Pas de deux # 2

berlino 2009 - foto gm

Due poeti contemporanei scelgono un testo di un autore straniero e lo traducono per Poetarum Silva. Un confronto sulla traduzione tra diverse sensibilità. Un’occasione per scoprire poeti che non si conoscono o riscoprirne altri con un vestito nuovo. I post non avranno cadenza regolare, perché soggetti alle tempistiche dei traduttori invitati, ma ci auguriamo che diventino un appuntamento abbastanza regolare. Per il secondo numero della rubrica Carmen Gallo e Tommaso Di Dio hanno tradotto un bellissimo sonetto di John Donne.

La redazione

***

John Donne, Holy Sonnet XIV

BATTER my heart, three person’d God; for, you
As yet but knocke, breathe, shine, and seeke to mend;
That I may rise, and stand, o’erthrow mee,’and bend
Your force, to breake, blowe, burn and make me new.
I, like an usurpt towne, to’another due,                                                        5
Labour to’admit you, but Oh, to no end,
Reason your viceroy in mee, mee should defend,
But is captiv’d, and proves weake or untrue.
Yet dearely’I love you,’and would be loved faine,
But am betroth’d unto your enemie:                                                               10
Divorce mee,’untie, or breake that knot againe;
Take mee to you, imprison mee, for I
Except you’enthrall mee, never shall be free,
Nor ever chast, except you ravish mee.

***

Traduzione di Tommaso Di Dio

Abbatti il mio cuore, Dio tre volte persona; perché tu
fino ad ora soltanto mormori bussi brilli; e cerchi di guarirmi.
Perché io possa risorgere e star saldo, rovesciami e piega
la tua forza e urla spezza brucia: ricostruiscimi nuovamente.

Io, come una città preda d’altri, fatico
per ammettérti, ma, ahimè, infinitamènte;
la ragione tua viceré in me, me dovrebbe difendere
ma è presa rinchiusa; e si mostra debole, falsa.

Eppure io ti amo, amato mio, e da te saprei esser bene amato
ma io sono legato da vincolo al tuo nemico:
divorzia slegami, e rompi quel nodo ancora:
prendimi con te, imprigionami; perché io

se tu non mi incanti, mai sarò libero
mai puro, se non doni a me il tuo stupro.

***

Traduzione di Carmen Gallo

Scuoti questo cuore, Dio che sei trino, e non hai finora
fatto altro che bussare, sussurrare, illuminare e tentare di riparare;
affinché io possa sorgere, e in piedi restare, rovesciami e piega
la tua forza per irrompere, colpire, bruciare e infine me rinnovare.
Io, come città usurpata, ad altri dovuta,
mi affanno perché sia tu ad entrare, ma è tutto vano,
se la ragione che regna in tua vece, invece di difendermi
mi rende schiavo, e debole si rivela, e sleale.
Ancora fervidamente io t’amo, e vorrei essere amato,
ma sono sposo promesso al tuo nemico:
divorziami da lui, sciogli, o rompi di nuovo quel patto;
portami a te, imprigionami, ché
se non mi incanti, non sarò mai libero,
né sarò casto, se tu non mi violenti.

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(un altro lavoro di Carmen Gallo su John Donne, pubblicato tempo fa, sempre su poetarum silva è consultabile qui)

25 commenti su “Pas de deux # 2

  1. E’ una lettura corale, sento chiaramente la fibra, il colore, il timbro di due voci che, sebbene scaturite da una sola origine, si incontrano di nuovo come fossero l’azzurro e il rosso della fiamma. Qui vedo una prova chiarissima del sogno di Benjamin sul mandato del traduttore. Questi due testi sono due forme di realizzazione piena e concorde della loro origine e meritano tutta la libertà della propria legittimità estetica. I due autori,- che anche in questo provano di essere due tra i migliori poeti italiani di oggi – dovrebbero forse provare un’esecuzione declamatoria a due voci:

    “fino ad ora soltanto mormori bussi brilli; e cerchi di guarirmi.”

