Riscalda.)
Perché lʼuomo, capace di splendori,
fu anche in grado di funesti inganni?
Gli dei hanno ben altro a cui pensare.
E cosa può una canzone? Là là là!
Perciò mentre gli eserciti si accalcano
ai confini della vecchia casa un fiore
ho colto, per il mio amore. È tutto giallo!

III.

Casa, casa. Dove non ho memoria?
Una ragazza il fato volle mia
compagna. Ed io lʼamai. (Profusamente.)
Vi scrivo dal futuro questa lettera
che presto arrivi ai piedi di una quercia
che ancora non sapete. Casa, casa.
Tra le zolle immersa. Come un altare
di suoni e colorata. “È tutto in fiore!”
(come scrisse il Sanchio)
ciò che lʼansia non deturpa di codici.

IV.

“Nascere! Cantare! Grondare immagini!
Nel corso degli eventi che si sciolgono
per diventare un albero noi siamo.
Occhi di lago, la tua onda avviene
a me come elemento di me stesso.”.
Così cantò Endimione alla deriva
nel bosco senza nome a cui si diede.
E il bosco che aderiva gli rispose
con la voce delle felci nel vento.

Endimione1

V.

“Solo ciò che non si vede esiste.”.
(Lavorando per sottrazione.)
O solo ciò che non esiste si vede?
O è questo accorgermi camminando di essere
al tuo fianco
molto prima dei mondi?
UNʼINCLINAZIONE SFAVOREVOLE (dice)
pro contro pro contro tic tic
non farò in tempo se piove non
(è una sindrome) (un complesso di sintomi che concorrono
a un quadro clinico) CLICCA QUI
“Perché non si scrivono più poesie dʼamore?”.
(Questa vergogna dʼessere
al cospetto…)
Addio, lago ghiacciato.
Campanelli, campanellini belli.
Lʼeclissi non mi colse […].

(termosifone) (stanza) (procedura) (insert coin)
(tergicristallo) (software) (pelle rossa) (visione)

(quantità accumulate) (di notifiche e dati)
(frigorifero) (torsione) (neon) (déja vu)

“Lʼho visto quel falò. Ce ne sarà
qualcuno di più importante?”. “Sì, tra poco.”.
Mi dicesti:
“Ciao!”. Ti dissi.
Il venti marzo del duemilaquindici.
[…]

Lʼeclissi non mi colse impreparato.

VI.

CIP CIOP! CIRICIOP!
Una sinistra aria
che per lʼuomo è lʼombra.
Una metropoli nel caos dei disservizi.
Cavalcando, cavalcando…
LOL!
Il flauto di Pan.

(depone uova) (sottocutanee) (la cavia)
(si annidano colonie) (nella saturazione)

(il tornio esiste) (è una funzione esponenziale)
(raggio di convergenza) (un argomento complesso)

(il logaritmo) (bava) (il logos) (annidato)
(tutta la storia è storia) (di una dissociazione)

(e non c’era niente, niente che io potessi fare
oltre una larga diffusione di indifferenza…)

Oh qui ti vidi per
la prima volta, principessa indiana sotto i portici
di Piazza della Libertà a Macerata.
Avevi in mano un vassoio di paste.
[…]

Due laghi […].

VII.

Due laghi nella notte marchigiana.
“Ti aspetto nel giardino. Ho una gonna
bianca. Mi vedi subito.”.
La ragazza ha sognato
una stanza (uno spazio) da attraversare (su cui affacciarsi)
(dopo un breve corridoio) (ad angolo).
Dunque sʼaffaccia e vede.
[…]

Lʼuovo […].

VIII.

Peona mia sorella dice sei sparito nel momento del bisogno come tutti gli altri. (Dove sei finita, luce? Queste nuvole…)
Un ripugnante gancio ci solleva e produce…
Può darsi che un amore puro sbocci nei parametri del caos?
Senza risentimenti. O isterie normative.
“Légami.”. Dice:
“I legami monogami non appartengono al tempo.”.
E una web-cam è un lago
dove affonda la pietra
lanciata da un ragazzo
ai bordi della sera.
E una ruspa solleva del materiale incongruo.
Ti aspetto in uno schermo
dove i segni si posano
come un paesaggio triste.
Ma il sacerdote nero che disegni
ostacola il passaggio e non esiste.

Endimione2

IX.

