Mario Schiavone – Il segreto

biennale architettura 2010 - foto gm

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Mario Schiavone – Il segreto

 

 

Non sono tanti i momenti che ho condiviso con mio padre, dopo la morte di mia madre era accaduto di vedersi ma non di stare assieme facendo cose che fanno un padre e un figlio. Lui sapeva di me più o meno quello che mi era accaduto dalla nascita fino all’ultimo compleanno trascorso con mia madre. Il tempo di prima: quando lei c’era ancora e io avevo solo tredici anni. Del tempo di dopo non ricordo molto, a parte i funerali e tutte quelle frasi di circostanza che dice la gente quando muore qualcuno. Ricordo bene che a promettere di volermi stare vicino erano in tanti, a farlo davvero uno solo. Lui era un compagno di quartiere fidato che sapeva molte cose dei nostri paesani. Si chiama Carlo, ma tanti lo chiamavano Lampadina. Se sapevo qualcosa su mio padre era solo grazie a Lampadina, che trovandosi a raccogliere in giro (e custodire) voci e informazioni che circolavano su molti del paese, sapeva cose che potevano interessarmi.

-Mi piace guardare la gente e sapere chi saluta, dove fa la spesa, che macchina usa quando esce. Guardo tutto e me lo segno nella testa, come una macchina da presa per fare i film. Poi, qualche volta, ci aggiungo pure un po’ del mio pensare. Invento storie, come quelle del cinema. Me le tengo tutte in testa, perciò non dirlo a nessuno, perché se mi scoprono passo per uno che ha la testa da pazzo.

Questo mi aveva rivelato Lampadina, il giorno in cui gli avevo chiesto della fonte di quelle informazioni. Io mi ero fidato senza indagare più di tanto.Con quei fatti in parte veri e in parte inventati ne sapevo di più su quella parte di vita che mio padre viveva altrove, quando non stava a casa. Usavo quelle  verità che uscivano dalla bocca di Lampadina per costruire nel mio cuore paesaggi familiari fatti di bei pensieri. Ma a volte, dopo tutto quel bel pensare mi veniva un forte  mal di testa; i pezzi dei ricordi belli scomparivano e si facevano vivi quelli che facevano male: immagini brutte e dolorose dure da incastrare fra loro perché consumate  come scarti di conchiglie levigate dal mare e pesanti come sassi scuri di fiume. Se le cose vere -come quel poco che davvero sapevo di mio padre- e  le cose non sempre vere, (come quello che inventava su di lui Lampadina) si mescolano fra loro finisce che una persona cara ai nostri occhi diventa un po’ pesce di acqua dolce e un po’creatura marina di acqua salata: un pesce mutante che evoca ricordi. E i ricordi, pure quando somigliano a creature mostruose, sono sempre ricordi: piccole formiche che abitano il nostro corpo come se fosse un tronco di legno morente.

 Forse mio padre si muoveva nel mare della vita come un pesce mutante, cambiando sempre aspetto e forma  con l’intenzione di mimetizzarsi fra la gente. Doveva riuscirgli male quella trasformazione perché  sul suo conto giravano tante storie.  Per il paese circolavano leggende sui pesci giganti pescati da lui e sulle gare di pesca che organizzava con i suoi amici. La storia più incredibile la raccontava spesso suo cognato, mio zio il  barbiere. Zio Tonino aveva un salone nel centro del paese e quando la gente entrava da lui raccontava sempre di quando mio padre, pescando a mare con canna e mulinello, aveva tirato su due pesci in un colpo solo. Diceva mio zio  che un’aguglia aveva abboccato all’amo della canna di mio padre, tirandosi dietro un grosso polpo che stava per risucchiarla dalla punta della coda. Amo e lenza avevano resistito al peso dei due pesci. Solo la canna aveva ceduto a pochi metri dalla riva spezzandosi in due come un ramo secco. Mio padre, secondo quanto diceva zio, per non perdere il pescato era entrato nell’acqua e aveva afferrato l’aguglia e il polpo gigante a mani nude. Io e Lampadina, non contenti di certe storie che circolavano, eravamo andati a cercare un testimone: un appassionato di pesca capace di confermare la possibilità reale di quanto raccontato su polpo e aguglia. Lampadina mi aveva spiegato che la voce più attendibile in merito a certe storie di mare era quella del vecchio pensionato Nicola, detto “Il professore”. Lo chiamavano così perché da giovane era stato insegnante in un liceo scientifico. Lampadina sosteneva che Il professore, fin dal primo giorno di pensione, aveva trascorso il tempo tra la sponda di un fiume e le scogliere del mare pescando per anni e anni, senza mai pensare a farsi una famiglia. Condizione, quella dell’aver famiglia, che ai nostri paesani sembrava indispensabile per avere quella che molti chiamavano “una vita normale”. Per questa ragione misteriosa, questo suo volere vivere in solitudine, Nicola era sopportato da poche persone. Alcuni di quelli che lo odiavano, per mostrare in modo chiaro il loro disprezzo, dicevano durante le conversazioni a perditempo che si tenevano in piazza, per le strade del paese o fuori al bar che Nicola era pazzo. Che uno così non si era fatto una famiglia perché gli piacevano i maschi.

