Le cronache della Leda #8 – La lampada, lo specchio, la Wanda

Rodin - Parigi 2010 - foto gianni montieri
Rodin – Parigi 2010 – foto gianni montieri

Le cronache della Leda # 8  – La lampada, lo specchio, la Wanda

 

 

 

Hanno ricoverato la Wanda in ospedale. Un malore, niente di grave, la terranno lì qualche giorno in osservazione e le faranno degli accertamenti. Mi ha avvertito l’Adriana. L’hanno portata al Biraghi, lo stesso ospedale dove ha lavorato fino alla pensione. La Wanda faceva il chirurgo. Specializzata in ortopedia, ne ha messe a posto di ossa. Si prende in giro massaggiandosi le gambe: Fossero ossa saprei come fare ma su ‘sta benedetta circolazione ne so poco. Poi scoppia a ridere. Mi sto preparando che con la Luisa andiamo a trovarla tra poco. L’Adriana ci è andata stamattina.

In casa ho due specchi, uno in camera l’altro in corridoio. Quello in camera è interno all’armadio, a figura intera. Quello all’ingresso è più piccolo, a parete, ci si può vedere fino al busto. Allo specchio all’ingresso sono affezionata, era di mia nonna. Saverio diceva che aveva anche un valore economico ma lo diceva tanto per dire, sapeva che del valore economico non mi importava, da quello specchio non mi sarei mai separata. Una allo specchio si guarda per cosa? Per vedere come sta? Per controllare il trucco? Per vedere di aver abbinato bene i vestiti alle scarpe? Io a queste cose ho sempre dato poca importanza, ma non c’è giorno che non mi guardi allo specchio. Mi specchio per sincronizzarmi, per vedere se nell’immagine riflessa vi siano tracce del mio umore. Degli stati d’animo. Lo specchio dovrebbe anticiparmi cosa leggerà la gente sul mio volto. Ma la gente non si cura di niente e anche a me non importa della gente. Eppure l’ho sempre fatto. I miei due specchi mi hanno sempre detto cose diverse l’uno dall’altro ma io ho sempre tenuto conto di entrambe le opinioni.

La mamma della Wanda faceva la puttana. In paese tutti dicevano che la Wanda era la figlia della prostituta, qua non riescono ancora a chiamare le cose con il proprio nome. A spettegolare, invece, riescono benissimo. Tutta la vita hanno sempre indicato la Wanda come la figlia di quella. Si chiamava Angela ed era bellissima. Anche la Wanda è sempre stata bellissima. Alle elementari era la bimba brava ma figlia della prostituta, alle medie uguale, alle superiori era quella a cui chiedere se sapeva fare quello che faceva la madre. All’Università non lo so. Dopo la Wanda è diventata il medico bravo con la madre puttana. La Wanda se ne è sempre fregata, sua madre era sua madre, una donna unica, stupenda. Non ho mai fatto fatica a crederlo. Una volta, quando sua madre era già anziana, dovette operare un uomo che si era spezzato le gambe in un incidente d’auto. Entrando in sala operatoria, in barella, l’uomo che stava impazzendo per il dolore, trovò il tempo di guardare la Wanda e di sorriderle: «Ho conosciuto sua madre.» Disse. «Una donna meravigliosa, come non se ne trovano più.» La Wanda sorrise e strinse le mani all’uomo mentre l’anestesia cominciava a fare effetto.

Lo specchio in camera mi ha detto stanchezza, mi ha detto che non mi piace andare all’ospedale. Mi ha detto che io e la Wanda abbiamo la stessa età e che il nostro rapporto con gli ospedali potrebbe intensificarsi. Mi ha detto occhiaie, mi ha detto brutta giornata. Mi ha detto strani pensieri. Lo specchio della camera è così, un po’ cinico. Dice quello che pensa. Mette a fuoco.

La Wanda ha una vecchia lampada stile liberty. Non una bellissima lampada, in realtà. La tiene in salotto su un tavolino. La tiene accesa tutto il giorno, è un regalo dell’Angela. La cosa che le disse mentre stava morendo fu: «Tienila tu, tienila tu la lampada.» La Wanda racconta che alla lampada parla come se parlasse a sua madre e che, ogni tanto, ci litiga. E anche lei parla con le cose, come faccio io. E le ascolta. La luce gialla di quella lampada le racconta le storie che l’Angela le raccontava quando era piccola e tutte quelle che non poteva raccontarle. La Wanda dice che la lampada la fa sentire al sicuro. La lampada accesa è una carezza, è tornare a casa, tutte le volte. La lampada resta spenta solo di domenica, il giorno in cui l’Angela non lavorava.

Lo specchio all’ingresso, lo specchio di mia nonna, dice stai tranquilla. Lo specchio con la cornice consumata dal tempo dice che le amiche si vanno a trovare. Lo specchio che stava in camera di mia nonna dice che l’ospedale è solo un posto. Lo specchio davanti al quale mia nonna si pettinava dice che non è stanchezza, soltanto bellissime rughe. Lo specchio che mia madre mi ha dato quando mi sono sposata dice che si viene fuori anche delle più dure battaglie. Dice vai a trovare la Wanda, dice vai in America, testa dura, vai a trovare mio figlio.

Il citofono suona, è la Luisa. Devo andare.

 Leda

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© Gianni Montieri

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8 commenti su “Le cronache della Leda #8 – La lampada, lo specchio, la Wanda

  1. La Leda mi porta sempre verità pensosa e bellezza che altrove mi capita di dare per dispersa. Se non mi salva, almeno mi conforta; davanti a quello specchio, è un buon punto di (ri)partenza.

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    • Credo che la Leda sarà contenta di ciò che dici e un po’ arrossirà

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  2. Son tornato a rileggerlo cara Leda ed è quasi come specchiarsi per la prima volta.”Chi è la più bella del reame?” Ma siamo noi, mi diresti ,’sciocchino’, con le nostre contraddizioni sempre bene in vista.(Questa Leda è potentemente popolare, nel senso più forte del termine.
    Induce alla riflessione pacata , condivisa, poco intellettualoide.)Abbracci, Mauro.

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  3. Proseguo, ma prima ti ringrazio. E’ un viaggio lento e bellissimo, proprio come deve essere un viaggio senza pensiero per la meta.
    c.

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