Ricordando Günter Grass: l’incipit del romanzo “Il tamburo di latta”

Blechtrommel

Günter Grass è morto a Lubecca, dove viveva, nella mattina di oggi, 13 aprile 2015. La redazione di Poetarum Silva lo ricorda riproponendo, nell’originale e nella traduzione italiana di Lia Secci, l’incipit del suo romanzo Il tamburo di latta.

Zugegeben: ich bin Insasse einer Heil- und Pflegeanstalt, mein Pfleger beobachtet mich, läßt mich kaum aus dem Auge; denn in der Tür ist ein Guckloch, und meines Pflegers Auge ist von jenem Braun, welches mich, den Blauäugigen, nicht durchschauen kann.
Mein Pfleger kann also gar nicht mein Feind sein. Liebgewonnen habe ich ihn, erzähle dem Gucker hinter der Tür, sobald er mein Zimmer betritt, Begebenheiten aus meinem Leben, damit er mich trotz des ihn hindernden Guckloches kennenlernt. Der Gute scheint meine Erzählungen zu schätzen, denn sobald ich ihm etwas vorgelogen habe, zeigt er mir, um sich erkenntlich zu geben, sein neuestes Knotengebilde. Ob er ein Künstler ist, bleibe dahingestellt. Eine Ausstellung seiner Kreationen würde jedoch von der Presse gut aufgenommen werden, auch einige Käufer herbeilocken. Er knotet ordinäre Bindfäden, die er nach den Besuchsstunden in den Zimmern seiner Patienten sammelt und entwirrt, zu vielschichtig verknorpelten Gespenstern, taucht diese dann in Gips, läßt sie erstarren und spießt sie mit Stricknadeln, die auf Holzsöckelchen befestigt sind.
Oft spielt er mit dem Gedanken, seine Werke farbig zu gestalten. Ich rate davon ab, weise auf mein weißlackiertes Metallbett hin und bitte ihn, sich dieses vollkommenste Bett bunt bemalt vorzustellen. Entsetzt schlägt er dann seine Pflegerhände über dem Kopf zusammen, versucht in etwas zu starrem Gesicht allen Schrecken gleichzeitig Ausdruck zu geben und nimmt Abstand von seinen farbigen Plänen.
Mein weißlackiertes metallenes Anstaltsbett ist also ein Maßstab. Mir ist es sogar mehr: Mein Bett ist das endlich erreichte Ziel, mein Trost ist es und könnte mein Glaube werden, wenn mir die Anstaltsleitung erlaubte, einige Änderungen vorzunehmen: Das Bettgitter möchte ich erhöhen lassen, damit mir niemand mehr zu nahe tritt. Einmal in der Woche unterbricht ein Besuchstag meine zwischen weißen Metallstäben geflochtene Stille. Dann kommen sie, die mich retten wollen, denen es Spaß macht, mich zu lieben, die sich in mir schätzen, achten und kennenlernen möchten. Wie blind, nervös, wie unerzogen sie sind. Kratzen mit ihren Fingernagelscheren an meinem weißlackierten Bettgitter, kritzeln mit ihren Kugelschreibern und Blaustiften dem Lack langgezogene unanständige Strichmännchen. Mein Anwalt stülpt jedesmal, sobald er mit seinem Hallo das Zimmer sprengt, den Nylonhut über den linken Pfosten am Fußende meines Bettes. Solange sein Besuch währt – und Anwälte wissen viel zu erzählen –, raubt er mir durch diesen Gewaltakt das Gleichgewicht und die Heiterkeit.
Nachdem meine Besucher ihre Geschenke auf dem weißen, mit Wachstuch bezogenen Tischchen unter dem Anemonenaquarell deponiert haben, nachdem es ihnen gelungen ist, mir ihre gerade laufenden oder geplanten Rettungsversuche zu unterbreiten und mich, den sie unermü dlich retten wollen, vom hohen Standard ihrer Nächstenliebe zu überzeugen, finden sie wieder Spaß an der eigenen Existenz und verlassen mich. Dann kommt mein Pfleger, um zu lüften und die Bindfäden der Geschenkpackungen einzusammeln. Oftmals findet er nach dem Lüften noch Zeit, an meinem Bett sitzend, Bindfäden aufdröselnd, so lange Stille zu verbreiten, bis ich die Stille Bruno und Bruno die Stille nenne.
Bruno Münsterberg – ich meine jetzt meinen Pfleger, lasse das Wortspiel hinter mir – kaufte auf meine Rechnung fünfhundert Blatt Schreibpapier. Bruno, der unverheiratet, kinderlos ist und aus dem Sauerland stammt, wird, sollte der Vorrat nicht reichen, die kleine Schreibwarenhandlung, in der auch Kinderspielzeug verkauft wird, noch einmal aufsuchen und mir den notwendigen unlinierten Platz für mein hoffentlich genaues Erinnerungsvermögen beschaffen. Niemals hätte ich meine Besucher, etwa den Anwalt oder Klepp, um diesen Dienst bitten können. Besorgte, mir verordnete Liebe hätte den Freunden sicher verboten, etwas so Gefährliches wie unbeschriebenes Papier mitzubringen und meinem unablässig Silben ausscheidenden Geist zum Gebrauch freizugeben.
Als ich zu Bruno sagte: »Ach Bruno, würdest du mir fünfhundert Blatt unschuldiges Papier kaufen?«, antwortete Bruno, zur Zimmerdecke blickend und seinen Zeigefinger, einen Vergleich herausfordernd, in die gleiche Richtung schickend: »Sie meinen weißes Papier, Herr Oskar.«
Ich blieb bei dem Wörtchen unschuldig und bat den Bruno, auch im Geschäft so zu sagen. Als er am späten Nachmittag mit dem Paket zurückkam, wollte er mir wie ein von Gedanken bewegter Bruno erscheinen. Mehrmals und anhaltend starrte er zu jener Zimmerdecke empor, von der er all seine Eingebungen bezog, und äußerte sich etwas später: »Sie haben mir das rechte Wort empfohlen. Unschuldiges Papier verlangte ich, und die Verkäuferin errötete heftig, bevor sie mir das Verlangte brachte.«

