La poesia di Bruno Galluccio è una ricerca linguistica e concettuale che coniuga l’episteme scientifica con il dettato poetico. Anche nel suo secondo libro, Misura dello zero − Einaudi, 2015, € 12,50, pp. 138 − di cui riportiamo alcuni estratti, come nel libro d’esordio Verticali, vi è l’intuizione che il vedere scientifico e il vedere poetico hanno un’origine comune. Entrambi nascono da un confronto essenziale con l’enigma dell’universo e se nella storia dell’uomo questi due saperi si sono divaricati, nell’epoca attuale, in cui i paradigmi scientifici si sono fatti estremamente problematici e la parola poetica è alla continua ricerca della sua origine, della fonte che l’alimenta e che la distingue dal dettato ordinario, essi sembrano tornare a confrontarsi in maniera inaspettata e inquietante. Assecondando quest’intuizione di fondo, Galluccio mostra, attraverso un dettato che tende all’essenzialità, come le due forme di produzione umana delle scienze, in particolare quella della fisica matematica, e della poesia possano rincontrarsi e dialogare tra loro in un serrato corpo a corpo che li alimenta vicendevolmente. Il discorso di Galluccio si sviluppa in maniera articolata, diramandosi in un intricato e suggestivo reticolo di rimandi, citazioni scientifiche, poetiche e biografiche (si veda, ad esempio, la sezione Matematici). Cerca di restituire una mappa dell’esistenza che si inscriva in un ordine, che sembra sottrarsi, nascondersi alla comprensione umana, ma di cui si avverte l’esistenza attraverso segni, simboli, numeri, teoremi che l’autore cerca di decifrare nominandoli, facendoli accedere all’essenzialità della parola. Parola che è sempre in bilico tra dettato lirico e vertiginoso e discorsività del dettato scientifico, tra brevità del verso e il suo dilatarsi piano e argomentativo, quasi che tra i versi si nascondano frammenti di prosa scientifica, tradizione nobile della letteratura italiana, basti pensare a Galilei su tutti. Quindi la raccolta Misura dello zero si presenta come un atto di ricerca sulle possibilità del dire, esplorandole nell’intersezione tra diversi registri linguistici, cercando, come il titolo del libro stesso suggerisce, una misura che dia un senso e un equilibrio al dire ma anche allo stare dell’uomo. Il paradosso è che questo equilibrio, che è al tempo stesso un limite anche matematico, può essere dato solo dallo zero, che proprio per essere niente o nullo, può dare il criterio della misura e del valore di ogni verso, di ogni parola, di ogni cosa. La poesia deve tendere quindi al grado zero che possa mostrare la misura dell’essere, del cosmo, il suo ordine, misurabile forse, ma comunque indicibile e segreto.
© Francesco Filia
(Da Misura dello zero)
*
fu scoccata al big bang la freccia del tempo
e segna ancora oggi la nostra direzione
e pure fu lanciata la freccia dell’entropia
per cui la tazza che si infrange non si ricompone
la polvere non ritorna spontaneamente al muro
perfino quando con la teoria tentiamo
di mettere ordine nell’idea dell’universo
ne accresciamo il disordine totale
e quelle due frecce allora scagliate
misteriosamente hanno la stessa direzione
ma noi ci sentiamo a volte perduti
in questo vincolo primario
e proviamo una strana nostalgia
di un ambiente pienamente euclideo
l’insofferenza di non potere muoverci
avanti e indietro come per gli spazi
quella baia di possibilità perdute
*
contro gli eccessi dei luoghi aperti
che portano strade di troppe cifre
si leva l’invenzione dello zero
sul vuoto finestra quasi ellittica
occasione del niente
quantità e pura meraviglia
si pone fermo ad impedire
ogni tentativo di moltiplicazione
varco di sbarramento ai naturali
simbolo da eresia
pone un numero al vuoto
una misura
*
Pitagora
Il respiro della notte è onorato
ora va ad attenuarsi lo splendore degli astri.
Pitagora dorme.
Il paesaggio lo assiste
lo accompagna nello scendere cauto su rocce
in vista del mare.
