Dario Bellezza: poesie

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Oggi riproponiamo nel nostro blog, in un unico post, alcune poesie di Dario Bellezza, già proposte in tre distinte occasioni negli scorsi mesi (1, 2, 3).
Alla luce della recente pubblicazione della sua intera opera poetica per Mondadori (Tutte le poesie, a cura di Roberto Deidier; qui si può leggere un articolo pubblicato nel “Manifesto” all’indomani dell’uscita dell’Oscar mondadoriano), avvenuta dopo molti anni in cui Bellezza sembrava essere stato dimenticato, ci sembrava perciò doveroso rilanciare questa selezione di poesie.
La scelta viene da alcune raccolte che, prima del volume Mondadori, risultavano introvabili, erano andate fuori catalogo: Libro d’amore (Guanda, 1982; con testi scritti tra il 1968 e il 1981), Io: 1975-1982 (Mondadori, 1983) e Proclama sul fascino (Mondadori, 1996).

Alessandra Trevisan

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da Libro d’amore
da “Amore”

Nella mia notte il pessimo tuo mattino
sul lastrico mentre io vado a dormire
e tu non hai casa. Sei solo nel temporale.

Sì, nel lastrico, i marciapiedi a camminare,
sonno mai dormito per te. Invano io
nel letto e le sudate coperte

e tu mendichi a me piangendo la tua giornata
per accontentare la mia primordiale ferocità.

Che ora costringo il mio cattivo giorno all’aria
fino al castello delle tue ossa che un amante
inglese scrocchia.

Non c’è lutto per te, letto, usate
brande o mutande…

*

Il passato della felicità. La sigaretta
accesa dopo la congiunzione casuale
e orale. Tu nel letto a gambe semiaperte: –
incontro di materia, e il segno
della virilità ormai rimpiccolita,
tornata alla pigra quotidianità.

I critici malati d’immortalità:
regine dei giornali che sputano
sentenze mentre tu chiedi
una maglietta vecchia per andare
al mare dove non affoghi
bagnando le tue ali.

*

La leggera sciarpa avvolgi intorno
al collo sottile, con un giro
lunghissimo che sferza l’aria
e mi lega al vento mulinello
che produci e la Vergine o i Gemelli
invano saltano fuori con l’oroscopo
dal giornale.

Tu, stella mia, mi attiri.

*

O Narciso inesprimibile e leggero che fuggi
a me ormai dagli anni consunto, dalle ere
tutte sopra questa mia ambulante carcassa

fermati a guarire il mio cuore stanco
nella notte senza tempo del pensiero!

Sangue e morte e strazio i simboli
arcaici di chi si arrende al tuo fiato
profumato di viole, alla tua mano
dimenticata sul grembo virgineo

di te giovanetto insensato
per questo interamente dedito al passato
corpo interamente innamorato.

Per te cedere a questo bisogno d’infanzia
dell’età presta a passare dileguando.

*

da “De profundis”

Variante

Solo col mutamento ritornerai
rimorso della coscienza attutirai
al vaneggiante mio impossibile desiderio

ma quante volte busserai inascoltato
delittuoso intento mi precipiterà
nel tartaro di tutte le follie!

Magari potessi raggiungerti nell’imperfezione
della mia stracca carne di bestia avvilita e reclusa
farti ancora compassione, risparmiare fiato e voce
per le querele implacate dell’esecrazione.

Invece la monotonia cresce dal fondo
degli anni clandestini
i tiepidi mattini di primavera
lasciano solo amaro nella bocca.

*

Racconto l’affamato scontro di due vite
per impetrare nella vita idiota
la promessa felice della vittoria
sul ricordo del lupo e del pugnale
e voi assonnati adolescenti odorosi
di fumo presto sfiancati dalla maturità
rispettate il codice cupo di chi volle
strumento assurdo dell’eternità.

Il pane muffo e le patate bollite che mangiai
con uno di voi sonnolento buffone meritano
la muffa eterna della vigliaccheria o
la forza della misericordia che s’elimina
crescendo verso la dolcezza estrema
del suicidio più lento: vivere.

