Eduardo Galeano – Un ricordo partendo da Splendori e miserie del gioco del calcio

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Eduardo Galeano: Montevideo, 3 settembre 1940 – Montevideo, 13 aprile 2015

La copertina arancione, un po’ sbiadita, sdrucita. Lo comprai su una bancarella in via Filzi, a Milano. Era parecchio usato, ma a pensarci bene quel libro aveva più senso un po’ rovinato che nuovo, aveva più senso, così come ha senso un campo di calcio massacrato dopo una partita vera. Quel libro era come le scarpette sporche di fango quando ritornavi a casa e avevi giocato, sognando chissà cosa, dentro la pioggia. Quel libro era Splendori e miserie del gioco del calcio di Eduardo Galeano. Dire che ho amato quel libro sarebbe riduttivo, non spiegherebbe il miracolo della grande letteratura applicata al calcio, dell’ampia visione delle cose mischiata al sogno. Galeano sapeva rappresentare la prospettiva che sul calcio hanno i bambini. L’allegria, la spensieratezza, la fantasia, la magia e il sogno. E poi sapeva di quello sport raccontare la malinconia, la solitudine, l’amarezza. Lo stupore che tutti accomuna e che accompagna sia la vittoria che la sconfitta. Galeano era dell’Uruguay, uno dei posti che da sempre mi attira e che non ho ancora visitato. L’Uruguay suo e di Mario Benedetti. L’Uruguay che ancora tormenta i ricordi calcistici dei brasiliani. L’Uruguay piccolo e indispensabile. Galeano è stato un grande scrittore e non solo scrittore di calcio, ma credo che la sua essenza e la sua penna magica abbiano trovato la massima espressione proprio in quel libro che trovai su una bancarella, abbandonato da chissà chi. Eduardo Galeano è morto oggi, nel giorno in cui se ne è andato pure Günter Grass, un altro grande della letteratura. Eppure a me è per Galeano che viene da piangere. (gianni montieri)

Da Splendori e miseri del gioco del calcio, trad. di Pier Paolo Marchetti. Sperling e Kupfer editori.

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Zamora

Debuttò in prima divisione a sedici anni, quando portava ancora i pantaloni corti. Per giocare nello stadio dell’Español a Barcellona, si mise una maglia inglese a collo alto e un cappello duro come un casco che doveva ripararlo dal sole e dai calci. Correva l’anno 1917, e le cariche erano ancora da cavalleria. Ricardo Zamora aveva scelto un lavoro ad alto rischio. L’unico che correva più rischi del portere era l’arbitro, allora chiamato el Nazareno, che era esposto alle vendette del pubblico negli stadi che non avevano fossato né recinto. A ogni gol si interrompeva lungamente la partita, perché la gente si riversava in campo per abbracciare o picchiare qualcuno.Con gli stessi indumenti di quella prima volta, la figura di Zamora divenne famosa nel corso degli anni. Era il terrore degli attaccanti. Se lo guardavano negli occhi erano perduti: con Zamora in porta, lo specchio si rimpiccioliva e i pali si allontanavano fino a perdersi di vista. Lo chiamavano el Divino. Per vent’anni fu il miglior portiere del mondo. Gli piaceva il cognac e fumava tre pacchetti di sigarette al giorno e qualche sigaro.

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Gol di Zizinho

Accadde nel Mondiale del 1950. Nella partita contro la Jugoslavia, Zizinho, mezzala del Brasile, segnò un gol-bis. Questo signore della grazia del football aveva segnato un gol limpido e l’arbitro lo aveva annullato ingiustamente. Lui allora ,lo ripeté esattamente uguale, passo dopo passo. Zizinho entrò in area nello stesso punto, schivò lo stesso difensore jugoslavo con la stessa delicatezza, fuggendo sulla sinistra come aveva fatto prima e inchiodò il pallone esattamente nello stesso angolo. Poi lo calciò più volte, con furia, in fondo alla rete.
L’arbitro comprese che Zizinho sarebbe stato capace di ripetere quel gol altre dieci volte e non ebbe altra scelta che convalidarlo.

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Gol di «Garrincha»

Accadde nel 1958. La nazionale brasiliana giocava contro la Fiorentina, in preparazione del Mondiale di Svezia. Garrincha entrò in area, fece sedere un difensore e si liberò di un altro, e un altro ancora. Quando ebbe eluso anche il portiere scoprì che c’era un giocatore sulla linea di porta. Garrincha fece finta che sì, che no, fece il gesto di calciare nell’angolo e il poveraccio si schiantò di naso contro il palo. Allora  il portiere tornò ad ostacolarlo. Garrincha gli fece passare la palla tra le gambe ed entrò in porta.
Poi , con la palla sotto il braccio, tornò lentamente in campo. Camminava guardando a terra, Chaplin al rallentatore, come se chiedesse scusa per quel gol che fece scattare in piedi tutta la città di Firenze.

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Gol di Maradona

Accadde nel 1973. Si misuravano le formazioni dei ragazzi dell’Argentinos Junior e del River Plate a Buenos Aires. Il numero 10 dell’Argentinos ricevette il pallone dal suo portiere, scartò il centravanti del River e iniziò la sua corsa. Vari giocatori gli si fecero incontro. A uno fece passare il pallone di lato, all’altro tra le gambe, l’altro ancora lo ingannò di tacco. Poi, senza fermarsi, lasciò paralizzati i terzini e il portiere caduto a terra e camminò con il pallone ai piedi fin dentro la porta avversaria. In mezzo al campo erano rimasti sette ragazzini fritti e quattro che non riuscivano a chiudere la bocca.
Quella squadra di ragazzini, le Cebolittas, era imbattuta da cento partite e aveva già richiamato l’attenzione dei giornalisti. Uno dei giocatori el Veneno (il Veleno), che aveva tredici anni dichiarò: «Noi giochiamo per divertirci. Non giocheremo mai per i soldi. Quando comincia a esserci di mezzo il danaro, tutti si ammazzano per poter essere delle stelle e allora arrivano l’invidia e l’egoismo».
Parlò abbracciato al giocatore più amato di tutti, che era il più allegro e il più piccoletto: Diego Armando Maradona, che aveva dodici anni e aveva appena segnato quel gol incredibile. Maradona aveva l’abitudine di cacciare fuori la lingua quando era in piena spinta. Tutti i suoi gol erano stati fatti con la lingua di fuori. Di notte dormiva abbracciato alla palla e di giorno con lei faceva prodigi. Viveva in una casa povera di un quartiere povero e voleva diventare un perito industriale.

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