Kurt Cobain, per quel che ne so (a vent’anni dalla morte)

Kurt Cobain On 'MTV Unplugged' - @Frank Micelotta/Getty Images)

Kurt Cobain On ‘MTV Unplugged’ – @Frank Micelotta/Getty Images)

Kurt Cobain, per quel che ne so (a vent’anni dalla morte)

«Per dire, non avevo neanche..non avevo neanche sentito nominare i Nirvana finché non è morto lui […] È roba assolutamente pazzesca. Ma incredibilmente carica di dolore. Cioè, se uno…insomma, hai presente tutto quello che stavo cercando di dire, in maniera goffa, un po’ a tentoni, sulla nostra generazione? Ecco, Cobain ha trovato..Cobain ha trovato dei modi incredibilmente potenti e disturbanti di dire la stessa cosa.»

David Foster Wallace

Una volta, per i vent’anni dall’uscita di Nevermind, ho scritto questa cosa (pubblicata sempre in Poetarum, nella vecchia rubrica: Solo 1500):

Di preciso, preciso, come sia esattamente andata non lo ricordo. Ma ricordo le abitudini che avevamo, le riviste musicali che leggevamo e il negozio di dischi (dietro il corso di Secondigliano) in cui passavamo molte ore. La scoperta di Nevermind e il relativo primo ascolto e le frasi che l’accompagnarono, del genere “uanem’” “cazz’” e “chist’ scassan’ malamente uagliù”, sono sicuramente legate a quelle abitudini lì. La giornata in cui ho scoperto Nevermind deve essere andata più o meno così: che io e il mio amico Giuliano si sia andati un sabato mattina nel negozio di cui sopra e il ragazzo (uno di quelli che la sapeva lunga in fatto di musica) abbia messo su l’album  facendo partire “Smells like teen spirit”: inchiodandoci. Oppure che sia saltato fuori in uno dei tanti pomeriggi di ascolto dischi collettivo a casa di qualche altro amico. L’arrivo di Nevermind fu travolgente e risvegliò qualcosa in chi, come me, aveva passato le ore sul rock anni ’70 e che salvava pochi album del decennio successivo. Quei tre suonavano eccome, ma erano anche qualcosa in più. Un mondo vivo che ci veniva catapultato addosso. Erano gli impossibili, dolorosi, testi di Kurt Cobain, erano quei maglioni di lana grossa che ancora invidio. Quell’album fu una sveglia. La musica da molto lontano veniva a stanarci, a trascinarci fuori dagli anni ’80 e chissà da che altro ancora. Disco Sound (così si chiamava il negozio) non c’è più. Lo stesso discorso vale per Kurt Cobain. Sono passati vent’anni e Nevermind è ancora qui e sembra uscito la settimana scorsa.

 

Questo sarebbe già molto, è già un ricordo prezioso, indelebile, importante. Ma Kurt Cobain, per quel che ne so, è stato qualcosa di più, qualcosa che c’entra molto con una cameretta a forma di elle. Nella parte lunga della elle, c’era lo stereo, di fronte allo stereo c’era un termosifone, la cui proprietà era della schiena di mia sorella. La camera, però, era la mia. Le canzoni dei Nirvana venivano suddivise da me e mia sorella in due gruppi: (a) soffriamo un po’ (b) sfreniamoci. (A) era soprattutto Something in the way, nella versione unplugged, poi a seguire quasi tutto il concerto di MTV, che resta per me uno dei migliori concerti unplugged mai ascoltati. La frase per mia sorella era: «Hey, soffriamo un po’?», convocata d’urgenza nella stanza a elle, Angela si dichiarava pronta alla sofferenza, schiena al calorifero, testa tra le ginocchia. Play. Something in the way che è la canzone che scrisse Cobain quando se ne andò di casa e visse per un po’ sotto a un ponte. La faccenda del ponte poi pare non sia vera, smentita sia da Kim, la sorella di Kurt, sia da Krist Novoselic. A quei tempi, in ogni caso, il perché l’avesse scritta importava poco, anche se pareva ben chiaro che Kurt non si sentiva proprio felice né in famiglia, né altrove. Quello che entrava in testa era quel “Something in the way mmmhhh” ripetuto come un mantra, accompagnato da quella musica cupa e struggente e da quella voce. Quella canzone mi ha segnato a tal punto che l’ho anche usata in un mio scritto, molto tempo dopo. La verità è che quella canzone e quasi tutte le altre scritte da Cobain, sono belle e intatte come se fossero state incise dieci minuti fa. (B) erano Smells like teen spirit e Lithium urlate e saltate da (e su) una povera poltrona beige, anche lei abbastanza grunge, sparita da tempo come i Nirvana, Cobain, quella casa e gli anni ’90.

Per quel che ne so pochi capi di abbigliamento mi hanno colpito così tanto come quei vecchi maglioni usati da Cobain, roba da rubarli in giro.

Per quel che ne so Kurt Cobain era ambidestro ma suonava con la sinistra, con le corde montate al contrario, per distinguersi.

Per quel che ne so la droga era il suo grosso problema. L’altro problema era la fama. Il più grave era la solitudine. Me lo immagino sempre solo, sempre, costantemente, solo. Con un’anima in grado di non sopportare quasi nulla e da quella fatica, da quel buio veniva fuori la luce delle sue canzoni.

Per quel che ne so tradurre i testi di Cobain non era una passeggiata.

Per quel che ne so io, in quegli anni, avrei voluto abitare dalle sue parti.

Per quel che ne so, per una serie di futili motivi che nemmeno ricordo, non li ho mai visti suonare dal vivo.

Per quel che ne so una volta a Secondigliano, nella 167, su un muro c’era scritta una frase di Cobain, tratta dal testo di Pennyroyal tea :

I’m so tired I can’t sleep
I’m a liar and a thief

Sullo stesso muro c’erano scritti il testo di una canzone neomelodica e “sbirro ricchione”. Non dallo stesso writer.

Per quel che ne so quando mi trasferii a Milano nel 1996, lasciai a mia sorella un bootleg dei Nirvana, che era un po’ come dire: «Vado via, ma ti voglio bene.»

Per quel che ne so era soprattutto nei pomeriggi. Spesso con la pioggia.

Per quel che ne so Kurt Cobain avrebbe meritato di vivere un po’ di più, non a suo avviso naturalmente.

Per quel che ne so, la musica
poteva essere qualunque cosa
e contavano tutti i pomeriggi
tutte le volte che “… Cause
they don’t have any feelings”
e tutti quanti i “Come as you
are, as you were, as I want you
to be” così come contano tutti
quanti gli ultimi vent’anni, i tuoi
maglioni, non aver deciso ancora
tra Eddie Vedder di Evanston e te.

***

© Gianni Montieri

 

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