    “fatto altro che bussare, sussurrare, illuminare e tentare di riparare;”

    stessa potenza, ma diverse intensità articolatorie: la voce di Tommaso spinge verso il centro della testa dalla parte posteriore del palato, mentre quella di Carmen, se l’origine inglese è squisitamente alveolare, diventa dentale, labiale. La lingua di Tommaso si erige verso l’alto come ad occludere nell’acuto che porta al silenzio, mentre quella di Carmen tenta una fuoriuscita addolorata.
    Notevole.

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  2. Ringrazio anch’io entrambi i traduttori per le loro prove degne di nota.

    Voglio anche ricordare in questa sede la traduzione di Cristina Campo in La tigre assenza:

    Sfascia il mio cuore, Dio in tré persone! Per ora
    tu solo bussi, aliti, risplendi
    e tenti di emendare. Ma perché io sorga e regga,
    rovesciami e piega la tua forza
    a spezzarmi, ad esplodermi, bruciarmi e farmi nuovo.
    Usurpata città, dovuta ad altri, io mi provo
    a farti entrare, ma ahi! senza fortuna.
    La ragione, in me tuo viceré,
    mi dovrebbe difendere ma è
    prigioniera e si mostra molle o infida.
    Pure teneramente io t’amo vorrei essere
    Riamato. Ma fui promesso al tuo nemico.
    Divorziami, disciogli, spezza il nodo,
    rapiscimi, imprigionami: se tu
    non m’incateni non sarò mai libero,
    casto mai se tu non mi violenti.

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  3. per ogni traduzione, e con ogni intendo comprendere la terza offerta da Alessandra che ha riproposto la Campo, bisognerebbe fare un discorso a sé.
    l’aderenza al testo che alza la lingua in Di Dio è affine alla traduzione campiana. la Gallo invece spinge il testo un passo più in là, secondo me; offre nella traduzione anche la lettura della poesia di Donne là dove sembra quasi che l’io interroghi il divino sui suoi limiti (intendo il limiti del divino, non dell’io).
    sia Di Dio sia Gallo però omettono, nel tradurre, un elemento fondamentale della divinità che invece la Campo, per ovvie ragioni, porta in evidenza: il divino non sussurra e non mormora! il divino “alita” e in quell’alito sappiamo che c’è tutta la forza che infonde vita.
    ciò che avviene nel passaggio storico dalla traduzione di Cristina Campo alle due traduzioni, belle traduzioni, di Gallo e Di Dio è un salto culturale che non va taciuto: è mutata la percezione del divino.
    questa è la mia opinione, sia chiaro

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  4. è strano e bello, il confronto tra due sensibilità diverse. Ho letto più volte le due traduzioni, non sapendo decidere quale io preferissi, fino ad oggi, quando ho messo i due testi uno di fianco all’altro e li ho letti come l’andirivieni di un’altalena. L’incipit che preferisco è quello di Tommaso ma Carmen conclude meglio il verso. La prima strofa è proprio un’altalena : seconda strofa (gallo) terza strofa (di Dio) quarta strofa (gallo). Nella parte centrale mi pacciono di più alcune scelte fatte da Carmen, mi pare regalino una maggiore scorrevolezza. Gli ultimi versi sono splendidi in entrambe le traduzioni, efficaci e puliti. Sulla chiusura: scelgo il “violenti” di Carmen rispetto allo “stupro” di Tommaso.
    Grazie per aver accettato l’invito e per esservi misurati senza “tenere” paura con John Donne. Bravissimi e coraggiosi

    g.

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  5. Va bene, qui si parla di un testo di un autore straniero.
    Credo che il testo originale sia alquanto bello e
    interessante, almeno da quello che percepisco
    dalle due traduzioni. In ogni caso leggendo e scrivere.
    rileggendo, mi è venuta in mente una bella citazione
    del grande Jorge Luis Borges, che dice:

    Ogni poesia è misteriosa: nessuno sa interamente
    ciò che gli è stato concesso di scrivere.

