Anna Toscano – Doso la polvere

doso-la-polverePrendo tra le mani per la prima volta il libro, annuso la carta di una pagina a caso, e come secondo gesto lo rigiro per guardarne la quarta di copertina. Scopro subito che Doso la polvere, titolo scelto da Anna Toscano per la sua ultima raccolta, riprende un verso di una delle sue poesie, Le quattro della notte. Il componimento, mi accorgo sfogliando il libro, è in ultima posizione, e questa sorta di chiusura circolare mi incuriosisce immediatamente: un titolo dà di per sé, necessariamente, un’impronta precisa a ciò che circoscrive, stabilisce una chiave di lettura, tanto più se quel titolo si ritrova, cadenzato, all’interno del libro stesso; a maggior ragione se la ripetizione scocca alla fine, a concludere e sigillare quanto il titolo ha inaugurato. Decido allora di concentrarmi su quale sia la valenza di questo “dosare”, su che tipo di gesto psichico possa aver portato alla scelta di questa immagine.
“Doso” è un tempo presente, un’attestazione, sembrerebbe definire un atteggiamento abituale; eppure mi rendo conto, leggendo la poesia in cui il verbo compare, che si tratta in realtà di un gesto programmatico, una dichiarazione di intenti in poesia come nella vita. La poesia si apre con una serie di riferimenti temporali che apparentemente srotolano il lentissimo movimento di un orologio, e definiscono, invece, con ostinazione, un presente esatto e congelato:

Le quattro della notte
e poi le cinque del mattino
il sei di settembre
che sarebbe anche fine estate.

La strofa centrale, in cui compare il sintagma, contiene invece un palese riferimento alla sfera semantica del passato:

Rovisto
nelle tasche della memoria
e doso la polvere.

Programmatica, al contrario, e rivolta al futuro, l’ultima strofa:

È che non voglio più
vedere troppo, vedere tutto.
Voglio lasciar fuori,
anche quando
mi chiudo fuori.

Comunque si guardi, Anna Toscano ha deciso di focalizzare l’attenzione su un gesto che si compie nel presente – presente nell’accezione di un tempo, appunto, srotolato piano – nei riguardi di quanto è passato, ma che si carica di propositi rivolti al futuro non appena entra in contatto con la strofa successiva: “doso la polvere” di ciò che è stato, in quanto “non voglio più”. Ha deciso, quindi, di condividere un atteggiamento (o un’intenzione) nei confronti della realtà. Ciò che ci viene raccontato, letteralmente “esposto”, non è la confessione di un sentire strettamente privato, ma una presa di posizione nei confronti di un dato esterno, una vera e propria linea di condotta verso ciò che è fuori: smettere di “vedere troppo, vedere tutto”, “dosare” ciò che può aggredire tanto dal punto di vista temporale (la memoria) quanto da quello “spaziale” (nel rapporto, benché si tratti di uno spazio puramente mentale, dentro/fuori).
Il sintagma ha già fatto la sua comparsa in una poesia precedente, Io che non lo bevo mai, una poesia che è il caso di riportare per intero, perché credo conservi, in nuce, tutte le dinamiche messe in gioco dalla raccolta, e permetta di ampliare il discorso appena cominciato.
“Dosare la polvere / cercando di non spargerla”: è così che incontriamo, per la prima volta, il gesto che dà il titolo alla raccolta. In questo caso siamo fuori da ogni metafora; “dosare la polvere” è il gesto pratico, centrale, di un processo che molti di noi compiono spesso: la semplice preparazione di un caffè. Molti di noi, ma non così l’autrice, che ci assicura, fin dal titolo, di non berlo “mai”:

Io che non lo bevo mai
preparo il caffè per Madda
e rivedo i tuoi gesti
nell’aprire la moka
passare l’indice sul filtro
mentre scorre l’acqua
dosare la polvere
cercando di non spargerla
avvitare col canovaccio
e attendere il rumore
l’aroma nella cucina.
È in questo momento
che ti guardo di spalle
spettinata dal sonno
nella tua vestaglia azzurra
le mani stanche in tasca.
Fuori la piazza, il mercato.