Io e Lampadina sapevamo che abitava dalle parti di via Fiume, ce lo aveva riferito mio zio Tonino che gli faceva la barba ogni due domeniche.

-Quando non passa i fine settimana a pescare, se ne  sta in Chiesa. A consumare il tempo pregando a bassa voce, seduto su una delle ultime panche.

 Questo ci aveva detto mio zio Tonino, con l’aria di chi ha svelato un grande segreto inconfessabile.

Una domenica mattina io e Lampadina avevamo seguito il vecchio Nicola dall’uscito della chiesa fino a sotto casa sua, dopo averlo pedinato per minuti.  Fermandolo lo avevamo chiamato zio, anche se non era uno dei  nostri parenti: per sembrare più educati.

-Zio Nicò… vi dobbiamo domandare una cosa…

-Non mi pare di essere vostro zio, comunque…che cosa mi volete domandare?

-Cosa pensate della storia su Gino il pescatore?

 Lui si era fermato. Ci aveva squadrato dalla testa ai piedi, come a voler prendere le nostre misure. Senza dire niente si era rimesso a camminare.

-Questo è peggio delle mie maestre di scuola.

Avevo sussurrato a Lampadina.

-Che vi costa rispondere?

 Gli aveva gridato dietro Lampadina.

Il vecchio Nicola si era fermato di nuovo e dopo essersi grattato la basetta destra dei pochi capelli che gli rimanevano aveva risposto:

-Le ho sentite anche io quelle storie. Ma Gino, il figlio di Maria Di Cunto buonanima, non si rende conto che a pescare servono pazienza, bravura e fortuna. Non serve una bocca larga con cui tirare fuori parole. Tanto per sembrare degli eroi. I pesci non parlano, non sentono. Per questo, a uno che pesca, le parole non servono.

-A chi siete figli voi due?

-Io sono il figlio del macellaio che abita vicino la Piazza con la statua di Padre Pio.

 Aveva risposto Lampadina.

-Io sono…io sono il figlio di Lianora. Quella che vendeva i fiori in via Bari.

 Mi ero trovato a rispondere rimanendo senza fiato in gola dall’emozione.

 -Quindi tu sei il figlio della povera Lianora, quella che è morta. Brava femmina tua mamma, che possa riposare in pace adesso. Ma tuo padre, mi spiace dirlo, è  proprio un poco di buono. Lo sanno tutti. Pensa solo a contare storie: lingua lunga, cuore piccolo diceva mia nonna.

Mi era venuto il freddo al petto. Avrei voluto difendere mio padre in quel momento, ma non sapevo da dove cominciare. Era difficile difendere uno che conoscevo poco.

-Se questo è tutto io me ne vado.

Aveva detto poco dopo il vecchio professore.

Dopo quella parole si era allontanato senza fare rumore. Silenzioso e stretto nel suo completo di velluto, come un burattino di teatro che scompare dalla scena dopo lo spettacolo.

Tutte quelle storie sulla fortuna di mio padre nella pesca, avevano fatto nascere in me il desiderio di raccogliere qualche storia speciale da raccontare ai miei compagni di scuola: descrivevano spesso i loro padri come degli eroi. Io, dovendo descrivere mio padre, non sapevo mai cosa dire di speciale. Così una domenica in cui lui era al bar lo aveva fatto  cercare da mio zio Tonino il barbiere.

