Carmen Gallo – Quella gente non è vostra

Museo Rodin -Parigi – Foto Gianni Montieri

Qualche settimana fa ero in seduta di laurea a Napoli. A Napoli viene a studiare un sacco di gente dalla provincia, ma anche dalla Basilicata, dalla Calabria, dalla Puglia. Ho visto le facce dei genitori dei ragazzi che si laureavano. Gente che aveva scritto nel colore scuro della pelle, nell’insofferenza al colletto della camicia, nell’abito lungo della festa, tutta la loro differenza a quel luogo. E insieme lo scetticismo e la speranza in tutti i sacrifici fatti per far scalare ai figli la collina accanto, visto che sulla loro in pochi vogliono e possono restare. Gli uomini avevano mani grandissime, le donne si lamentavano per il caldo con un fare da bambine.

I ragazzi, loro, sospesi tra i due mondi, con quel tanto di rivalsa un po’ ingenua o di inerzia nell’assecondare il moto di massa comune.

Oggi nel vedere le facce delle persone coinvolte nell’incidente in Irpinia ho pensato a loro. Non perché temo che qualcuno sia coinvolto. Ma perché ho visto le stesse facce. Quelle facce che conosco bene perché per anni sono stati per me, come quelli sospesa, interlocutori bizzarri, compresi a metà, così familiari e poi lentamente estranei.

Oggi, a distanza di anni, vedo quelle facce e sento questa gente profondamente mia. L’ho capito quando ho sentito il bisogno di difenderla da voi. Di dirvi una volta e per tutte che le facce della nostra gente che muore non sono come le vostre. Potete scegliere l’angolo migliore della pagina, le parole più efficaci. Le facce della nostra gente che muore non potrete mai descriverle. Non vi appartengono, non sono come voi. Hanno nella fronte e nelle guance, nel collo e negli occhi tutte le storie che avete smesso di raccontare. Le storie di questo paese a sud delle vostre ambizioni, delle vostre ipocrisie. C’è un’altra verità più terribile in quelle facce, che quella del lutto e dell’interesse mediatico per la loro morte.

Ho la lucida consapevolezza che i miei genitori potevano essere su quell’autobus. Lo so perché il pellegrinaggio in autobus è a volte l’unico svago per persone con pensioni da fame o lavori occasionali, persone che non vi stanno dietro, né a voi né alla vostra televisione né alle statistiche su quanti libri leggete in un anno. Il Sud è all’ultimo posto, lo so. Immagino che la risposta implicita sia che siamo stupidi e ignoranti, pigri e dissipatori. Vorrei che qualcuno pubblicasse una statistica su quanti racconti orali si tramandano nelle famiglie del Sud ora. Solo nella mia famiglia ce ne sono decine. Con personaggi bizzarri, dai nomi improbabili, con storie folli e verosimili. Pasolini e De Martino hanno raccontato un mondo che è non finito. Siete solo voi che avete smesso di guardarlo, scegliendo di leggerlo nei libri così vi sembra più lontano. Voi fate sempre così.

Poi un giorno muoiono decine di persone di Pozzuoli e di Mugnano, il posto dove i miei sono andati a vivere quando non potevano permettersi una casa a Napoli, e muoiono in autostrada a Monteforte, dove da piccola mi portavano a prendere il fresco d’estate approfittando di un saluto alla Madonna. Sui giornali pubblicano le fototessere delle persone coinvolte nell’incidente. Io quelle foto non riesco a guardarle. Non so come fate voi. C’è una storia perfida e disperante in quelle facce, c’è una Storia che qualcuno dovrebbe ricominciare a raccontare al presente. E non m’interessa dei freni e del guardrail. M’interessa che sappiate che quella gente non è più la vostra.

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© Carmen Gallo

38 comments

  1. Carmen, per quello che vale finisco di leggere il tuo pezzo con le lacrime agli occhi. Non per la vostra gente morta, non mi permetto, ma per quel mondo che anche io ho amato farmi raccontare da bimbo e da ragazzino e che adesso non è più moderno quindi non esiste più.
    Ho imparato ad amare il sud vedendolo in televisione, io bambino veneto degli anni ’60, mentre mia nonna diceva “non si capisce niente, non è italiano” e mio padre diceva “io sotto firenze non vado neanche gratis”. E io guardavo i volti di cui parli tu e mi chiedevo perché non si poteva voler bene anche a loro, pensavo a quali storie magnifiche potevano stare nascoste dentro lingue così diverse e per me misteriose. E mi addormentavo parlando un finto siciliano.