*

Bruciavo d’amore e voluttà
nei calzoni fiorenti dell’estate
il latte versavo chiaro
sull’erba matta dei giardini
solo le panche ci erano amiche.
Senza legge l’erotico abbandono
usciva illividito al suo bel bagno
sotto l’innaffio del chiodato airone
puro amore ribadito invano
le membra calde ribaciate intanto
rischiano lo sfacelo e il malefizio
delle generazioni possedute dalla morte.

*

da “Sesso”

Niente si offre per l’ultima volta,
perché tutto dopo il sonno ricomincia.

si riforma il seme dei ragazzi. Le
polluzioni sono infinite. Compagni,

ragazzi morituri, orfani matricidi
spegnete la sete che è in me d’amore
deluso in questi versi rattrappiti.

***

da Io:1975-1982
POLVERE E CENERE

Ciò che in polvere è stremato
più di futuro non risorge
Chi è in Croce
alza gli occhi
e conta le costellazioni, almeno.

Beato chi è felice
a prevedere massacri
e strepiti e il nulla melodioso
inferno salutare.

Fragile me invece
che inginocchiandomi non so
sulla terra nuda e polverosa
e baciarla senza rancore
di doverci tornare.

.

*

da IL VIAGGIATORE D’OMBRA

Sarebbe come scomparire dietro l’opera
bugiarda che si è involata di mattina
pensando invece che alle Opere, o
alle Forme, al bisogno reale
di niente dire, o galoppare in silenzio
verso lidi incogniti, bruciati
dalla salsedine, con l’idea dentro
trionfante del nulla miserabile.

.

*

Penso che dovrei avere un figlio:
che mi guardi dal letto sfatto e sorrida
mentre ascolto una musica lontana
celestiale, di sogno… La porta
aperta sull’infinito, e un’infinita
preghiera… Calme parole
sussurrate nel vento aperto
della notte oscura. Io ti guardo,
figlio, dormiente sereno
in un tripudio colorato, mimetico
di rosse coperte, su un divano bianco
un cappelletto blu in testa
a coprire i capelli tagliati corti
come un collegiale o un militare.

Io solo, solissimo ti guardo,
figlio, non avendo doni per te
oggi che splende il tuo sedicesimo
compleanno. Non trovo
che sommesse virtù per rasserenarti
in un futuro che nessuna morte
intoccabile sfiorerà
con la sua adunca orrida mano.

.

*

da GATTI

Rimorso a guardarti nella confusione;
sei solo una gatta, anzi sei una gatta,
una natura felice, un miracolo, un incanto:
quando agiti la coda o cerchi di afferrarla
sei più dispettosa di ogni ragazzo,
più dolce di ogni zucchero filato.
Ma il rimorso mi divora, sapessi,
pensando che dovrò lasciarti,
non sono fedele negli amori,
non so sacrificarmi.
Dimmi che fine farai
lasciami libero di decidere,
di perdermi in un altro destino.

.

*

Una giornata di maggio, piovosa
il cielo lassù senza speranza
incerto, timido di pioggia
da buttare purificando le Creature
Io passai, fantasma assorto
in un peccato paradisiaco
davanti a rovine antiche
e lì tre creaturine miagolanti
m’invitarono a soffrire con loro.
Erano dentro una busta di plastica:
umidi di guazza ma vivi, ed io
li raccolsi davanti a tutto
il concerto di gatti randagi
che aspettavano il cibo delle gattare
Io ero ormai un gatto: gli occhi
di sirena delle femmine-gatto
mi guardavano cantando mentre
accorrevo al trepido soccorso.
Io fuggivo con la busta, e le gatte
mi correvano dietro contente.
I ciechi pulcini si agitavano
in cerca delle poppe
che io non avevo, armandomi
di un sottile contagocce
Fui certo di perdermi
in quell’universo gattesco…

.

*

LA GATTITÀ

È molto più gatto lui di lui…

Ma la gattità che cos’è? E dove
dovremo volteggiare per raggiungerla?
Io rispondo al querulo amico
che è dentro di me, o forse
nemico ai giorni e alle ore
della vita che passa senza speranza,
io appunto rispondo con sapienza
innocua e innocente, non lo so:
tanto mi basta sapere
che la gattità è un’entità
fissa e superba
di cui gli uomini sono
totalmente sprovvisti.

