L’essenza indocile della poesia (nota su Lucianna Argentino)

L'ospite indocile

L’essenza indocile della poesia

(una nota sulla raccolta di Lucianna Argentino, L’ospite indocile, Passigli, 2012)

Cosa passa fra il cervello e la mano, oppure fra il pensiero e la parola? O ancora, cosa intercorre fra il bottone e l’asola? Diremmo un gesto, un concetto, un simbolo, ma anche il niente. È qualcosa di rapido, impalpabile, eppure così lento e presente in noi e nei nostri giorni tanto da non riuscire a dirne il nome per esprimerlo. Non è qualcosa, è il qualcosa, il ciò-che-sta-nel-mezzo, il tra. Chiarire questo qualcosa significa nominare un passaggio, fornire un’immagine la cui forma subirà mille sfumature: quanto più si cercherà di definirla tanto più sfuggirà al tentativo di spiegazione. A quel dettaglio impercettibile si andrà ad associare un significato, un modo di essere. O dell’essere. L’idea di indefinibilità mi riporta alla memoria il Gibran delle Massime spirituali quando dice che la poesia è il segreto dell’anima, e quindi perché rovinarla con le parole? La poesia ha la sua ragion d’essere perché a sostenerla è la parola ma – come è facilmente intuibile – il poeta libanese metteva l’accento sul fatto che prima dei versi esiste una poesia interiore che matura nell’introspettiva, da lì si avvia la genesi verso la parola scritta. Forse Gibran intendeva proprio identificare con il segreto interiore il sottile confine, quel vuoto fra il pensiero e la parola.

La conoscenza del vuoto è la riflessione della recente opera poetica di Lucianna Argentino, L’ospite indocile, per l’editore Passigli nella collana di poesia fondata da Mario Luzi, con una presentazione di Anna Maria Farabbi. Argentino ha già pubblicato altre raccolte in passato, fra cui Biografia a margine (1994) con la prefazione di Dario Bellezza, il poeta scoperto da Pasolini.

In quest’ultima raccolta, le intenzioni dell’autrice sono evidenti: scoprire il vuoto fra il bottone e l’asola, lì in quella soglia invisibile dove risiede la fuggevolezza che ingenera continuità nella vita come nella scrittura. Per l’Argentino si tratta di individuare il passaggio capace di determinare i pensieri, i percorsi, i passi delle proprie esperienze.

Le chiacchiere della ghiaia
nei giardini e il nasturzio
all’ombra della parola
slegano il tempo dall’abituale rito
lo consegnano a una nascita fragile
senza doglie.

Slegare «il tempo dall’abituale rito» equivale a dare valore a un momento, individuare l’attimo in cui qualcosa sta nascendo e che è senza tempo. Si desidera fissare la sostanza, simile ad un’istantanea, il potenziale meccanismo insito in gesti parole sentimenti. Per questo l’autrice recepisce e fa suo l’insegnamento del vuoto:

Dice che non c’è addio nelle asole
e asola allora sia:
poca materia intorno e vuoto.
Sia passaggio e allaccio
sia lo spazio dell’abbraccio
sia pertugio e rifugio
sia il chiuso
esposto alla parola

Proprio i termini passaggio, allaccio, spazio sono più che parole-chiave, sono sintomi della ricerca di quella frontiera in cui tutto si determina. La scrittura in questa prospettiva risulta utile per rendere «santo l’innesto fra il bene e il male» (p. 12), ovverosia assume la funzione conoscitiva idonea per accostarci alla comprensione del senso della gioia e del dolore e di quanto vi è presente fra i due opposti. Per tale ragione scrivere ritrova la sua finalità originaria, «togliere spazio al male» (p. 26).

La tecnica del poeta rivela una tendenza a catturare la transizione nelle sue varianti:

[…]
Così lo scrivo, ne faccio segno,
per capire come si spiega l’albero la potatura,
il papavero lo strappo,
i bambini il tempo e lo spazio:
– dove va la notte quando è giorno?
– mezzora è tanto o è poco?
O come si spiega il vuoto degli esseri
che ci stanno accanto come un’assenza
[…]

E ancora, nelle pagine successive «L’inchiostro […] fa fertile il foglio | fa anse nell’ansia», crea cioè lo spazio di riflessione perché la voce delle parole possa giungere «nel basso della terra» (p. 43), a misura di essere umano. Ma la poetica dell’Argentino vuole anche cimentarsi con l’invisibile che nei brevi versi «(Dio – il mare) || È voce che mai tace | è abisso di luce» mi riporta una consonanza con quelli di Cesare Viviani (in Credere all’invisibile troviamo: «Ogni bagliore è luce dell’eterno | è riflesso divino»). L’ospite indocile, con che cosa o con chi possiamo pertanto riconoscerlo? Forse Dio, il tempo, la memoria, l’amore, la figura paterna, tutti temi e figure sviluppate con ostinata sensibilità. Credo sia la vibrazione interna che sottende l’accadimento, un compimento sulla soglia dell’attesa:

Nei prati e nei campi
irrigati dalle acque
di neonati autunnali
maturati al calore delle serre
sta il vaso dell’attesa e
del compimento –
il femminile di mutamento.

E sulla soglia le parole vanno «in aiuto al dire di che sostanza è | lo spazio fra il tempo e l’eternità» (p.59). In conclusione la Argentino vuole riscoprire «una gioia commossa |consapevole della fragilità | di ciò che sta nel mezzo», «nel passaggio dalla fronte | alle dita alla punta della penna | al suo muoversi sul foglio.»

(c) Davide Zizza

8 comments

  1. Conosco Lucianna da quando, alla nascita del blog Viadellebelledonne, era, come me, tra le redattrici. Lucianna è molto cresciuta, il suo linguaggio poetico è maturato con lei ed è diventato complesso, la sua poesia sale, anzi, vola …

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  2. Una lettura accurata e precisa per un libro che non ho ancora letto, ma mi procurerò.
    E trovo che la poesia di Lucianna sia di grande valore.

    Francesco t.

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  3. Condivido i vostri commenti sulla poetica di Lucianna. La sua scrittura mi è piaciuta da subito, e se sono riuscito a catturare lo spirito della raccolta ne sono molto contento perché vuol dire che la mia lettura andava sulla linea d’onda dei suoi versi.
    Davide Z.

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  4. Ringrazio di nuovo Davide Zizza e coloro che qui si sono soffermati. L’uscita di un nuovo libro provoca sempre nell’autore una sorta di ansia e di timore ma la vostra accoglienza mi sostiene. Un caro saluto a tutti. Lucianna Argentino

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  5. La poesia di Lucianna ha una voce matura che sa infilarsi nelle fessure dell’esistente e ci invita a cogliere quanto spesso non vediamo, per pigrizia, per assenza di consuetudine, per ignoranza anche, per eccesso di visione. La presentazione chiarisce l’innervamento del dettato dell’esperienza del quasi nulla.
    Narda

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