Pierluigi Manchia – Poesie inedite

mid

©Littlepoints

 

 

De Sanctis

cosa sono i nostri nomi,
se non un ennesimo modo
di ingannarci?

non c’è predestinazione
nelle loro storie
come manca nelle nostre

-favole su cui modellarci
ma pur sempre storie di uomini-

ancora non abbiamo imparato:
i nomi sono sempre pseudonimi.

 

 

 

*

 

tra duemila anni -o meno- saremo di nuovo niente
ossa muscoli e pelle di nuovo sottoterra,
resteranno delle cattedrali solo granelli.

rassicurarsi:

degli incendi e degli amori
qualche ferita sulle cortecce degli alberi

 

 

*

 

non so la forma del portogallo, ma la mia stanza
è un rettangolo blu con un balcone e due finestre.
invece immagino di notte la forma del brasile,
foresta lontana con metropoli sul fondo.

ti ascolto a un fiato di distanza e penso
che novemila chilometri son tanti (a nuoto)
mentre guardo nature morte di cartacce
e polvere sul pavimento

 

 

 

*

 

shadowplay

di norma, per vedersi, uno
s’accontenta d’uno specchio.
al limite munito di macchine
fotografa un istante, sicuro

di ritrarsi congelato nell’immagine.
altro scrivesi altrimenti su diario
rileggesi poi, a volte, tra le pagine,
o appuntato tra gl’impegni al calendario.

di norma, per vedersi, uno
guarda, se si vede, vede chiaro.
se mi guardo, di norma, vedo scuro,
serro l’occhio, se mi vedo sono niente:
alla fine, giusto un’ombra affissa al muro.

 

 

 

*

 

no, non ora non qui

il solito tentennante sbaglio: chiedermi cosa c’è dopo
rispondermi da solo enumerando
quello che non c’è e non può
non una sigaretta -non fumo-
non una fuga -una voce rotta, piuttosto, in un debole canto
rassegnato alla fine-
a volte c’è stato un pianto
che non saprei come definire -in negativo-
alla fine sempre così
a stringere nodi, sentirmi marinaio
tenere ormeggiato quello che c’era -e per poco è stato-
un viale alberato di unghie
fioritomi rosso sulla schiena.

 

 

 

*

 

nota a margine

sul margine sinistro della cartina
(di Torino) che non ti ho restituito
la tua grafia, in blu recita, corsiva:
Fermi capolinea
e poi qualcos’altro che non capisco.

ti ringrazio, per il presente non voluto
e per le poche stanghette sul margine bianco
che hai deposto sghembe a cavallo
tra ottavo e nono quadrante.

e anche se interpreto
una frase nominale come geroglifico:
leggerti non ti rende meno distante.

 

 

 

*

 

quando delle mani, insieme con gli occhi,
in un primissimo piano si potrà contemplare
solo il movimento e non già le forme, mai state
chiare, sbiadiranno i contorni delle sagome
entro le quali ho accettato di nascondermi.

leggerete di me solo un diario delle cose che non ho visto
o di quelle volutamente ignorate

un catalogo ordinato per valori d’insignificanza
come se per un istante fosse, l’indifferenza,
una qualità misurabile.

 

 

 

*

 

proprio qui

nell’igiene di un gesto vuotato di ogni senso
nel salto dell’interruttore verso il buio, secco,
dietro la tenda troppo corta che non ho bisogno
di scostare,qui taccio, nascosto, immobile, fermo.

mi convinco: almeno la poesia
deve avere un qualche valore.
intanto noncurante della mia
quanto mai patetica considerazione

svolazza verso lo schianto ultimo
umido del mio palmo, un ronzio.
proprio qui: una zanzara muore.

 

 

 

*

 

still

arriva allora il punto che qualcuno preme still
e insieme ad altri osserva il fermo immagine
l’addetto del montaggio taglia il poliestere e
qualunque spettatore si fa giudice, decide
come e in che bidone gettare le pellicole.

disgraziato l’attore non può muovere
allora, lì, si nota, l’affezione alle comparse,
l’interruzione che inconclude, brusca, la silloge
di foto in sequenza e filtri d’immagine

la macchina si spegne e ferma oscura
i punti luce
congela la ripresa in una sola sincope.

 

 

 

 

manchia

 

Biografia:
Sardo-Catalano nato in una cittadina ventosa del nord Sardegna negli anni novanta.
Ama la  letteratura, il mare, la poesia, nuotare, le canzoni nostalgiche e viaggiare.

Sopravvive nutrendosi di dettagli di paesaggio e romanzi di ogni sorta. Vive e studia a Torino.

Afflitto da una rara forma di empatia cronica.

3 comments

  1. S’avverte davvero questo stato di agitazione, di fremente ispirazione. L’affanno vorticoso
    della poesia,il vento celato nella biografia stessa della parola; “proprio qui” i versi nascono.
    Che bella bella proposta.

    Mi piace

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