.

*

Leggiamo le mie possibilità amorose.
Come avessi vent’anni, e andassi
per stracci, o fidanzate poco
credibili… La verità è che
non amo più, né sento niente
dentro se non sommessi insulti
a quel colui che ero, che non sono
più, tranne vendendo i reliquarii
di me stesso, fuggendo le pratiche
abominevoli di folli stregoni
chirurghi del mio corpo, saltando
verso la fine alcune brevi estati
di malinconia. Ecco la paura
di essere docili al piccolo
principe azzurro dei miei coglioni!

.

*

da ‘io’

M’impaura la mia incerta voce
che certo smania il suo tono
implacabile di verità. Una voce
sottile, smagata che corrode
l’anima mia nera di peccati.

.

*

Dura legge sapere che niente
potrà consolare il niente assoluto
che ci divora lontano dal mare
nelle sabbie ardenti, o nell’acque
sospirose di una fontana fresca
e salutare. Niente, dirò,
fra pietre immemoriali
che laggiù, nella mattutina
passeggiata, sedendomi
su uno scalino
di una scala lunga
come quella di Giacobbe
guardo.
Pietre, pietre sconnesse
da secoli non più a venire,
ma venuti. Pietre
dure, energiche, maschili
che mi coprirete
non nel linciaggio finale
ma nel dolce sonno del niente
che nessuno vuole sapere,
persona vuole vedere.

***

da Proclama sul fascino
IL FASCINO

L’arcano fascino dell’amore tradito
che fa tremare il sogno e l’incubo
e poi si avvera, s’incista in maniera
che un’anima perduta, di sera,
tocca con mano alata il goloso,
sospirato tradimento, incerto e vero:
il tradimento del tradito, aspettiamo!
Qualcuno invece, mortificante osanna
dirà: Che fascino ha il tradimento?
Non è più affascinante e gaglioffo
virtuoso e immondo un amore felice?
Ma chi tremerà come trema il mondo
se non sente il fascino della persona
amata, non la rincuora e se esce di casa,
sale in macchina, in autobus, in taxi
e va all’appuntamento, al delirio
del destino innamorato che può morte
pretendere o vita presente, sangue,
ma sempre ti esclude, ti annienta
solidale nel silenzio dei sensi.
Cambiamo immagini al fascino
del poeta allora: se l’innamorato
è fedele? La fedeltà non esiste
dirà l’avvocato del Diavolo,
la Sfinge a tre Teste, l’Orrore Brutto, e
allora pensate ai pochi attimi di tempo,
ore, minuti, secondi forse che concede
la persona amata, che per voi ha fascino:
in un letto a palpitare di lussuria:
così circondata da un’aureola, come fosse
una luce di santità la seguite con gli occhi
della memoria, la rimpiangete, la perdonate,
la baciate sulle labbra fredde e intrise
di tradimento. La verità è che tradire
ha fascino, violento e incorruttibile,
e i traditori andrebbero puniti, marchiati
a sangue, bruciati vivi, sulla pubblica piazza!

Una morte lenta legata alla gelosia
dell’amante che non sa darsi pace,
e alla fine propone, invece del sangue
purificatore e smentito, un viaggio!

Ecco, ecco, nel viaggio il Fascino aumenta,
ritorna sublime, nel viaggio
tutto si sublima, si canta, si balla,
e la persona amata vi guarda, beata
mentre si vola, o in treno, o in nave
si fugge verso le Isole Felici o il Paradiso.
Allora sarete in Paradiso, e chi può dire
che lì tutti, compreso Dio, non abbiamo fascino?

.