“Io” e “mai” sono i due poli del verso di apertura; il caffè che non si destina a se stessi è preparato per un “altro”, e quel gesto evoca immediatamente un “tu”. Poi la quinta si apre: “fuori la piazza, il mercato”; ma prima, nell’intimità della casa, tre sono i personaggi a occupare il vero centro della scena: un “io” operante, ma assente, in sottrazione, un io-“mai”; un “altro”, appena intravisto ma presente al punto da essere ciò che in prosa si chiamerebbe “pretesto narrativo”; un “tu” assente al massimo grado, ma vero argomento e destinatario del proprio parlare. In questo gioco delle parti, è proprio l'”io”, quello cui appartengono mani, sguardo e voce, a restarci socchiuso. L'”io” opera, in questo caso, e ricorda, e la maniera in cui il suo ricordo prende corpo è una visione, qualcosa che appartiene alla sfera del guardare. A ciò che vede nel ricordo, Anna Toscano si rivolge con un “tu”; e non c’è poesia, in tutta la raccolta, che non abbia un referente, che sia esplicito (un “tu” o un “voi” con cui il dialogo è il più delle volte cessato, o del tutto assente) o implicito (in questo caso, un “tu” o un “voi” con il quale si desidera entrare in contatto, “presentandosi” attraverso le proprie abitudini, i propri spazi fisici, gli oggetti di cui si ama circondarsi).
Tutto ciò per dire che la poesia di Anna Toscano è intima, discorsiva, estremamente colloquiale. Non parlo (solo) del ritmo e delle scelte lessicali: dico “colloquiale” nel senso di una poesia che ha come primo intento l’esposizione (e non l’indagine) di sé, o ancora il recupero di un dialogo mancato. C’è una volontà profondamente comunicativa nei versi, una disposizione all’ascolto e allo sguardo che chiede a sua volta che si venga ascoltati e guardati in ciò che si è, soprattutto attraverso i dati di realtà (abbiamo detto abitudini, spazi, oggetti) in cui si è scelto di convogliare la rappresentazione di sé. Benché la poesia ricorra spesso all’accumulazione di oggetti ed evochi spesso il verbo “guardare”, non dovremmo farci prendere dall’errore di pensare che si tratti di una poesia di sguardo; il paesaggio dell’autrice è una nota di regia, “le borse, le scarpe, i libri, l’inchiostro / le librerie che tappezzano la stanza”, ma questo è precisamente il modo in cui, “seduta comoda sul cuscino”, Anna Toscano sceglie di proporsi alle nostre retine mentali; allo stesso modo, chi non c’è più viene cercato nel modo di stringere la moka come “nel tic-tac del tuo orologio rosso”, e pianto “tra i tuoi golfini marrone”. Ciò che a prima lettura può sembrare un guardo questo / guardo te, registrazione fotografica della realtà, si configura nei due poli guardami attraverso questo oppure guardami mentre guardo te. Un livello ancora più profondo si raggiunge quando lo sguardo diventa proiezione, quando i due modi appena tracciati cortocircuitano in guardo me attraverso te: “Ero io quella con le cuffie / succo di frutta e libro a prestito? / O ero quella, fazzoletti usati sparsi / dizionario e bottiglietta d’acqua? / o quell’altra capelli sugli occhi / e sciarpa arrotolata intorno?”; e soprattutto: “Per vedere come mi stanno i capelli, vi guardo / per vedere le mie scarpe, vi guardo / per vedere che effetto faccio, vi guardo”. Apparentemente, chi scrive guarda; è invece la propria presenza al mondo a essere attestata dallo sguardo altrui, prima come presa di consapevolezza di se stessi quindi con la narrazione di ciò che si è attraverso ciò che si sceglie. Solo una volta stabilito questo dialogo (“in attesa di vederti voltata / di qua, verso di me”) è possibile fare il punto, definire spazi e identità in rapporto a tutto ciò che è “altro”, entrare con esso in contatto schietto, tangibile.
Perché è questo l’approdo che si cerca; si dosa la polvere per dare alle cose il massimo grado di limpidezza e tangibilità: anche all’amore, “mani che tremano con / un cuore che batte / forte, sulla mia schiena”, e persino al pensiero, che ha una realtà, mi si perdoni il bisticcio di parole, calpestabile, e si misura, come anche il tempo, in passi, perché le ore si “camminano” e si pensa a volte “con i piedi”. Non importa allora se il verbo “dosare” e il sostantivo “polvere” assumono – in una poesia o nell’altra – un’accezione simbolica o reale: resta fermo l’atto cui ci si attiene, un’accortezza nel gestire ciò che viene offerto e ciò che si offre a noi con grazia piena di cautela, “cercando di non spargerla”.

