Gianni Montieri, Avremo cura – Nota di Annamaria Ferramosca

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Gianni Montieri Avremo cura – Zona contemporanea, pp.67, euro 10
Nota di lettura di Annamaria Ferramosca

Fare poesia è un fare prezioso, che diviene sempre più difficile per il passo veloce della contemporaneità, per il buio che sembra non diradarsi. Per questo appare come un dono improvviso questa nuova raccolta di Gianni Montieri, con il suo invito a cogliere squarci di realtà e farvi luce, attraversando le oscurità del nostro tempo. E’ una necessità forte, che l’autore avverte e fa emergere, di affrontare in modo diverso la routine dei gesti quotidiani, l’automatismo di ciò che facciamo o guardiamo accadere, per sottrarlo alla nebbia dell’inconsapevolezza, ponendolo sotto un riflettore di luce-parola per coglierne relazioni e semi di significato.
È vero: la liquidità Baumaniana della vita contemporanea rende sempre più arduo concedersi pause, spazi di attenzione, per acquisire consapevolezza su eventi anche minimi eppure rivelatori, che scorrono sotto i nostri occhi. Ma può riuscirci la sensibilità dello sguardo poetico, che penetra la realtà sollecitato da tutto ciò che vi accade o che la realtà fa evocare, come, per esempio, brani di frasi udite che possono sbalzare indietro, nel tempo dell’infanzia e dell’adolescenza, facendolo rivivere con altri occhi, altra consapevolezza. È proprio quel che fa, con uno stile serrato e omogeneo lungo tutto il libro e con un’andatura di spontanea ed efficace leggerezza, Gianni Montieri.
Già il titolo mette sull’avviso: abbiamo l’esigenza forte di “avere cura”, di non far passare nel limbo della dimenticanza ogni gesto, ogni evento, di accogliere e vagliare il flusso della vita con la sottile lente della poesia, implacabilmente rivelatrice. Ne emergono indicazioni insospettate, affioramenti del senso – da sempre inseguito – del nostro essere nel mondo. Ecco che il paesaggio si fa vivo e si trasforma insieme a noi, ecco che i movimenti della realtà quotidiana e del passato vengono come illuminati da questa cura gentile delle relazioni; una cura che si dispiega lungo le due sezioni del libro attraverso la doppia dimensione della relazione d’amore e di quella larga, sociale , che riguarda , ma non solo, il degrado del sud, come emerge dai ricordi d’infanzia e adolescenza dell’autore. Nulla deve essere cancellato o respinto, ogni moto evocato ha bisogno dell’attenzione della parola per riacquistare senso, per costruire una consapevolezza che ci restituisca più densa la nostra umanità, più luminoso il pensiero.
E per la cura Montieri usa un linguaggio semplice, colloquiale, a tratti perfino gergale, distante da ogni velleità di poetichese, anzi opponendovisi con il suo lessico piano, definito, efficace. Nel dettato emergono pure spezzoni veloci di pensieri, innescati come da un treno in corsa, con scene di paesaggio urbano, soprattutto milanese, ma anche da altre città come Venezia, Padova, Parigi.
Qui le pause che l’autore compie dentro il paesaggio, come nel testo Milano mi somiglia , con la fusione immediata di visioni e sensazioni, mostrano la sua cifra personale, il suo modo di raccontare preziosamente strampalato, che mescola atmosfera urbana con la pienezza appena trascorsa d’amore, in versi colmi di sottili allusioni:

…tutti lasciano qualcosa prima dei binari
oltre le biglietterie, ai parcheggi
Padova: è presto per chiamarmi fuori
per cui ho tre libri ma non leggo
quello seduto di fianco guarda un film
io non faccio niente
accumulo ritardo
è come se ti avessi ancora addosso
la ragazza di fronte mi sorride
nemmeno se ne fosse accorta

Bastano infatti pochi versi per descrivere i luoghi tramite sensazioni, come in Guardi Marghera gli ultimi due versi, fulminanti:


diresti un posto dove non si muore
un posto di fotografia, da poesia.

Nella prima sezione la spinta al poiein di Montieri sembra essere la tensione a veder fuso il proprio sguardo sulla realtà con quello della donna amata, per cui ogni visione è pretesto per farne scaturire un riflesso emotivo, come se l’amore attraversando la scena ce la restituisse allontanandone tutto il buio.


mentre l’1 scivola sul Canal Grande
mi guardo indietro a San Silvestro,
a Ca’ d’ Oro, ti ripenso quando dormi
appoggiata ai vetri del vaporetto

le gocce d’acqua che sbattono contro
la morte, mai stata così lontana.

Perfino di fronte alle ferite del mondo, al degrado materiale e morale di una città latinoamericana non identificata, la poesia può testimoniare che la consapevolezza del malessere non sminuisce la felicità concessa all’amore (Sorridere per molti giorni è possibile, pag.27)
Ma l’assurdo riproporsi di scenari di guerra, che non risparmiano neppure l’infanzia, si fa strada con prepotenza e il poeta si ritrova sgomento a riflettere sui suoi 40 anni, di fronte ai 20 del morto ucciso in Libia poco prima. Un affabulare semplice, apparentemente distaccato, che non nasconde il tono accorato del pensiero, produce nella seconda sezione – che accomuna il sud alla morte – una catena di testi come una successione di litanie, con il noto corredo (di area napoletana) di morti per fuochi d’artificio, di ottuse credenze e consuetudini popolari, e con il ricordo lontano dei giochi adolescenziali, sottende il timore della morte, il suo come, il suo quando, inconoscibili. Anche questa è cura attraverso la parola: fare i conti con la rimozione della morte, esorcizzando l’angoscia con la ritualità della scrittura, inscenando la fine, già avvenuta o futura.
Il “disegno del morire” (pag,53)  incombe dunque su molti di questi testi come una profezia fossilizzata che occhieggia tra le consuetudini, tra i gesti ripetuti, sempre gli stessi, come nei giochi a carte al tavolo di un bar. È un additare la morte che semplicemente si aggira tra le pieghe del quotidiano assumendo a volte l’aspetto laido di un usuraio o quello di un compagno di scuola “bullo”, poi morto ammazzato, cui a scuola si passava il compito. Eppure tra le figure di questo teatro-destino emerge quella – bellissima – della nonna, unica a”restare in piedi sulle macerie”, intoccata, olimpica metafora del riscatto, della resistenza ad ogni devastazione.
Si arriva alla fine di questa raccolta con in bocca il sapore dolceamaro di un destino che tutto accomuna, un percorso vitale accompagnato da grida di ribellione contro ogni stortura.
Una poesia di chiarezza che attraversa in luce realtà e mistero del nostro vivere e morire.

A.F.

5 comments

  1. Grazie ad Annamaria Ferramosca per questa lettura attentissima. L’attenzione non è mai scontata.
    Grazie a Mauro e a Francesco che un po’ mi commuove

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