*

MARILYN

Marilyn, Marilina, come una canzone
marinera Marilina se ne andò all’alba,
uscì dalla favola stupida che fu la sua vita.
Qualcuno si ricorda una foto di lei,
povera creatura ignorante, anzi di te,
mia bionda sorellina senza pace ormai
con Carson McCullers, Karen Blixen
le streghe sono tornate! Fuggiamo
dall’intelligenza, e in più c’è Miller
Arthur il tuo pigmalione feroce
Arturo come Rimbaud dalle suole
volanti, no, nemmeno a parlarne,
un borghese meno capace di reggere
il confronto con la tua follia
di sorellina stupida e innocente
che vuole stare con le scrittrici,
gli intellettuali. Che noia!
Sperando che resti sempre Marilina,
Marilyn, bionda sorellina, oca
giuliva purtroppo con la nevrosi
giusta. Qualcuno, un cantastorie
di favole apocalittiche
dovrebbe cantare il modo
in cui partisti dal mondo dei vivi!
Delitto o suicidio, ma sempre Venere
in agguato a punirti, e al cui capriccio
tutto il tuo sangue ancora si ravviva
dopo la morte alata e non cercata,
e invaghirsi di te è un mistero
testamento e leggenda di spaesati
di vigliacchi untori dell’eros
la tua calda voce di sorellina,
la tua sostanza è impalpabile
ormai, rende concrete gioie serene
della nostra generazione perduta
che ti amò, mitica, o anche prima
come ballerina, certo, una bambola
di carne, non ha letto Freud,
per fortuna può far più male che bene,
ma tu volevi difenderti, o forse
esistere oltre l’apparenza
del tuo corpo muliebre e immortale
nella sua mortalità lasciato ai corvi,
ai nani, ai masturbatori solitari,
nel ricordo di chi ti vede;
vecchi bavosi e frustrati.
Ci volevano nervi più saldi,
e tu non l’hai avuti per resistere
alla sfida del tempo. Per questo
ci piaci; perché fosti
una vittima, una sconfitta
dal tempo e dalla storia infausta
del nostri giorni peccatori.

*

da IL NULLA

Trascolorano tutti i colori
i colori annullano se stessi
si rimane ciechi a guardare
fettuccine mie bambine
rimanete intatte, vereconde
ricordate tanti «restaurants»
tante preghiere di misericordia
prandiale inesistenza, vuoto.
Mie gocciole d’oro, lasagne,
manicaretti, spaghetti,
frizzuli, albertinetti
ormai lontani dal passo
giovanile dell’ubriaco pentito.

.

*

Laggiù, oltre il telefono,
riposi in un letto matrimoniale
aspetti la sposa vera, la spirale
tratterà i dovuti suicidi.
Aspirare l’inverno o il vento
battendo sugli infissi d’alluminio
non c’è speranza oltre i secoli bui
del martirio. Attendo
il tuo corpo, l’anima è volata via.

.

*

Ti aspetto col buio, nel buio.
E se la tregua convince le bellezze
davanti a me – nel letto sfatto
saranno – o come presente
il cuore vandalo verso la fine
trova la tregua al nascere
e al morire – sintassi estrema
prima di morire, morire.
Unica parola vietata, sincope,
deragliata, la fine, di tutto…

.

*

Sei Dio forse
solo perché t’ho amato
e ora inguaribile
ritorno a te
bestemmia, insulto
emblema casto del Passato.

.

*

Non si muore subito.
Si muore poco a poco
in ogni giornata,
impercettibilmente
in attesa di Lei
ci si copre la testa
per entrare nella Chiesa
in espiazione di peccati
mai commessi o tentati.

.

*

Al dunque
togliersi gli occhiali –
gli occhiali ciechi non guardano
ritentando il massacro, una poltrona
vuota, l’affitto da pagare

non perdono ribellioni
ad amici e colleghi.

.

*

I poeti animali parlanti
sciagurano in bellezza versi
profumati – nessuno li legge,
nessuno li ascolta. Gridano
nel deserto la loro legge di gravità.

.

*

Saresti morto di AIDS
poeta assassinato
se fossi ancora restato
fra i vivi incerti

chi ti piange è perduto
al ricordo e al passato.

.

*

Fugace è la giovinezza
un soffio la maturità;
poi avanza tremando
vecchiaia e dura, dura
un’eternità.

.

*

CONGEDO

I critici ostili li ho amati invano.
Ora il Buddismo me li tiene lontani.
Dio mi assolva i peccati letterari.
Quelli sessuali non sono né tali
né osceni reati da prigione, lager
o manicomio. Se sono un expoeta è
solo colpa mia. I critici li perdono.

 

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