(c) Giovanna Amato

Nota: è possibile leggere qui la recensione di Fabio Michieli uscita come anteprima a Doso la Polvere.

16 comments

  1. “Doso” è un tempo presente, un’attestazione, sembrerebbe definire un atteggiamento abituale; eppure mi rendo conto, leggendo la poesia in cui il verbo compare, che si tratta in realtà di un gesto programmatico, una dichiarazione di intenti in poesia come nella vita.

    perfettamente d’accordo, Giovanna.
    la tua è una lettura che condivido perché queste poesie di Anna sono così come le hai lette tu.

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  2. “Benché la poesia ricorra spesso all’accumulazione di oggetti ed evochi spesso il verbo “guardare”, non dovremmo farci prendere dall’errore di pensare che si tratti di una poesia di sguardo; il paesaggio dell’autrice è una nota di regia, “le borse, le scarpe, i libri, l’inchiostro / le librerie che tappezzano la stanza”, ma questo è precisamente il modo in cui, “seduta comoda sul cuscino”, Anna Toscano sceglie di proporsi alle nostre retine mentali; allo stesso modo, chi non c’è più viene cercato nel modo di stringere la moka come “nel tic-tac del tuo orologio rosso”, e pianto “tra i tuoi golfini marrone”. ”

    Ottima lettura. Complimenti a Giovanna ;-)

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  3. Nella bella lettura che Giovanna Amato propone qui di una raccolta che torno a leggere volentieri trovo felicemente individuati alcuni tratti fondamentali di “Doso la polvere” di Anna Toscano. Mi piace sottolineare questo passaggio: “la poesia di Anna Toscano è intima, discorsiva, estremamente colloquiale. Non parlo (solo) del ritmo e delle scelte lessicali: dico “colloquiale” nel senso di una poesia che ha come primo intento l’esposizione (e non l’indagine) di sé, o ancora il recupero di un dialogo mancato. C’è una volontà profondamente comunicativa nei versi, una disposizione all’ascolto e allo sguardo che chiede a sua volta che si venga ascoltati e guardati in ciò che si è, soprattutto attraverso i dati di realtà”:. L’aggettivo ‘colloquiale’ ha la la stessa forza controcorrente dell’aggettivo ‘disadorna’ che Anna Maria Carpi riferisce, nella prefazione alla raccolta,, alla poesia di Anna Toscano. Colloquiale perché “profondamente comunicativa” (G. Amato) e disadorna come la bellezza che sa fare a meno di accessori/fronzoli per sé, ma sa trovare la misura perfetta: “macino passi macino pensieri” (A. Toscano). Grazie.

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  4. una recensione forte eppure delicata, come la poesia di Anna.
    Giovanna coglie alcuni aspetti che, come sottolineato già in questi commenti, sono molto interessanti: che la poesia di Anna sia colloquiale “nel senso di una poesia che ha come primo intento l’esposizione (e non l’indagine) di sé” è una bellissima intuizione. Esprimersi ed esporsi è ciò che Anna fa con il gesto lento e implacabile di dosare la polvere, soppesare quindi il reale, con la calma di chi ha da catalogare un panorama di memorie e avvenimenti: ‘[…] Questo è il mio paesaggio: / poi seduta comoda sul cuscino / guardo fuori dalla finestra / e vedo il mio giardino.’
    Mi piace la poesia di Anna perché va a sfrondare le cose umane lasciando la limpidezza a volte terribile del loro esserci: ‘E’ che non voglio più / vedere troppo, vedere tutto’.

    E mi piace infine sottolineare questi due versi, tra quelli scelti da Giovanna nell’articolo, che emergono ad ogni mia rilettura come un abbraccio dalle pagine, lascio a voi immaginare il perché: “Io che non lo bevo mai / preparo il caffè per Madda …”.

    M

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  5. Molto interessante la recensione ma soprattutto i testi di Anna Toscano che non conoscevo e che quasi si vetrificano nella loro trasparenza, pur conservando un interrogativo acceso, uno slancio di domanda a chi legge, a chi deve leggere tra le sillabe il continuo esprimersi della vita. Molto martellante e significativa la reiterazione: “Ero io quella con le cuffie / succo di frutta e libro a prestito? / O ero quella, fazzoletti usati sparsi / dizionario e bottiglietta d’acqua? / o quell’altra capelli sugli occhi / e sciarpa arrotolata intorno?”. Esige una risposta, e, personalmente, mi piace molto la poesia che esige.

