Don DeLillo, Underworld (rec. di Martino Baldi)

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Don DeLillo, Underworld, Einaudi (Supercoralli, 1999; Super ET, 2014; ebook, 2012); traduzione di Delfina Vezzoli

 

Underworld, va detto, è un libro difficile, discontinuo, asincrono, che al lettore non può che provocare un altalenarsi di sensazioni tra l’entusiasmo e lo sconcerto. È però – e questo senza ombra di dubbio – uno dei pochi indiscutibili capolavori della letteratura mondiale degli ultimi venti anni, probabilmente il culmine assoluto della letteratura postmoderna insieme a Infinite Jest di Wallace e 2666 di Bolaño.
La vicenda è impossibile da riassumere per la molteplicità dei suoi temi e dei suoi livelli temporali. Vi si mescolano vero e verosimile, personaggi reali (Frank Sinatra ed Edgar Hoover, per esempio) e fittizi, presente e passato, narrazione e riflessione, fatti e teoria, in un continuo slittamento intertestuale e interdisciplinare.
Già la sintesi estrema di ciò che è raccontato dal romanzo – il pitch, come direbbe uno sceneggiatore americano – mette in evidenza sin da subito la natura ancipite di un’opera che non teme di rivolgere le sue due facce nelle direzioni più contrarie, alla ricerca di una sintesi tra il minimalismo più calibrato e il più ambizioso massimalismo. La storia, di fatto, è quella di una pallina da baseball, ma è allo stesso tempo la storia nordamericana degli ultimi cinquant’anni del secolo scorso, con le sue vicende storiche, politiche, sociali, industriali, artistiche, architettoniche, musicali: un grandissimo affresco della società e dell’identità americana attraverso tutto quel che è visibile e, soprattutto, ciò che non lo è.

La pallina da baseball è quella del fuoricampo che decise, all’ultima azione della partita, la mitica finale del campionato di baseball del 1951 tra le squadre dei Giants e dei Dodgers, all’epoca entrambe di casa a New York.

Nello stesso giorno da qualche parte, nel mondo, l’Urss ha compiuto dei test per mettere a punto delle armi nucleari. In questo iato tra il quasi niente e il quasi tutto si apre la respirazione di un romanzo che è anche un’enciclopedia di emblemi del contemporaneo e una summa di riflessioni sulla civiltà occidentale: una “opera mondo”, per usare la fortunatissima definizione che Franco Moretti ha dato di quelle opere enciclopediche, polifoniche, aperte, coltissime, stratificate, didascaliche, interminabili che mirano a rappresentare la complessità di un’intera epoca. È il caso, per esempio, tra le altre, di Faust, di Moby Dick, dell’ Ulisse e de L’uomo senza qualità, tutte opere in qualche modo stilisticamente imparentate con Underworld.
La pallina passerà di mano in mano, attraverserà le miglia e i decenni, il tempo si annoderà su se stesso; vivremo in prima persona momenti epocali della storia americana e vicende di serial killer che hanno tenuto col fiato sospeso l’intero paese; saremo messi a parte dei più angosciosi dietrologismi legati all’industria dei rifiuti o alle vicende della guerra fredda; saremo travolti dalle scene di massa di una New York in delirio per l’evento sportivo dell’anno; vedremo dal cielo inimmaginabili opere di landing art; sprofonderemo con gli occhi e l’anima dei protagonisti dentro un dipinto di Pieter Bruegel come in un gorgo o tra le surreali Watts Towers di Los Angeles come in un sogno surreale; ci perderemo nel backstage di un concerto dei Rolling Stones; assisteremo ipnotizzati (e probabilmente anche annoiati) alla proiezione di un immaginario inedito ritrovato del primo Ejzenštejn (Unterwelt, traduzione tedesca dello stesso titolo del libro); attraverseremo i quartieri più malfamati e le abitazioni più chic di New York; saremo inquietati nel profondo dall’ombra della guerra fredda e dall’incombente minaccia nucleare; e molto altro ancora. Ma saremo anche irretiti dalla verbosità di alcuni personaggi, da uno stile a volte incalzante nei movimenti, altre allentato da una riflessività e analiticità senza misura; da una narrazione che procede in modo discontinuo e disarmonico; dal moltiplicarsi dei personaggi e dei temi come in un dipinto su un vetro caduto e frantumato in mille pezzi.
Underworld è il libro che più di ogni altro, o perlomeno come pochi altri, rende palpabile la linea sottilissima che nella grande letteratura, e nella grande arte, allo stesso tempo divide e lega per sempre la fatica e l’emozione del guardare il mondo con occhi improvvisamente nuovi.

© Martino Baldi

Nota: le recensioni di Martino Baldi sono pubblicate in accordo con la Biblioteca San Giorgio di Pistoia

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