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  2. Mi parlano, le parole profonde e severe di Carmen Gallo. Parlano a dolore, parlano a ricordi. Parlano a sofferenze e a impegni. A questi occorre tener fede, ché la Storia va raccontata, non resa irriconoscibile e indistinta dalla cronaca.

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  3. Quelle facce, le nostre facce, non hanno bisogno di essere mostrate. Le conosciamo, non possiamo dimenticarle, sono nostre, sono le nostre. Non ci serve leggere il giornale per capire chi siamo, non servono foto in formato fototessera per ricordarci il nostro volto. Chi ha bisogno di guardare è chi non ha quella faccia, è chi ha un ricordo compassionevole del sud e dei suoi molteplici aspetti e caratteri, o chi è forse curioso o si sente comprensibilmente sollevato. Quelle facce non sono le vostre, così come quella faccia, il sud, non è vostro.

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  4. – Hanno nella fronte e nelle guance, nel collo e negli occhi tutte le storie che avete smesso di raccontare. Le storie di questo paese a sud delle vostre ambizioni, delle vostre ipocrisie. C’è un’altra verità più terribile in quelle facce, che quella del lutto e dell’interesse mediatico per la loro morte. –

    Bellissimo pezzo, molto condivisibile. Io, pur venendo dal Nord, il Sud l’ho conosciuto nelle pagine di certi autori che amo, l’ho sentito nelle poesie di Gianni Montieri (per cercare un esempio vicinissimo, una voce amica).

    Doloroso ma doveroso (se così si può dirlo), questo pezzo.

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  5. Ringrazio Carmen Gallo per questo pezzo. Mi ha fatto sentire in colpa, per il modo in cui gli operatori dell’informazione – la freddezza teutonica del termine ”operatori” rende giustizia a quelli che sono diventati i media in questi anni – hanno trattato e trattano vicende come quelle della tragedia in Irpinia. Lessico stereotipato, commozione affettata, esercizio dietrologico. Ci siamo dimenticati che dietro quelle morti c’è un mondo da raccontare, un Sud che nessuno più racconta, quello povero, pasoliniano, fatto di preghiera e dolcezza, di superstizione e paura. Ma loro esistono ancora, quelli del Sud. Più vivi che mai. Campano con poco e passano un weekend a Pietralcina piuttosto che sulla costiera amalfitana. C’è un pezzo di Italia emarginato, confinato, negato, che esiste e resiste, malgrado il silenzio dei media.

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  6. Parole così, fanno sentire meno solo, chi ha deciso di rimanere, chi ha deciso di continuare a lottare questa guerra massacrante e silenziosa…fanno sentire meno solo a chi non vuol essere sradicato, a chi non vuol rinnegare, a chi vuol continuare a stare con “quelle facce”..

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  7. Grazie Carmen!
    Ieri ho guardato il discorso del Sindaco di Pozzuoli (credo). Nonostante uomo del sud e commosso, mi ha dato l’impressione di onorare più le istituzioni e il suo operato che i morti e i loro familiari.
    C’è anche un sud che mortifica il sud…

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  8. Grazie Carmen. Purtroppo non vi sono politici o giornalisti meridionali capaci di trasmettere queste emozionanti verità……..e si continuerà a scrivere libri di storia che i ragazzi leggeranno nelle scuole come fossero vangeli, e cresceranno cibandosi dei media che racconteranno solo del sud terra di camorra, mafia, falsi invalidi, truffaldini, blatte, immondizia, mariuoli, furbi, assistenzialismo, sfaticati con pizza e mandolino……….

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  9. Carissima Carmen,
    mi invia il link al tuo articolo, e al blog che non conoscevo, Nick, un amico campano che sa come la penso sul Sud Italia, perché spesso le nostre conversazioni finiscono per convergere sulle medesime conclusioni.
    Io abito a Roma, ho un Dna per 1/4 calabrese e 1/4 pugliese, il restante 50% non risale più a Nord di Viterbo.
    Un anno fa ho aperto anche io un (piccolo) blog personale, e nella sua gestione cerco di mantenermi indipendente da ciò che penso si aspetti di leggere chi lo frequenta, abitualmente o meno. Non riesco a scrivere niente dal giorno del disastro irpino, trovo insormontabile il blocco di una tragedia che ci dovrebbe vedere tutti schierati dall astessa parte. E invece il mondo dei blogger va avanti come se niente fosse.
    Non mi sono stupita quindi che un mio recente articolo (http://icalamari.com/2013/07/27/nel-segno-delle-due-sicilie/) scritto a quattro mani con lo stesso Nick, e riguardante il Sud, non abbia suscitato interesse, alla gran parte degli italiani riesce molto bene lamentarsi piuttosto che cercare di cambiare le cose.
    Ho trovato nelle tue parole molta amarezza, e consapevolezza. Che sono condizioni importanti per trovare la forza di agire per migliorare le cose. Mi piacerebbe che leggessi le parole di Nick, e che dedicassi una riflessione sul superamento delle barriere storiche, etnografiche e culturali che separano tante parti d’Italia. Io, da Roma, resto perplessa e imbarazzata quando mi imbatto nel razzismo leghista e mi auguro tanto che il Sud non offra ulteriori sponde al proprio già eccessivo isolamento.
    Un caro saluto, a presto.
    Francesca