    Non me ne vogliate se sono forse andato
    fuori tema, ma la bella citazione che mi è
    venuta in mente, credo che ne valesse
    la pena qui ricordarla, peraltro d’un
    grande autore. Grazie

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  6. grazie per il prezioso lavoro ai due traduttori, che anche in questo caso mi sembrano mantengano fisionomie nettamente diverse… Donne (…o chi per lui, se vogliamo dare adito al filologismo) permette divergenze enormi, nel tempo (notevole l’osservazione di Fabio, a tal proposito!). Se devo dire, preferisco la versione di Carmen, che ritengo leggermente più compatta e coerente, anche se apprezzo certe scelte di Tommaso, nella quale si sente il poeta che traduce poesia.

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  7. Una leggera preferenza per la riscrittura della Gallo, e … ho trovato acutissimo il commento di Fabio … (praticamente ho replicato il commento di Mari) … vabbè …

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  8. grazie a Lorenzo e a Gino.

    ho letto la traduzione di Fiorando Gabrielli, quella indicataci nel link del primo commento (a dire il vero mi sono letto tutto l’ebook).
    mi lasciano perplesso alcune soluzioni, come quel “Brigo” che dovrebbe rendere l’affanno della Gallo o della Campo.
    mi lasciano perplesso certe volute che forse dovrebbero dare il colore storico di Donne ma che in realtà rendono zoppa la scorrevolezza del testo.

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  9. Se consideriamo che Donne resiste nel tempo come poeta col quale misurarsi, possiamo certamente vedere nelle traduzioni due ottimi tentativi di volgere gli stati d’animo che i versi percorrono nella lingua originale. Acuta l’osservazione di Fabio, nel ricordare che presso la traduzione della Campo il divino alita. Il termine “alitare, soffiare, infondere” mi ricorda un altro poeta che in un certo senso di “alito” (o soffio, perché in ebraico antico “ruah” alito e soffio, come soffio vitale, hanno lo stesso significato) se ne intendeva: Paul Celan. Nella poesia Psalm, contenuta nella raccolta Die Niemandrose, nella traduzione di Moshe Kahn e Marcella Bagnasco troviamo:

    “Nessuno ci impasta più di terra e argilla,
    nessuno alita sulla nostra polvere.
    Nessuno.

    Lodato sii tu, Nessuno.
    Per amore tuo vogliamo
    fiorire.
    Incontro
    a te.

    Un nulla eravamo, siamo, rimar-
    remo, fiorendo:
    la rosa di
    Nulla, di Nessuno.

    Con
    il pistillo animachiara,
    lo stame cielodiserto,
    la corona rossa
    della parola pupurea che cantammo
    su, oh sul-
    la spina.

    In Psalm troviamo quella spinta nel cercare, pur nella sofferenza, quell’alito, quel ruah; credo sia riscontrabile un’analogia nell’idea di soffio che la Campo sottolinea nella sua versione.

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  10. Volevo ringraziare tutti per la gentilissima attenzione che avete voluto dare a queste due interpretazioni.

    Il sonetto di Donne è uno dei più belli che abbia mai letto e vi confesso che nessuna traduzione, comprese quella della Campo, figurarsi la mia o quella di Carmen, sarà capace di rasserenarmi… penso che ogni traduzione sia infine un’occasione per tornare a leggere – laddove la conoscenza della lingua lo permetta- con maggiore attenzione il testo da cui si parte; un’occasione per sondare le divergenze storiche che ci separano, i punti in comune, insomma qualcosa che ci riguarda, che riguarda il nostro modo di vivere la lingua nel tempo in cui siamo.

    Interessante, a questo riguardo, che sia io sia Carmen abbiamo tradotto “enthrall” (v. 13) come “incanto”; laddove la Campo, per esempio, ha tradotto con “m’incateni”.
    Io, da parte mia, ho preferito la dizione “incanto” perché mi sembrava maggiormente introducesse il tema del “rapimento divino” che segue nel verso successivo; e anche perché l’”incanto” è anche è soprattutto incanto delle parole poetiche, volendo così alludere ad un rapporto metatestuale.

