Patti Smith, Il tessitore di sogni – recensione

Il tessitore di sogni

Questo volume è stato pubblicato negli Stati Uniti nel 1992 e nel 2012 in una nuova versione ampliata, ora edita da Bompiani con traduzione di Andrea Silvestri. Si tratta di un libro in cui, per ammissione dell’autrice, tutto è vero – e autobiografico –, un libro in cui – diremmo noi – i sogni e la vita sono la stessa cosa. Non è difficile entrare nell’arte plurima (più volte lo dicemmo, ad esempio in questo contributo) di Patti Smith: più difficile è collocarla testualmente; queste sono delle brevi prose che strizzano l’occhio alle fiabe (a lungo amate dalla Smith), brevi prose con qualche inserto poetico, che ci accompagna in una sorta di prosecuzione di ciò che già leggemmo in Just Kids, un po’ mémoires, un po’ pagine di diario, un po’ cartolina/e. Piccoli racconti sull’infanzia, sui suoi avi, sulla Parigi (presumibilmente) camminata negli anni ’70, rilette al presente che ritorna nei sobborghi di Detroit, dove la Smith viveva con la famiglia nel momento della scrittura, con Fred Sonic e i loro figli, come spiega nella nota introduttiva ai testi.
Patti Smith finisce di scrivere questo libro il giorno del suo quarantacinquesimo compleanno; ci sono tutti gli estremi per parlare di un testo che trova significato nel mezzo di un percorso di vita che ha preso più volte direzioni diverse, cruciali. Ma quello che trascina il lettore sulla pagina è la sua grande, fervida immaginazione, che non dimentica mai la lezione dei suoi maestri Beat (e in questo senso i confini del testo ci paiono accessibili, se cerchiamo lì), ma guarda più lontano, a Rimbaud e forse a Baudelaire, ossessioni adolescenziali.
Farsi voce dei propri sogni è appunto l’arte di tesserli su pagina, come già i tessitori del titolo fanno nell’inconscio di Patti Smith. Il titolo inglese è Woolgathering, e restituisce l’idea della “fantasticheria” o ancora meglio del “daydreaming“, che può essere tradotto come “sognare ad occhi aperti”, che non rende giustizia – comunque – allo splendido lemma inglese. I ricordi diventano racconto necessario; le visionarie visioni entrano prepotentemente nella quotidianità familiare di Patti bambina, che gioca con il suo cane Bambi, che accudisce la sorella Kimberly, che si aggira nei pressi della cittadina in cui vive, e soprattutto si reca con i fratelli nel cortile di HOEDOWN HALL, dove tutto pare possibile, lecito, come è possibile pensarlo solamente nel gioco d’infanzia, quando ogni cosa sembra non finire mai.
Le dediche importanti, in questo volume, sono soprattutto due oltre a quelle familiari, e le ricordiamo perché sono un di più del libro: a Jean Paul Getty, collezionista d’arte, e a Sam Shepard, famoso commediografo con cui Patti Smith ebbe una relazione, e con cui scrisse a quattro mani il testo teatrale Cowboy Mouth. Il resto, è una concentrazione di foto di famiglia, riuscite con lievi mani.
L’ho già detto che questo libro pare essere stato scritto per ampliare Just Kids (di cui abbiamo parlato qui), eppure è del 1992. Di certo ha tutta la fortuna di essere pubblicato in Italia oggi, corredato di foto che lo mantengono fedele all’edizione americana. Una nota a margine: sarebbe stato importante avere il testo a fronte, perché la bellezza dei pezzi della Smith sta nelle sue scelte linguistiche; specialmente la poesia risente di questa mancanza, ma possiamo ascoltarla, letta in questa preziosa presentazione, qui:

8 commenti su “Patti Smith, Il tessitore di sogni – recensione

  1. Molte grazie Alessandra. Non è mai stata per me una donna/cantante/poetessa particolarmente simpatica, questa Patty Smith, ma in questo lungo e interessante reading mi ha restituito qualcosa che avevo perso: il fascino di una certa lingua inglese, quel modo speciale di legare insieme i suoni di una lingua come pennellate che una dopo l’altra dipingono sfaccettature dell’anima, affascinando l’udito (e la comprensione non c’entra nulla, perché il “miracolo” avviene prima, molto prima!). Grazie!

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  2. Grazie mille Gianni!
    La ringrazio Renato e sono d’accordissimo con lei; Patti Smith ha una capacità fonica che stende. Se penso al testo di Redondo Beach (son giorni che lo canto); dove si posano le parole chiave. C’è molta comprensione fonica, prima che “di senso”. Qui è la stessa cosa. Avrei davvero voluto il testo a fronte in quest’edizione, e magari un giorno lo si avrà!

    E grazie mille Anna Maria, per questo suo commento, per me prezioso.

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  3. Ho letto la tua bella recensione, Alessandra, e ascoltato la voce di Patti Smith non solo sull’onda dei ricordi, vividi ancorché molto distanti nel tempo, dei suoi album, “vinili sfiancati dall’ascolto” e serbati con cura e passione (cura e passione che colgo qui), ma con un sentimento di riconoscenza per aver avuto l’occasione di addentrarmi per altre trame tessute con arte da colei, che, come scrivi giustamente, «non dimentica mai la lezione dei suoi maestri». E dunque, grazie.

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  4. Questo è importante, e devo dire che è molto vero quando si ha il piacere di assistere anche ad una sua performance dal vivo!
    Ti ringrazio, Anna Maria, per dirmi che cogli cura e passione nel mio contributo. Questo “nuovo” libro spero trasmetta degli slanci a molte persone, com’è accaduto a me.

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