Il sonno ci viene dagli alberi
il respiro dalla luce
che attraversa una lieve fenditura
e alta si espande.
Tutto è numero egli dice
anche qui nella incomprensibile notte.
È vero: ieri c’è stato uno scatto
di superbia che ha offuscato le fronti.
Ma noi di certo veneriamo gli dei immortali
serbiamo i giuramenti onoriamo gli eroi
come egli ci insegna.
E di solito ci siamo ritirati con modestia
abbiamo cercato di non agire senza ragione
e ben sappiamo come il nostro destino sia la morte.
Il mondo ci confonde
ma noi confidiamo.
Ci asteniamo da cibo animale da fave
rinunciamo a voluttà di cibo e lussuria
e per quanto possibile in pace soffriamo.
Pitagora dorme.
I sogni gli giungono dagli avi.
Ora il cielo è senza disastri
chi è arrivato sa di poter scegliere.
C’è il quadrato costruito sull’ipotenusa
e ci sono i quadrati costruiti sui cateti.
Generare collegamenti è la natura umana piú alta.
Dimostrare è possedere
una parte di mondo dopo averla osservata
condividere una regione del linguaggio.
Frase genera frase e il buio si dirada.
Non portiamo fuori la notte
perché di cose pitagoriche sappiamo
non si debba senza lume conversare.
Tutto è serbato nelle nostre menti
e nei lineamenti tranquilli dei volti.
Tutto è numero – dice.
E ci dispone le proporzioni armoniche
dei suoni e degli astri.
Si pone dietro un telo
perché tutto sia nell’appartenenza
come un viaggio di abbandono
o come i nostri inverni ci cercano
il nostro muoverci negli spazi stellari.
E noi gli crediamo.
Che torneremo a dormire e a guardarci dormire
a far scorrere tra le nostre dita
questa stessa sabbia in un ciclo futuro
*
quando sei lontano segni tutte le ore
qui i soffitti si inarcano
per timore della luce
qui hai portato la tua lingua sdentata
abiti la casa che hai dimenticato
un passo piú in là e trovi il vuoto
i frantumi che si radunano
passi di meno all’indietro
e quando ti volti
aria
c’è un racconto che appariva veloce
i giorni lasciati liberi dalle nebulose
dopo la notte intenta
lo portava la madre
il richiamo scivolava nel verde
cosí forte che il sentiero poteva distrarsi
nella sua concretezza di argine
lo faceva fiorire
di dettagli credibili
più tardi gli sconfinamenti dei libri
la ragione che vede la sua casa
e nella stanza piú piccola
il vuoto


4 risposte a “La misura dello zero. Bruno Galluccio”
Ho letto e apprezzato molto il libro di Bruno Galluccio La misura dello zero, come avevo apprezzato il suo precedente Verticali. Trovo particolarmente stimolante e interessante il raporto tra pensiero e linguaggio scientifico e quello poetico, che come dimostra l’autore non sono per niente inconciliabili, in quanto seguono entrambi regole e codici strutturati. La capacità di Galluccio di incrociare questi codici è davvero notevole e il risultato è l’esplorazione di un universo immaginifico e metaforico, spesso complesso, che non si può mai conoscere fino in fondo. Un omaggio ai matematici e alla matematica, un percorso nel cosmo della fisica quantistica per arrivare all’uomo e alle sue angiosce. Un libro che crea uno spaesamento nella sua ricerca dell’essenzialità, del grado zero del tutto. Molto intensa liricamente la sezione Sfondi.
Grazie a Francesco Filia per questa sua nota di lettura.
Saluti
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ringrazio di nuovo qui Francesco Filia per l’attenta lettura e le acute osservazioni, utili, come spesso accade per le buone recensioni, all’autore stesso ; grazie all’intera redazione di Poetarum Silva e sono infine molto grato a Monica Martinelli per il commento stimolante e lusinghiero !
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Grazie a te Bruno! E grazie anche a te Monica per il tuo commento.
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[…] matematici a un altro poeta contemporaneo quale Bruno Galluccio (di cui Francesco Filia ha scritto qui). Borio tuttavia propone ciò che in aritmetica o algebra non ha significato (la divisione di zero […]
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