Una frase lunga un libro #7 – Robert Seethaler: Una vita intera

 

Una frase lunga un libro #7

una vita intera - seethaler
Robert Seethaler – Una vita intera – Neri Pozza, 2015 – trad. di Riccardo Cravero. € 14,00

“Non dormiva quasi mai in un letto, di solito si buttava sul fieno, in una soffitta, in qualche ripostiglio o stalla, accanto al bestiame. A volte nelle miti notti d’estate stendeva una coperta da qualche parte su un campo falciato di fresco, si sdraiava sulla schiena e guardava in alto il cielo stellato. E allora pensava al futuro, che si allungava senza fine davanti a lui proprio perché Egger dal futuro non si aspettava niente. A volte, dopo essere rimasto sdraiato così per un po’, aveva la sensazione che la terra sotto la schiena si sollevasse e abbassasse piano, e in quei momenti sapeva che le montagne respiravano.”

Quando finisco di leggere i libri che mi piacciono mi domando sempre da dove vengano le storie. Carver (in Niente trucchi da quattro soldi minimum fax, trad. Riccardo Duranti) scrive: «Nessuna delle storie che scrivo è mai successa veramente, ma le storie non nascono dal nulla. Devono venire da qualche parte, almeno le storie degli scrittori che ammiro di più. Hanno qualche punto di riferimento nel mondo reale.» Carver prosegue e dice che la storia è come una palla di neve che rotola a valle, man mano ci si aggiunge qualcosa. Me lo sono domandato anche alla fine della lettura di questo bellissimo romanzo: da dove viene? Arriva dalla memoria di Robert Seethaler? Da un pezzetto di una vecchia storia tramandata? O da un’immagine fugace e dopo tutta fantasia? È una domanda che conta per pochi minuti, però. Per il lettore conta (e conta sempre) la storia che si ha davanti e conta più dell’autore (di Seethaler, ad esempio, ignoravo perfino l’esistenza fino a qualche giorno fa) e dei suoi, di certo, importantissimi perché. Allora proviamo a vederla questa piccola e meravigliosa storia. Andiamo a vedere com’è.

Seethaler, in Una vita intera, uscito per Neri Pozza a fine marzo, racconta la vita di Andreas Egger, nato agli inizi del Novecento e morto una ottantina di anni dopo. Andreas è un bambino silenzioso, tanto da non proferir quasi parola fino al tempo in cui andrà a scuola. Parlerà poco per tutta la vita. Egger perde la madre da piccolo e viene affidato a un cognato, un tizio cattolico e terribile, un tipo di vigliacco molto comune, che lo accoglierà in casa solo perché al collo porta un sacchetto con del denaro. Egger viene picchiato dal parente con un bastone, ogni volta che farà il più piccolo errore: un lavoro fatto male, una scodella con la zuppa rovesciata. Una volta verrà picchiato così forte da subire un danno permanente alla gamba, nemmeno l’aggiustaossa (non ci sono soldi per l’ospedale) del paese vicino riuscirà a rimetterla a posto. Eggers resterà zoppo e solo, per tutto il paese sarà sempre lo storpio, eppure crescerà molto forte, robusto, diventerà in grado di fare – e bene – qualsiasi lavoro. Saranno lui, la zoppia e il silenzio i cardini di questo libro. Nella frase che ho scelto si legge che Egger pensava al futuro e che da questo non si aspettava niente. E poi si legge quella cosa bellissima sul respiro delle montagne. Andreas, apparentemente, poco sensibile, schivo, proverà uno strano cambiamento quando una donna lo sfiorerà con il braccio, avvertirà uno strano tipo di dolore. Dopo un corteggiamento fatto di passeggiate silenziose e di vertici romantici e commoventi, la sposerà. Lavorerà di più, prenderà un terreno, costruirà un casa, proverà a rendere Marie (questo il nome della donna) felice, senza sapere bene cosa sia la felicità. Egger è un uomo che accetta il suo destino, resterà in piedi dopo un grande dolore e sceglierà la guerra, forse, per non morirne, o per trovare un modo per morire. Di nuovo il silenzio e la pazienza lo faranno resistere in un campo di prigionia russa. Il libro è considerato, in Germania, uno dei migliori del 2014, amato dai critici e dal pubblico; un libro che non è facile dimenticare. In questo romanzo, così come in Stoner di John Williams o come in alcuni racconti di Winnesburg, Ohio di Sherwood Anderson, all’apparenza, accade molto poco. In fondo cos’è la vita di un solo uomo che non lascia mai il suo paese in montagna per tutta la vita? Che non parla? Che quando sarà il tempo non vorrà un televisore? Che non avrà mai un amico? Io credo sia quasi tutto. La magia di questa storia è il modo. Andreas è uno che vorresti abbracciare dalla prima all’ultima pagina, perché quella solitudine è un po’ di tutti, la sua saggezza un po’ meno. Non capisci se vorresti salvarlo o se farti salvare da lui. Qui dove non manca la morte, non manca nemmeno la sua accettazione, perché accettarla fa parte di tutto quello che hai vissuto e quello che hai vissuto potrà farti dire, guardando negli occhi un altro uomo: «Ma sei zoppo». «Forse a valle» disse Egger. «Ma sulla montagna sono l’unico che cammina dritto».

© Gianni Montieri

3 comments

  1. Seguirò questo consiglio letterario, grazie. Recensione davvero emozionante. Quando sento anche un lontanissimo paragone con Winnesburg Ohio, non posso esimermi…:)

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