    Interessante che sia io che Carmen abbiamo evitato di tradurre il verbo “to mend” (v. 2) con l’equivalente più ovvio: “emendare”, usato sia da Campo, sia dalla professoressa Silvia Bigliazzi (che ha curato recentemente l’edizione BUR insieme a Serpieri). Qui, credo, ci sarebbe molto da dire. Io sono stato spinto a tradurre con “guarirmi” perché ho voluto leggere “to mend” come anche “ricucire” e non solo come “correggere”; nel “ricucire” ho letto un tentativo di relazione fra mondo umano e mondo divino, una positività divina, un tentativo bene intenzionato, retto anche da quel “seek to” che precede. Non so quanto ciò sia giustificabile testualmente.

    È inevitabile che queste differenze rivelino visioni distanti – non so dire quanto ingenue o quanto coscienti – del rapporto tra amore divino e amore terreno, questione che è messa in gioco proprio lungo tutti gli Holy Sonnets.

    Per esempio io ho avvertito una cesura di tono molto forte al v. 9, dove mi pare l’amore terreno prenda il sopravvento; come, per un attimo, un abbandono pietoso e un po’ melodrammatico dell’amante: quel “Yet dearely…”. L’enfasi che ho dato non mi convince comunque: il verso non mi piace. Ma volevo che si avvertisse lo scarto di tono. Laddove questo scarto si perda, secondo me si perde una sfumatura: la forza teatrale, agogica, che questo sonetto possiede. Ed è incredibile che questo poeta così “scritto”, così complesso nella cifra linguistica, mantenga una così netta potenza e variabilità di toni alla prova della scansione orale.

    Molto interessante è poi la questione sollevata giustamente da Fabio Micheli e poi ripresa da Davide Zizza. La traduzione di “breathe” con “alito” della Campo è stata sistematicamente evasa sia da me che da Carmen.

    Vorrei proporre – timidamente – una ragione; la questione meriterebbe più competenze delle mie.

    In questi tre verbi (knock, breath, shine) è espressa l’insufficienza di Dio, l’insufficienza del suo operato nei confronti del poeta. Introdurre qui l’”alito” come presenza creante mi pare non spiegare perché due versi dopo chieda tutt’altra intensificazione. Io ho scelto “mormori” perché ho voluto proprio marcare il fatto che Dio è sì presente, ma come “per speculum in enigmate”, in un brusio confuso, sotteso a tutto il creato; mi sembra che Donne qui si rammarichi che Dio non operi direttamente sulla sua carne, ma come “a distanza”, attraverso altro, “deus absoconditus”: dietro una porta, dietro le parole, dietro un brillare. I tre verbi successi (break, blow, burn) sono infatti esattamente una intensificazione dei precedenti, con l’aggiunta del pronome “me” al termine del verso: Donne chiede che Dio operi direttamente sul “me” con una forza che ho cercato (e ho creduto necessario, come ha sottolineato Domenico Ingenito) tradurre anche in forza ritmica.

    La prima sequenza di 3 verbi è quindi parallela alla seconda e la estremizza; per questo, avendo tradotto “mormori” “breathe”, ho deciso di optare per “urla” traducendo “blow”. “Urla” mi è stato suggerito anche dal fatto che il verbo “to blow” è usato un’altra sola volta negli Holy Sonnets, nella dizione “blow\ your trumpets, Angells” (Sonetto VII, v. 1,2), nel significato di “dare fiato alle trombe”, per cui ho scelto una potenza analoga raggiungibile con la voce: l’urlo. Mi rendo conto quanto questa mia scelta possa essere opinabile.
    (è curioso notare che una sola volta occorre nei Songs and Sonnets (The broken heart, v. 24): “[…] but Love, alas\ at one, first blow did shiver it as glasse”, nel significato di “colpo”; questo il significato che Carmen gli ha dato).

    Proprio seguendo questa istanza energetica che sorregge tutto il sonetto, ho creduto di dover esplicitare la violenza carnale, possibile nel verbo “ravish”. Secondo me la traduzione “se tu non mi violenti” (tra l’altro notevole la concordanza fra la Campo, Carmen e Silvia Bigliazzi: tre donne) non rende con la giusta forza la richiesta scandalosa di contatto fisico che Donne chiede a Dio: egli chiede che il suo amore (di Dio) sia espresso con tutta la scandalosa violenza che il corpo umano può agire (in questo il paradosso…).

