Barbara Coacci, poesie inedite

A Ingeborg Bachmann

Cosa posso più dire
adesso che ti ho qui sulle ginocchia
e bevo dalla carta
e mangio. Cosa ancora
dopo aver riconosciuto tutto
nel tuo specchio
tutto incarnato due volte il mondo
tutto già detto. Apparecchio

voglio mettermi comoda
sono un uccello pigro che non lascia il ramo
un neonato impotente alla parola

 

Chiese

Solo un fuoco di scale e marmo
rosa più per luce che per materia
uomini e donne che camminano
entrano in chiesa ma non pregano

non prega nemmeno il prete
lascia sull’altare
una mandria che geme
nella polvere alzata dagli zoccoli
cerca l’uomo del bestiame
delle parole uguali delle
lingue straniere

in casa non c’è più nessuno
nemmeno un comandamento da comandare.
I padroni sono tutti morti
gli occhi aperti
bianchi sotto la cenere
fioriscono come stelle alpine

 

Polvere

la consistenza della polvere
il velluto delle superfici
a buccia di pesca, a veli, a strati
coperti tutti i mobili e ogni forma
squadrata o tonda,
ma più di tutti i gatti
che fa la polvere se la lasci figliare
reclamano carezze e voci umane
buone per la fame

raggiungono leggeri come acrobati
le mensole più lontane i libri
di ogni genere approdati
in lunghi giri sugli scaffali

danno la caccia a un ragno,
in equilibrio magistrale,
su tutto il teatro di Shakespeare

 

Stabat mater

come una figlia nella
decadenza invernale
nel soffio rotondo
del vento che si incanala
lento inseguire
al montare delle colline
di poco più che un’ombra
dentro la chiesa
fino al cristo di scarsa fattura

non era niente non era
credenza o religione
passare la mano sul legno cercare
la scheggia per il palmo

padre nostro
l’unica preghiera che ricordo
l’unico travaglio

 

Countdown

Alla fine è cominciata
a furia di secondi e pioggia
nei cappotti addossati alla ringhiera
le scarpe coi tacchi a mezz’aria
per le labbra più vertiginose
finché la gravità non preme
la terra non chiama all’aderenza

eppure non c’è inizio
per i nostri corpi piccoli
nell’osservanza stretta del rito
davanti alla chiesa sconsacrata
– si narra piuttosto di fantasmi ma
nessuno viene. –

Per vanità o coraggio
sale dai tetti un trionfo dal cuore
una paura
se appena il silenzio ci deruba
e il bacio muta
in un sigillo di puro niente

 

Barbara Coacci nasce ad Ancona nel 1969, dove lavora come psicologa psicoterapeuta. Nel 2009 esce la sua prima raccolta di poesie Nessuna Nuova (Edizioni La camera verde, Roma). Una sua poesia è stata inserita nell’antologia Porta marina. Viaggio a due nell’Italia dei poeti, a cura di M. Gezzi e A. Ruggeri (Edizioni Pequod, 2008). Alcune sue poesie sono state pubblicate nel sito “Absolute poetry” (www.absolutepoetry.org) e nella rivista trimestrale “Nostro lunedì”. Un suo racconto è stato pubblicato nell’antologia Orientarsi con le stelle. Sette racconti d’esordio (Transeuropa edizioni, 2005, a cura di M. Canalini). Altri racconti sono in attesa di pubblicazione.

19 comments

  1. anche per me Polvere è magistrale. Come direbbe la Carpi ‘etica della comprensibilità’ oggi più che mai necessaria.

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  2. Sucsatemi, per GIANNI MONTIERI: c’è la possibilita in futuro
    di leggere qualcosa qui
    Cristina Campo? una
    poetessa che adoro.
    Grazie. ud

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  3. Che bello tornarti a leggere, Barbara! Molte chiese, bisogno di raccoglimento (di protezione?), ma poi lo scatto, scarto (d’orgoglio?) di “extracomunitaria in territorio sacro”, per citare una nostra comune amica poetessa ;-)

    A proposito di etica della comprensibilità, non ho capito questo passaggio:
    ma più di tutti i gatti
    che fa la polvere se la lasci figliare
    reclamano carezze e voci umane
    buone per la fame

    “che” è pronome relativo oggetto, riferito a gatti?

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  4. Ringrazio tutti per la lettura. In particolare il richiamo ad un’etica della poesia mi fa un immenso piacere.
    Vale, l’intuizione della poetessa Natalia Paci sull’essere stranieri laddove regnano le religioni degli uomini resta ancora per me un altissimo volo.
    Circa il tuo dubbio, sì, “che” è riferito a gatti: non so se hai presente l’espressione “i gatti della polvere” ( o si usa solo a casa mia?), per intendere quei piccoli gomitoli di lanugine che si formano talvolta negli angoli, o sotto i letti. Bene. Se lasci figliare la polvere, se non la disturbi, la polvere dà origine appunto a questi cosidetti gatti, che nel testo poi si “animalizzano” sul serio, per così dire,. Ma io non sono brava a parlare delle mie poesie. Un abbraccio :)

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  5. Io non conoscevo l’espressione “i gatti della polvere”… mai sentita. Necessaria, la chiarificazione, per capire il testo, non necessaria per apprezzare le poesie, assolutamente molto belle.

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  6. Io invece la conoscevo e l’ho capita subito, emozionandomi nell’immaginare ciuffi di polvere che si trasformano in gatti reclamanti carezze…
    Polvere, gatti, libri, scaffali, ragni
    ed altre acrobazie domestiche che, come sai, adoro: “Polvere” è la tua poesia migliore! di sicuro la mia preferita! Complimenti, è sempre più interessante e piacevole leggerti. Natalia Paci

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  7. I gatti della polvere per un poco mi hanno tenuto lontano da ciò che subito dopo sembra invece un urlo lanciato in cerca di una eco, per quanto meravigliosa riflette la distanza vicinanza di tutte le cose auliche e terra terra lla lettura di Stabat mater.Che ritengo la cima più alta frastagliata di questa catena d’oro bianco di poesie.

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  8. poi io le tue poesie le conosco bene, so come scrivi, aggiungere qualcosa qui mi è difficile, ti ricordo quella cosa che sempre fai….con le tue poesie…fai sollevare almeno un po’ (perché poi non si stacca mai niente da terra, lo sappiamo)

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  9. che bello tornare qui in questa mattina, per me, di nodi e lame…grazie ancora agli amici (conosciuti e non), alla mia “acrobata” preferita, e a gianni, mio preziosissimo amico, al di là del bene e del male…

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