    mdp

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  6. Ho letto con molto interesse la recensione di Giovanna che coglie gli aspetti chiave del nuovo libro di Anna Toscano. La polvere riassume tutto quello che si articola attraverso il ricordo, attraverso una memoria costantemente rivisitata, rimessa in gioco. Una delle tematiche migliori del libro sicuramente è la non volontà di farsi risucchiare da tutto quello che circonda l’occhio, la viva esperienza di chi scrive, soprattutto di chi non può o non vuole scrivere tutto, perchè è troppo, perchè si andrebbe troppo oltre nell’esporsi, nel guardare: ” è che non voglio più/ vedere troppo, vedere tutto”.
    Inoltre avevo letto qualche testo del libro precedente di Anna Toscano ” All’ora dei pasti”, dove fin dal titolo , che trovo molto bello, ci si muoveva in campi di brevità estrema per la maggior parte dei testi, influenzati sicuramente da una grande lettura di Sandro Penna, mentre nei testi presenti in “Doso la Polvere” leggo testi più lunghi, più esposti e colloquiali, più aperti verso un esterno, un fuori.

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  7. Grazie Luca, hai ragione, vi è una non so se evoluzione ma un timbro e una durata diversa tra i due libri, e questo mi piace perché parlo sempre di essere umano come necessitante di cambiare ed evolversi e faccio fatica ma ci provo anche io.
    Grande Amore per Sandro Penna, e infinito affetto per Attilio Bertolucci.
    La polvere è anche quella che si vede in controluce (contro sole?, il mio primo libro)che ci lascia spesso al di qua delle cose, al di qua del vedere….mica bisogna sempre vedere tutto, sentire tutto….Anna

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  8. be’, Anna, che tu agisca in controluce già te lo dissi proprio qui a Poetarum Silva; e te lo dicevo partendo proprio dal tuo primo libro.
    la differenza con le poesie raccolte in Doso la polvere sta anche nel fatto che qui agisci nel (o dal) cono d’ombra, e in questo io vedo la crescita, l’evoluzione che costa fatica – verissimo – ma porta alla poesia quel carico di esperienza individuale che sa rendersi universale e quindi a portata del lettore.

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  9. Grazie a Giovanna perché ogni tua critica possiede uno stile personalissimo e che ci appaga: è come salire sempre una rampa di scale, e ad ogni gradino, fino al pianerottolo successivo, accumulare senza sazietà informazioni preziose.
    Ed è splendida questa lettura di Fabio, che parla dell’agire poetico di Anna “dal cono d’ombra”, come luogo-meta di un percorso di scrittura e luogo da cui il poetare può dirsi essere fatto da un punto d’osservazione privilegiato, credo.

    A me è venuta in mente invece, questa poesia di Patrizia Cavalli tratta da Sempre aperto teatro:

    Per dare movimento a quel che è fermo
    per vincere o per perdere e poi
    ricominciare. Si ricomincia sempre
    nel gioco delle carte e rovinarsi
    è il peggio che possa capitare.

    Togliersi al tempo immobile però
    o al tempo che si illude di procedere,
    confonderlo nel cerchio
    diverso eppure uguale
    continuando sempre a mescolare.

    Penso soprattutto al verbo che chiude, e che dice tutto, quel “mescolare” che tiene vivo il fare poesia e che tiene vigile il dirsi vivi anche. E penso a quei versi di Anna nella raccolta precedente, “all’ora dei pasti”, in cui diceva

    <>

    Questo andare e venire, questa continua tensione che muove il tempo, la memoria, e le cose, giunge ad un punto di approdo notevole in “Doso la polvere”; si supera il movimento perché lo si è fatto proprio completamente e allora mescolare e rimestare assumono un significato nuovo, come qualcosa che andava camminato e oltrepassato. Ed appunto il verbo ‘dosare’ diventa una scelta pragmatica, che esprime una poetica -anche-, per ritornare a quanto già detto e riagganciarmi a Giovanna e Fabio. Non è ‘versare’: si tratta di un gesto che nella sua specificità dice tutto, anche del nuovo che verrà.

    Grazie per questa lettura e per la poesia di cui si parla.

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  10. Alessandra, mi hai detto una cosa splendida; ma i commenti che continuano ad arrivare (grazie ancora a Luca, ad Anna, a Fabio) mi rendono felicissima soprattutto per il clima di scambio che avverto, per tutto questo rimbalzo, questa comunicazione. E poi hai postato una gran bella Cavalli.

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