    Ma questo sono io, con tutte le mie ineludibili idiosincrasie che qui vedete nette e chiare; anche troppo.

    Vi abbraccio e vi ringrazio.

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  11. prima di tutto GRAZIE!
    grazie per questo splendido commento; ne vorrei leggere sempre di così da parte degli autori coinvolti in PS. dà la misura del dialogo! dà valore alla parola dialogo! perciò ancora grazie.

    Tommaso hai pienamente ragione quando scrivi che quella serie verbale, quel tricolon indica il limite, l’insufficienza del divino. e infatti io chiosavo la scelta della Campo con un “per ovvie ragioni”, dove l’ovvietà – che non è banalità – sta tutta nel rapporto col divino instaurato anche nella ricerca poetica da Cristina Campo.
    ecco perché in voi, tu e Carmen, avverto la distanza storica: il salto verso un nuovo modo di leggere Donne. e dici bene quando affermi che tradurre è leggere. tradurre è una sfida tra il testo e chi lo vuole interpretare con una lingua diversa da quella originale, sicché la traduzione è una lettura data al testo dal traduttore (è questo e molto altro, sia chiaro).
    tornando al tricolon, va notato che in realtà Donne ci pone innanzi a un tetracolon con quell’emendare, che nuovamente la Campo traduce alla lettera (e qui mi chiedo quanto ci sia della lezione di Praz e Traverso nel tradurre), e che invece tu e Carmen ‘interpretate” nel segno del limiti più umano, dell’insufficienza del divino umanizzato e quindi interrogato e allo stesso tempo ridotto a un mormorìo, a un brusìo.
    di nuovo, grazie

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  12. Impressionante la lettura di Carme Gallo, per quanto si allontani dalla dottrina e favorisca una visione del sonetto assolutamente moderna e ne scacci quel senso di litania che pure a ragione ci è stato tramandato dalle rigide trasposizioni che si sono susseguite nel tempo. E’ come leggere altro sapendo perfettamente di leggere un holy sonet di john donne. Non saprei come diversamente spiegare.

