Class enemy

locandina

Si può chiedere, a una ragazza di sedici anni che confessa tra le lacrime di voler lasciare la scuola, di cercare la parola “fallito” nel vocabolario e di leggerla ad alta voce? Si possono fare, con lei che si dichiara incapace di capire perché vive, raffronti con Mozart, che sapeva bene cosa desiderava per sé dall’età di cinque anni? Mi sembra di no, e questo è il torto, oggettivo, del professor Zupan, se proprio si vuole cercare in questo episodio uno dei misteriosi mattoncini che spingeranno di lì a poco una ragazza depressa al suicidio. Non importa che la ricerca nel vocabolario serva da base alla frase “non è questo che vuoi per te”; non importa che il paragone con Mozart occorra a ricordarle le sue grandi doti di pianista; l’adolescenza ha un codice retorico e oltrepassarlo è un rischio che bisogna essere pronti ad assumersi.
Il professor Zupan, supplente di tedesco arrivato in una classe slovena a sostituire l’adorata docente in maternità, rivoluziona da subito didattica e approccio con quella che ritiene una classe lasciata a sé. Saluto in piedi, perché il rito distingue l’uomo dall’animale; lezioni in lingua; ogni gesto scelta didattica, agli occhi di un pubblico adulto, e immediatamente frainteso dai ragazzi nel solco di quella ferita che si chiama (e che loro attribuiranno al professore dall’inizio alla fine del film) “nazismo”. Quando Sabine muore, Zupan, già malvisto, si muove con gelida delicatezza (“forse preferireste andare al bar”, è invece la reazione molto più apprezzata di un collega): fa, e nel fare sbaglia, ciò che ha fatto fin dall’inizio, trattando da uomini che il lutto può rendere uomini migliori dei semplici ragazzi, doloranti e aggressivi; pone il confine tra la tragedia e la disgrazia; alla retorica buonista sostituisce la grazia severa degli epigrammi di Mann.
Se non scopriremo mai completamente, com’è ovvio, cosa abbia spinto Sabine al suicidio, i suoi compagni decidono di farsi custodi e sacerdoti del suo gesto. Partendo dall’attribuire colpe – il sistema, la scuola, Zupan – e dal massacro, muta di cani contro capro. Ma il capro tiene testa. Nume tutelare Thomas Mann (“La morte di un uomo è meno affar suo che di chi gli sopravvive”, scrive alla lavagna come titolo di tema, provocando una rivolta), Zupan ignora la fila di lumini accesi che porta al suo ufficio, copre con la preside gli insulti dei suoi alunni, sopporta con ghigni soldateschi la filodiffusione di frasi in memoria di Sabine che lo accusano direttamente di aver procurato la sua morte e desiderare quella di tutti loro. Il film, diretto dal ventinovenne Rok Bicek, supera per finezza, potenza ed economia del gesto “L’onda” di Dennis Gansel, sull’esperimento finito in tragedia di costituire un finto nucleo nazista in una classe per comprenderne il funzionamento.
Eppure qui non ci sono tragedie, perché la ricerca del capro è ridicola. Zupan non è un martire. Zupan ha i suoi torti, primo tra i quali incuneare un percorso educativo in un’ondata di emozioni che non sa gestire. E’ un precettore, Zupan, dei migliori, ma non un professore. Non conta quanto viziati siano i suoi alunni, e quanta bambagia mentale permetta loro di fraintendere ogni gesto fatto nel loro bene. In un gruppo vasto e fragile ed esposto a pressioni misteriose a chi le infligge e a chi le subisce, essere inesorabili, come essere geniali, è rischio. Rischio essere Keating e rischio essere Zupan.

Mann

Alla preside che lo accusa di non saper entrare in comunicazione con i ragazzi, Zupan risponde di non essere tenuto a trattare con i guanti chi ricorda il diritto di studiare dimenticandone il privilegio. Le domanda, con il suo sorriso di marmo, se si deve forse avere paura di loro. Esemplare la risposta di lei: «Benvenuto nel ventunesimo secolo: un tempo erano loro ad aver paura di noi, ora siamo noi ad aver paura di loro».
Rok Bicek, il regista di questo film severo e quasi del tutto privo di colonna sonora (la realtà, del resto, ci accade senza nessun sottofondo), ha ventinove anni, un anno più di me. Ha vissuto in prima persona, in terza liceo, una storia analoga, e l’ha usata per impiantare un film preciso e granitico sulla riflessione più attuale possibile nel mondo della scuola: la cautela. Punto di riferimento ed enorme bacino di contraddizioni, la cautela è il sano principio secondo cui il ragazzo affidato alla scuola è la figura prima da tutelare, sia perché centro del proprio lavoro sia perché più vulnerabile per età e condizione. Ma chi disciplina la cautela? Chi disciplina la tutela stessa? Come evitare che un lutto gestito a tentoni non sbocchi in qualcosa di incontrollabile? E chi protegge le altre figure coinvolte in questo processo se il più debole sfodera le unghie e ricorre a ripercussioni più sottili?
Zupan rompe la cautela, viene meno al patto tacito, considera i piccoli vulnerabili adulti degli adulti vulnerabili da indurire, con grande intelligenza ma anche con senso cinico di superiorità. Senso che sa essere volgare, si veda il rifiuto alla collega di educazione fisica. La possibilità che uno Zupan capiti sulla via di un ragazzo è un tiro di dado, e che l’incontro tra i due si risolva in una fortuna o in una disgrazia dipende da molti fattori, tutti umani, che riguardano temperamento, intelligenza, fiducia, buona fede, competenza, sensibilità. Bicek riesce completamente nel suo film perché entrambe le fazioni, alunni e docente, difettano in molte di queste qualità: non è il branco contro l’incompreso, né il seviziatore sul gregge.
Ma il film mi lascia, personalmente, una domanda. Poniamo che uno Zupan attraversi davvero la strada, uno Zupan equipaggiato di ogni umanità. Quando si teme di affidare i propri figli a uno di lui, ci si domanda allora quando, in quale fase, in quali mani e in che momento poco tutelato questi figli impareranno che il mondo fuori non sempre li giudicherà per le loro vene d’oro, ma per la serenità con cui sapranno estrarlo?

© Giovanna Amato

4 comments

  1. notevole film e rimarchevole recensione. ne ho scritto qualche riga anch’io e ho citato l’ attacco del suo testo in una pagina che ho aperto da qualche giorno (indicandone la fonte originale).

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