“Rimi” di Gabriele Frasca. Recensione di Piergiorgio Viti

Gabriele Frasca, Rimi (Einaudi, 2013)«Amico mio ci tiene in luogo aperto/ non presi in una cella questa vita/ cui per quanto si aggrappi con le dita/ non c’è chi non le schiuda al colpo inferto.» Così serpeggia, tra le parole, Frasca, con scatti muscolari, repentini, quasi il lettore sia una preda. Proprio partendo dalla tradizione letteraria più alta, Frasca, con Rimi, muove verso la contemporaneità, attraversandola, quasi sforbiciandola chirurgicamente. Penetra insomma nella carne, Frasca, appunto come un chirurgo: è iperletterario di formazione  e contemporaneo nel risultato, rigoroso e spiazzante insieme.  «T’infestano la vita e tu con loro tutt’una vita passi a fare festa»: eccola, l’eredità barocca votata all’artificio, al chiasmo, trasferita, come un tropo, presentizzata.  Il recupero della tradizione è, però, qui, tutt’altro che archeologico: Frasca infatti riesce a semiotizzare il presente, la sua frantumazione, la sua liquidità (per dirla alla Bauman), attraverso una poesia pulsante, marcatamente post-lirica, dove si assiste alla spersonalizzazione dell’io e alla sua puntinizzazione, per riprendere ancora Bauman. Il flusso sonoro è magmatico, sorprendente, «un ritmo senza misura» per dirla alla Deleuze-Guattari che introducono la sezione Rimi (da cui il titolo del la raccolta), aprendo di fatto una raggiera di interrogativi sul futuro possibile della poesia, partendo dalle origini della poesia stessa. La prima parte del libro è, non a caso, un omaggio al poeta  barocco, e illustre sonettista, Quevedo. Nei rimandi fono-simbolici, Frasca dimostra tutta la sua perizia, quasi calligrafica, più che grafica, dell’“andare-verso”, aprendo, sulla scorta della letteratura barocca, tutto un ventaglio di possibili referenti. Rimi si chiude con una serie di traduzioni-riscritture da Dylan Thomas, protagonista, tra i più controversi, della poesia mondiale. L’autore napoletano rimane abbastanza fedele ai testi originali e  non aggiunge molto, semmai ci fosse stato qualcosa da aggiungere, ai testi dell’illustre gallese;  evidenziano però una continuità di fondo, come se Rimi, costituito da tre sezioni, fosse in realtà un unico poemetto, scritto, più che da Frasca, da Quevedo-Frasca-Dylan Thomas, in una sorta di attraversamento del tempo che è anche un attraversamento, e forse un superamento, della poesia e delle categorie interpretative stesse della poesia. Un esperimento dunque, non fine a se stesso, e non certo privo di interesse: sarà un caso che tutta la raccolta termini con un testo, dylaniano e dilaniante, nel suo interrogarsi, che chiosa con un: «Dove m’hanno condotto le vecchie parole»?

@ Piergiorgio Viti

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