 -Qualcuno vuole farsi la nottata vicino al fiume?

Aveva domandato mio padre ai suoi amici del bar, proprio mentre mio zio entrava per dirgli di me. Quel giorno nessuno dei suoi amici aveva voluto accompagnarlo a pescare, così lui era passato a prendermi dopo le richieste insistenti di mio zio.

Oltre alla rete da fiume, quella a maglia larga piegata in una cassetta di plastica, e ai pesi in ferro per fermarla sull’acqua avevamo preso due bottiglie d’acqua, dei panini e una coperta matrimoniale di lana: era tutto quello che ci serviva per andare a gettare le reti da pesca trascorrendo la notte fuori. Eravamo partiti poco prima del tramonto.

 -Ti faccio vedere che peschiamo tante carpe, belle grosse. Abbiamo una rete buona.- mi aveva detto mio mentre guidava.

-Lo so papà.

 Avevo risposto io, tirandomi con le dita l’unghia lunga del pollice destro fino a farmi uscire il sangue.

-Passare la notte vicino al fiume ci farà bene, l’hai capito no?

Aveva detto lui, mentre mi bagnavo il dito con la saliva.

 -Hai proprio ragione papà.

 Avevo risposto io imbarazzato per quelle parole piena di speranza. Però, sentendo il sapore amaro del sangue in bocca mi erano venute in mente le parole che mi aveva detto il vecchio pescatore Nicola: mio padre parlava troppo davvero.

Eravamo scesi fino alla destra del fiume, percorrendo una stradina poco asfaltata prima di fermarci  sulla sponda del fiume vicino al ponte, quella dove abitava poca gente.

Dopo aver noleggiato un piccolo gozzo a motore avevamo caricato la rete, i suoi pesi e le boe costruite con le taniche di candeggina.

Al centro del fiume, nel punto in cui l’acqua era più alta, mio padre aveva gettato la sua sigaretta in acqua. Spento il motore della barca aveva cominciato a coprire il pelo dell’acqua con la rete. L’aveva calata sul pelo dell’acqua allungando le braccia mentre si piegava dalla punta del gozzo,  a me era toccato di remare piano e a ritroso, per non spaventare i branchi di pesci. Con l’ultimo metro di rete calata in acqua, il sole era scomparso del tutto. Mio padre aveva acceso una piccola lampada a gas che stava in un secchio sulla barca e sotto quella luce avevo guidato l’imbarcazione fino alla palizzata di legno della banchina nautica.

Raggiunta l’auto c’eravamo messi a mangiare i nostri panini in silenzio, sentendo solo il rumore del cibo masticato fra i denti, prima di abbassare i sedili per sdraiarci.

-Ci pensi mai?-aveva detto mio padre mentre eravamo sdraiati.

-Ai pesci nel fiume? – avevo risposto io.

-Ma quali pesci. Dico, ci pensi mai a tua madre che non c’è più?”

-Si, ci penso, quando ci penso troppo mi viene freddo al petto.”

-Anche io ci penso. Ma voglio dirti una cosa…

-Che cosa?

-Io volevo bene a tua madre, pure se non c’è più adesso.

-E a me che ci sono ancora mi vuoi bene?

-Come dici?

-Papà… ti ho chiesto se mi vuoi bene.

-Quando non mi fai arrabbiare ti voglio bene. Ma non sempre fai succedere cose belle nella mia vita. Certe volte secondo me ti metti con tutta la tua forza maligna per far andare le cose storte.

Dopo quelle sue parole mi ero addormentato. Avevo  sognato di vedere me stesso in un piccolo televisore che mandava in onda solo cose brutte: creature dal corpo triangolare e dalle grandi mani che cercavano di afferrarmi in alcuni momenti. In altri momenti piedi giganti che mi rincorrevano, mentre diventavo sempre più piccolo. Davanti al televisore c’era una grande poltrona sfondata, da quella postazione mio padre  mi guardava ridendo a crepapelle.

 -Svegliati, muoviti. Che dobbiamo andare a prendere la rete.