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  13. Salve a tutti, con un po’ di ritardo, approfitto per dire alcune cose sulla traduzione mia e di Tommaso, a partire dai tanti e belli e partecipati commenti che sono arrivati. Partirò dalla fine, ringraziando Gianluca per le sue parole, e aggiungendo solo che le tante e notevoli traduzioni di Donne che si sono susseguite negli anni hanno sempre avuto il merito di traghettarci la sua grandezza, ma concordo con lui – ed è questo il mio tentativo qui e altrove – che andrebbe valorizzata di più la modernità di Donne che risiede spesso in un dettato molto più diretto e colloquiale in inglese di quello che siamo abituati a leggere in italiano, come se in Italia si tendesse a rendere Donne più Donne di Donne.
    Vengo poi ad alcune riflessione sulle scelte linguistiche. Il mio “incanto”, a differenza di quello Tommaso, è stato scelto per rendere più che il rapimento divino l’idea di un’agognata improvvisa immobilità, la speranza di una pace immobile capace di placare i il tormento, l’irrequietezza spirituale e verbale nel silenzio sovrannaturale di una pace divina. Sulle sequenze incalzanti dei verbi monosillabici che se volete io ho un po’ annacquato con l’infinito nella versione italiana, devo dire – e qui divergo ancora con Tommaso e con Fabio credo, che parlano di insufficienza del divino – che speravo rendessero l’idea dello slancio, dello sforzo, della mano grande tesa verso l’uomo in crisi, spostando piuttosto l’insufficienza sull’incapacità dell’uomo di “arrendersi” all’assedio di Dio, che mi pare l’inquietudine più profonda che attraversa tutti gli Holy Sonnets di Donne.
    Donne recepisce le contraddizioni e le svolte epocali del suo tempo (prima fra tutte, lo scisma religioso e la messa in discussione della secolare tradizione cattolica) mettendo in scena il vacillare instabile, quasi sull’orlo di un abisso, del rapporto di fiducia tra Dio e l’uomo, che d’altra parte le nuove scoperte scientifiche e astronomiche contribuivano a minare stravolgendo la corrispondenza divina tra micro e macrocosmo. Su “mend”, “riparare”, ho scelto l’accezione forse più piana e letterale del termine, perché è un termine che torna spesso della poesia metafisica del tempo per indicare l’operazione del tentare di rimettere insieme i pezzi (v. The Deniall, di G. Herbert), di riportare l’ordine e l’armonia tra parti che non trovano più il modo di combaciare. Mi sembrava rendere bene la forza che rasenta la disperazione con cui il poeta chiede un intervento divino che trasformi questo monologo in un dialogo, “riparando” quest’uomo che va in mille pezzi, arrovellato nelle sue mille paure, e incapace di raccogliersi per ascoltare la voce che invoca con tanta veemenza.
    Ancora, sulla questione di quel “breath” che non alita più nelle nostre traduzioni. Direi che è interessante che sia io che Tommaso abbiamo scelto di tradurre “breath” non con “alito”, ma con due termini afferenti alla Parola (anche lui nel suo commento accennava all’incanto della Parola), più stentata nel mormorare quella di Tommaso, di poco più netta la mia nel sussurrare. Per quanto riguarda la mia traduzione, credo di aver scelto “sussurrare” per rendere l’idea di una parola che tenta di farsi il più possibile vicina, intima, e che proprio per questo non riesce nel suo intento”riparatore”, perché manca quella complicità, quella fiducia che potrebbe guidare il poeta fuori della sua angoscia. E infatti proprio nella vertigine di questa mancanza che la fisicità, il corpo, sono nuovamente chiamati a testimoniare la propria presenza e offrirsi come luogo della testimonianza violenta dell’esistenza dell’uno nel sacrificio dell’altro, ma anche della soggezione fisica, dell’espiazione umiliante e redentrice del corpo (sulla traduzione dell’ultimo verso non mi soffermo, lì credo che la sensibilità del maschile e del femminile entrino in gioco in modi che non sono capace di indagare).
    Infine, ancora due parole sull'”alito” cancellato. Non so se esagero, forse sì, ma mi perdonerete: credo sia vero che qualcosa è cambiato tra la traduzione della Campo e i nostri tentativi di tradurre la poesia religiosa di Donne, però credo anche che questo cambiamento sia non solo, e non tanto, nella percezione del divino in sé, che per certi versi non ha mai smesso di vacillare e rinsaldarsi in vari e infiniti modi, specie nella nostra contemporaneità. Se, come scrive anche Kenneth Burke, in fondo ogni riflessione su Dio e sul linguaggio religioso è sempre una riflessione sul linguaggio stesso, perché Dio è innanzitutto Parola (troppo lungo sarebbe soffermarsi anche sul rapporto di continuità tra linguaggio religioso e linguaggio poetico di cui parla Ricoeur) e la Parola è nella sua stessa etimologia “evento” (Ong), credo che questa scelta traduttiva – che Fabio Micheli ha messo con grande acume in evidenza offrendoci una preziosa opportunità di riflessione – metta in luce un altro aspetto importante che anima alcune delle scritture “giovani” contemporanee, tra cui quella di Tommaso che amo molto, e cioè la rinnovata seppure talvolta faticosa fiducia accordata alla parola e al suo potere di riempire i vuoti e di ripristinare gli interi, di ridare in poche parole un senso al nostro dialogo con il mondo. Mi scuso per queste lungaggini, grazie a tutti, e a Poetarum Silva e Gianni Montieri per questo spazio incredibile di confronto.

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  14. ti sono grato (ma la parola non dice bene ciò che davvero vorrei esprimere) per questo tuo commento, Carmen.
    infinitamente grato

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  15. Grazie ancora! Ho dimenticato di ringraziare Tommaso, Primo Mobile di questo azzardo.

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    • Ringrazio di nuovo Carmen e Tommaso, e tutti quelli che sono venuti qui a parlare, discutere e a farsi delle domande.

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  16. Molto interessante, e anche i commenti e le riflessioni, di Michieli e dei traduttori/autori, danno bellissimi spunti. Anche la traduzione della Campo dà un margine ulteriore di qualità al cimento globale nella traduzione di questo sonetto di Donne.

    Saluti

    Bux

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