Non lo nego: sono ricoverato in un manicomio; il mio infermiere mi osserva di continuo, quasi non mi toglie gli occhi di dosso perché nella porta c’è uno spioncino, e lo sguardo del mio infermiere non può penetrarmi poiché lui ha gli occhi bruni, mentre i miei sono celesti.
Il mio infermiere non può dunque essermi nemico. Ho preso a volergli bene, a questo controllore appostato dietro lo spioncino. Appena mi entra nella stanza, gli racconto vicende della mia vita; così, nonostante lo spioncino che gli è d’ostacolo, impara a conoscermi. Il brav’uomo sembra apprezzare i miei racconti, perché appena si accorge che gli ho mentito ci tiene a farmelo capire e mi mostra la sua ultima composizione di nodi. Non vorrei affrontare il problema di stabilire se sia un’artista. Una mostra delle sue creazioni sarebbe però accolta con favore dalla stampa, e attirerebbe qualche compratore. Egli fa nodi con spaghi comuni che dopo le ore di visita raccoglie e districa nelle camere dei suoi pazienti, creando complessi fantasmi cartilaginosi; li immerge nel gesso, li lascia irrigidire e li infilza su ferri da calza, fissati sopra zoccoletti di legno.
Spesso accarezza l’idea di colorare queste sue opere. Lo sconsiglio, gli addito il mio letto metallico laccato di bianco e gli chiedo se potrebbe immaginarselo variopinto, perfetto com’è. Allora, alzando le sue mani di infermiere, disperato e rabbuiandosi in volto, tenta di dare espressione simultanea a tutte le ansie che lo assalgono, e desiste dai suoi variopinti piani.
Il mio candido letto metallico è dunque un termine di paragone. Per me è persino qualcosa di più: rappresenta la meta finalmente raggiunta, è la mia consolazione, e potrebbe diventare la mia fede se la direzione del manicomio mi permettesse di apportare qualche cambiamento: vorrei far elevare le fiancate perché nessuno mi si avvicini troppo.
Il giorno di visita, una volta alla settimana, interrompe la mia quiete intrecciata a bianche sbarrette di metallo. Vengono quelli che vogliono salvarmi, che ci trovano gusto ad amarmi, che in me vorrebbero stimarsi ed imparare a conoscersi. Come sono ottusi, nervosi, maleducati. Con le forbici per le unghie fanno graffi nell’intelaiatura metallica del letto, disegnano sulla lacca con le loro matite colorate e con le penne a sfera lunghi pupazzetti indecenti. L’avvocato, dopo aver scosso la stanza col suo “salve”, ficca sempre il cappello di nailon sul pomo di sinistra, in fondo al letto. Per tutta la durata della sua visita – gli avvocati hanno sempre molto da raccontare – mi porta via l’equilibrio e la serenità, con quel gesto violento.
Dopo che i visitatori hanno deposto i doni sul tavolino bianco coperto di tela cerata, proprio sotto gli anemoni dipinti all’acquerello, dopo avermi esposto nei particolari i tentativi di soccorso già intrapresi o meditati, poiché instancabilmente vogliono salvarmi, dopo avermi convinto dell’alto livello del loro amore verso il prossimo, ritrovano il gusto della propria esistenza, e mi lasciano. Poi viene l’infermiere ad arieggiare la stanza e a raccogliere gli spaghi dei pacchetti dei doni. Spesso, dopo che l’aria è ritornata pura, trova ancora tempo, mentre snoda le cordicelle seduto accanto al mio letto, di diffondere silenzio così a lungo che chiamo silenzio Bruno, e Bruno silenzio.
Bruno Münsterberg – intendo il mio infermiere, lasciamo perdere il gioco di parole – ha comperato per mio conto cinquecento fogli di carta da scrivere. Se la provvista non basterà, Bruno, che è celibe, senza figli, e originario del Sauerland, tornerà nella cartoleria (dove si vendono anche giocattoli) e mi procurerà altro spazio vuoto per l’esercizio della mia facoltà mnemonica, che spero precisa. Mai avrei potuto dare un simile incarico ai miei visitatori, poniamo all’avvocato o a Klepp. Un’affettuosa sollecitudine, prescrittami quale cura, avrebbe certo impedito agli amici di portarmi una cosa tanto pericolosa come i bianchi fogli di carta, e di abbandonarli all’uso della mia mente che distilla, senza tregua, sillaba dopo sillaba.
Quando dissi a Bruno: “Senti, Bruno, mi compreresti cinquecento fogli di carta vergine?” Bruno, levando lo sguardo al soffitto e l’indice nella stessa direzione come se sollecitasse un paragone, rispose: “Intende dire carta bianca, signor Oskar?”
Insistetti sulla parola “vergine” e chiesi a Bruno di esprimersi così anche nel negozio. Quando nel tardo pomeriggio ritornò col pacco, mi parve ostentatamente sopra pensiero. Di continuo e con insistenza fissava il soffitto dal quale sembrava voler trarre ogni ispirazione. Infine esclamò: “Lei mi ha raccomandato di usare la parola giusta. Ho chiesto carta vergine e la commessa è arrossita tutta, prima di consegnarmi quanto le avevo chiesto.”

[Günter Grass, Il tamburo di latta, traduzione di Lia Secci, Milano, Feltrinelli, 1962]

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