Aveva detto la voce che mi era entrata in testa mentre facevo quegli incubi, poi avevo sentito una  forte presa che mi aveva scosso dal sonno tirandomi per la spalla. Riaprendo gli occhi  li avevo strofinati: come prima immagine il fiume oltre il vetro dell’auto e alcuni uccelli  mentre planavano sull’acqua argentea.

Eravamo scesi dalla macchina in fretta, quasi inciampando nella coperta usata per coprirci le gambe,  per andare fin sul pontile di legno e raggiungere il piccolo gozzo  preso  a noleggio.  Mio padre aveva messo in moto il motore e poi lasciato a me il comando del braccio da guida del motore a scoppio, io avevo accelerato gradualmente per raggiungere il centro del fiume. Giunti nel punto in cui si allungava la rete sotto di noi avevamo raccolto prima i pesi di ferro, poi le boe e infine lui aveva cominciato a tirare la rete.

-Guarda che  carpa, la vedi com’è bella- aveva detto mio padre indicando la mezza coda di un piccolo pesce impigliato in un frammento della rete che spuntava dall’acqua.

Avevo guardato bene la carpa impigliata nella rete. Era macchiata di fango e batteva quel che restava di una coda mozza. Si muoveva a scatti e somigliava a un giocattolo di gomma, di quelli che funzionano a batteria.

Aveva tirato sopra ancora altri metri di rete, ma erano venuti  galla solo alcuni rami secchi trascinati dalla corrente.

-É piena di pesce questa rete, spegni il motore se no si agitano e scappano via”- aveva gridato mio padre con il fiatone.

Più osservavo la rete che tirava mio padre dall’acqua e più mi accorgevo che era sì pesante, ma non vibrava come le reti colme di pesce nei documentari visti in televisione.

Mentre lui si affaticava per tirare con ancora più forza la rete,  avevamo  pescato solo lattine di coca cola scolorite, pezzi di bagnarole di plastica e altri scarti che il fiume aveva vomitato fra le maglie della rete.

La faccia di mio padre aveva cominciato a cambiare aspetto, con l’avanzare dei metri di rete tirata a vuoto. La pelle intorno alla bocca e agli occhi formava smagliature nervose. Quando eravamo arrivati all’ultimo pezzo di rete si era voltato fissandomi, aveva detto:

-Ti ho fatto io, ma ci ha messo la mano pure il diavolo. E’ mai possibile che da questa rete esca solo monnezza?

-E che c’entro io?

-Devi starti solo zitto. Fammi il piacere di stare muto, sei tu che porti male.

Così ero rimasto in silenzio, senza dire una parola. Avevo guardato l’unica carpa pescata che ancora si dimenava nel secchio dei pesci e mi ero sentito come un animale morente. Il pesce moriva perché rinchiuso nella plastica, io mi sentivo morire a causa della plastica che mio padre trovava impigliata nella rete.

Dopo aver raccolto tutta la rete ci eravamo avviati alla sponda del fiume con la carpa nel secchio che ancora si dimenava.  Fiero di quell’unico pesce pescato immaginavo meravigliose storie da raccontare in paese. Poco prima di scendere dalla barca, mio si era fatto passare uno dei remi del gozzo e lo aveva usato per cominciare a colpire più volte il pesce schiacciandolo sul fondo del secchio. Gli schizzi di sangue avevano coperto i bordi del secchio, l’animale aveva battuto sempre più forte la sua mezza coda, ma mio padre aveva continuato a colpirlo dicendo:

-Muori, che a te ti ha cacato il diavolo che ti teneva in corpo.

 Subito dopo aveva lanciato nel fiume il secchio con tutti i resti della carpa. Senza dire altro aveva

abbassato la testa per afferrare la cassetta piena di rete. Trasportandola aveva fatto gemiti, sbuffato e bestemmiato senza mai chiedere il mio aiuto. Prima di seguirlo mi ero guardato attorno, e avevo capito che ci ritrovavamo soli: nessuno ci aveva visto. Eravamo solo noi due a custodire quel segreto. Per la prima volta avevo qualcosa da condividere con mio padre e geloso di quell’assurdo segreto che conoscevamo solo noi due, avevo seguito mio padre fino alla macchina.

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© Mario Schiavone

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