Vista, vista. Come potrei davvero perderti?
Quando si nasce è freddo. E poi si piange. E tutto è duro.
Tu mi chiamavi “Meraviglia santa”. Ed io “Luce”.
Quando eravamo un uovo luminoso. Un uovo elettrico.
Io non vedevo. Nero. Nero. Nero.
Allora cominciò a sollevarsi
una canzone come il mare alla luna.
E mʼelevasti vista dallʼeterno
sonno per nascere corpo nel sole.
Nel caos della sembianza, tra gli abbagli,
giocando a riconoscerci per sempre.
E quando chiudo gli occhi e tu dispàri
è solo unʼaltra forma del mio amore.
Quando la luna sanguina sul mare in fiamme
tra le necropoli delle autostrade sale
un grido strozzato a dirci: ci rivedremo.
Perché non io o tu ma forse un dio
inabissato risorge.

X.

Forse, dico. Privi di possesso. Scardinando
aspettative. Come un evento naturale.
Forse, dico. Incontrandoci per sempre
una prima volta. Tutte le mattine.
Forse, dico. Perché la vita è oscura.
Custodiremo questa grazia pura
nella carne, nella materia storica,
che disfa sé nel corso dei molteplici
avventi? Forse, ti dico. Forse! Il fiume
si inabissa per risorgere e la luna
sua sorella lo attende? O nellʼunione
che non ha pretese Diana si stese
e disse: “Coglimi. Sono nata
per essere brucata dai tuoi vermi.
A te mi affido. Scioglimi.”? Ma poi
scomparsa ovunque risiedeva il vero
cosa significava? Se Endimione
non altro aveva che al risveglio lʼaria
a cui affidare il suo amore? Meditava
come fanno le pietre che non sono
quando aspettano il fuoco. E il giorno giunse.
Era pieno di nuvole.

XI.

In autostrada. Una bufera. Il mare
soffia tristi presagi. I tir bagnati
trasportano materiali grondando. Un autogrill
è un luogo in cui le anime non sanno
quale giorno li attende. E si attraversano
guardando i gesti cari che separano
gli eventi come specchi senza vita,
sfogliando i giornali oppure sciogliendo
biscotti industriali dentro ai caffè.
E tutto è falso. Il tutto
che appartiene adesso a un nastro trasportatore, a un nastro
recintato da lampioni e guardrail.
In auto Endimione scarta un uovo
di Pasqua, espone un ciondolo nel quadro
del parabrezza incrinato, le nuvole
(lo sfondo) gli trascorrono nemiche
come Erinni dai millenni soffiate.
E lʼautoradio emana fredde news.

XII.

Eppure, in fondo al nero, ancora il giallo…
Un messaggero dentro la bufera
ripete lʼarte dellʼattesa è sacra
mentre lʼauto attiva il tergicristallo
e lʼansia dei codici non scompare.
E lui non doveva più sperare
ma solo accogliere i segni dal fondo
come cadaveri emersi dal mare.
Perché crudele è lʼagonia del mondo.
Eppure, in fondo al nero, ancora il giallo…

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Questi dodici momenti di un poemetto in corso avvengono tra il 20 marzo e il 4 aprile del 2015, tra unʼeclissi di sole e unʼeclissi di luna anche detta “luna di sangue”. Entrambi gli eventi astronomici coincidono con la vigilia di due date simboliche profondamente evocative per la cultura pagana e cristiana di cui il canto è intriso: lʼingresso nella primavera del 21 marzo e la domenica di Pasqua del 5 aprile. Eppure la realtà automatica è sempre in agguato quando invece di affidarsi allo sviluppo musicale del “motivo” ci si volta indietro titubanti come Orfeo che aveva quasi portato in salvo la sua Euridice. Endimione dovrà dunque, nelle prossime puntate, attraversare quattro mondi (il fuoco, la terra, lʼacqua e lʼaria) prima di poter riabbracciare la ragazza indiana, nel bosco di un amore molteplice e unitario dove la dea Diana si incarnerà in entrambi.

© Davide Nota

 

Davide Nota è nato nel 1981 in provincia di Milano e risiede da sempre ad Ascoli Piceno. Ha studiato Lettere moderne a Perugia e ha vissuto a Roma per alcuni anni. Ha fatto parte della rivista “La Gru” e del collettivo “Calpestare lʼoblio”. Ha pubblicato i libri di poesia Battesimo (2005), Il non potere (2007) e La rimozione (2011). Ha fondato la casa editrice Sigismundus con cui ha dato alle stampe lʼultimo libro di Roversi e gli scritti inediti di João César Monteiro.

Illustrazione di copertina e disegni di Alice Linus

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