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  10. Grazie Carmen.
    Non sono del Sud e non appartengo al Sud, ma c’è un mondo, quello che descrivi, a cui comunque appartengo e che mi sembra riscattato dalle tue parole. Quel mondo che esiste ancora e che si cancella spesso dal quotidiano, salvo ritirarlo fuori a proprio uso e consumo.
    Ti ringrazio perchè questo mondo ha bisogno di rispetto, dignità, e di parole vere.

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  11. Grazie cara Carmen. Leggere il tuo articolo è stato per me come rivedere la mia gente , la mia terra, le mie origini . Nessuno mai mi toglierà la rabbia e la voglia di lottare.

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  12. Brava Carmen, che bell’articolo che hai scritto! sai usare le parole come riesce solo a chi non dimentica di avere un cuore.

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  13. Cara Carmen, quello che mi sorprende è scoprire che, nonostante la laurea, leggi ancora i giornali e guardi la televisione….smesso da tempo per evitare il mal di fegato. Sono meridionale ma mi ritengo cittadino del mondo. Ho un passato che mi permette di comprendere quel che dici, di leggere la fronte di quelle persone e di capire anche il loro silenzio che, purtroppo molti giornalisti, a dir poco giornalai, scambiano per ignoranza e non si avvedono che il loro linguaggio è molto più efficace di qualsiasi loro scritto. Ero ad Ariano quando è successa la tragedia e mi si è gelato il sangue nell’apprendere la notizia……. successivamente ho cominciato a pormi domande sul come era potuto succedere, cercando di essere il più obbiettivo possibile senza farmi prendere dalla deformazione professionale, tenendo anche presente che su quel viadotto ci sono passato almeno cento volte. Sono arrivato alla conclusione che la colpa è del sistema: Autisti stanchi e sempre di fretta perché i padroncini vogliono il rendimento, mezzi inefficienti, addetti alle verifiche ed ai controlli superficiali, strade dissestate ed insicure e quant’altro…..tanto non succede nulla, male che vada, una piccola multa e tutto torna come prima e riprende il tran tran, con altri incidenti ed altre tragedie. Mi dispiace ammetterlo ma al 51 per cento degli Italiani tutto questo non interessa e la minoranza è costretta a subirne le conseguenze.

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  14. Quella gente è anche mia: anche mia madre va in gita col pulman. Qualcuno, anche famoso (Saviano), comincia a dire che al sud non si fa manutenzione… quella gente non è di saviano!!! Quella gente è diversa, è gente del sud a cui non si vuole riconoscere dignità perchè non è come “loro” . Non abbiamo bisogno di essere come loro, ma abbiamo bisogno di essere trattati come loro, con pari opportunità, almeno finchè condividiamo questo strano paese che male sta in piedi e che per nostra sventura si chiama itaglia

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  15. Ringrazio nuovamente Carmen per questo pezzo, un pezzo scritto col cuore in mano e a testa alta. La ringrazio soprattutto per aver condiviso con me i suoi pensieri sulla tragedia, pensieri simili ai miei, genitori miei e suoi che vivono poco distanti e che su quegli autobus hanno viaggiato e viaggiano.
    grazie

    g.

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  16. Il lirismo decadente è affascinante ma dietro l’angolo c’è il luogo comune, lo stereotipo. Il Sud non è solo questo. Altrimenti l’emencipacione non ci sarà mai. Il Sud è anche migliori laureati con 110 e lode, migliori ricercatori, migliori professori, professionisti ecc, ecc. Quella gente è nostra.

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  17. disegnare con le parole dle loro rughe, le mani grosse, i figli all’università, la miseria e le speranze, non è molto diverso dal mettere delle fototessera in fila.
    è sempre un arbitrio, una forma di presunzione, una sottile prevaricazione.

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  18. Le tue non sono soltanto parole, ma pietre lanciate in faccia a chi crede di essere un “padreterno redivivo”!!!

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