Marco Mantello – poesie

Si formano dal nulla le formiche
te le trovi dentro il pane
sbriciolarsi in file storte
sono lunghe settimane.

La zanzara tigre è destinata
a governare il pianeta
nasce sotto alle piante
e se la schiacci :

lei ricresce perché
di radici ne ha tante.
Il vermetti del parquet, poveracci
affogano nel sapone liquido :

i ragnetti solo zampe e muretti
vanno in giro coperti di stracci
tranne uno che è timido.
Quelli rossi impazziscono

nel marmo del balcone
quelli grandi te li porti sul palmo
e la mano fa il resto.
Poi ci sarebbero anche

una falena distesa
sul pavimento della cucina
l’elitra sfinita di una mosca
che ha visto la luce ed è partita

la mia faccia senza occhiali
con un pettine in tasca:
siamo qui, tutti assieme
nella nostra casa

se non sbattono le porte
ci ascoltiamo

.

****

.

Quando le parole
brillano come posate
sopra i tavoli di un ristorante
e sono sempre le due e un quarto
e là fuori, invariabilmente,
splende il sole
se non è proprio un infarto
sono comunque problemi di cuore.
La morale impersonata
da una dieta universale
da una porta spalancata
osserva che al mondo si muore
più di fame che di amore
E adesso iniziamo a mangiare

.

****

.

Rocco ’78

 .

Cara Lucia
ho paura che i migliori agenti
della polizia
un bel giorno mi bussino in casa
e mi portino via .

ho paura che ‘I migliori anni
della mia vita’
sia l’insegna di un disco pub
ho paura di uscire per strada
con la A di Anarchia
e un profilo troppo medio-orientale
per fissare così a lungo la gente
stare in posa e squillare .

ho paura delle rime con rosa. .

Cara Lucia
ho paura dei tuoi ‘Come mai’
e dei centri di prima accoglienza
ho paura dei tabaccai,
delle palestre e dei rasoi
ho paura di quelli
che ti danno del noi .

ho paura di mia nonna
e del sangue che dice di vedere
su quella faccia di bronzo
che ha la madonna .

ho paura della luce, certe sere. .

Cara Lucia
ho paura delle finestre spalancate
e dell’altezza degli italiani
ho paura che le nuove ginestre
non le pianti facilmente in città
ho paura che dovunque io vada
ci sia il mare: eccolo qua!.

Ho paura che il codice della strada
ci farà morire in pace dentro un letto
ho paura dei ‘Si consiglia di’
dei ‘Rispettate il’
stampati su un nerissimo pannello
dal lunedi al venerdi
e mai rivendicati .

ho paura delle croci dei crociati
delle ostie circolari
e di cosa ci mettono dentro
ho paura che il nostro
sia un amore di centro .

E poi, cara Lucia
se domani prenderò una pistola
per portarmela a scuola
ho paura che i migliori agenti della
polizia
verranno pure a casa tua
a cercare questa poesia. .

Perciò sciacquati la bocca .

e leggimi con attenzione
perchè tu sei la sola
in grado di provare
che quel giorno stavamo da te: .

io con le dita incrociate
fino all’ultimo minuto
tu con le labbra sbiancate
a gridare il contrario di aiuto.

.

****

:

Una vecchia e il suo pezzo di ferro
camminavano in mezzo alla strada
Le sue gambe giuravano il falso
ogni volta che il passo mancava. :

Lo studente saliva le scale
con un’aria un po’ troppo severa
Le sue mani stringevano il ferro
era quasi venuta la sera

.

****

.

Due giorni al cimitero    -primo giorno

 :

C’era scritto all’ingresso:
-Bitte warten- ma io
sono entrato lo stesso. .

C’erano vecchie dappertutto
sulle panche in mezzo al prato
ogni posto era occupato.
Erano vecchie, dopotutto. .

Così alla fine mi sono detto
si, insomma, ho camminato.
E mentre pensavo
che certo in Germania .

è diversa la vita .

una vecchia di quelle mi ha chiesto
se sapevo per caso
dove diavolo fosse finita:
si era persa e da un po’ .

non riusciva a trovare l’uscita

.

****

.

                -Secondo giorno

 .

Alla fine ci sono tornato.
Per guardare certe lapidi marroni
per sapere che era il 1700
per vedere bene quelle.

che portavano le croci
e le altre con segni più strani
per distinguere i morti buoni
da quelli umani. .

Era un prato e
c’era tutto.
Anche il fiore calpestato .

e i bambini cosa-mangi
concimavano pezzi di terra
mentre quelli perché piangi
perdevano l’ultima guerra .

dietro un albero spezzato.
C’era tutto. Proprio tutto
su quel prato

.

****

.

In un plastico a grandezza naturale
c’è una bara con dentro un paese.
Vedi case, il campanile
e la piazza principale
vuota come la testa di un morto. :

Un’intera collina che brucia
a cielo aperto e bocca chiusa
fa da camera ardente
alla bara con dentro il paese. .

A restare dalla sera alla mattina
è arrivata tantissima gente
chi da dietro, chi davanti
questa bara con dentro il paese
e tutti i suoi abitanti. .

Sono ancora persone reali
provenienti da grandi città
o i riflessi dei loro diari
che lo vegliano pieni di odio .

quel paese che dentro la bara
si rianima a ridosso
della faccia di un padre padrone
deceduto la stessa mattina
che bruciarono casa e collina. .

L’hanno esposto nel salone principale
col rosario intrecciato alle dita
e le donne piangevano prima
che qualcuno dicesse. E’ la vita.

.

****

.

Ho sposato un ingegnere dell’Alenia
l’altro ieri spedisce mia figlia
a studiare alla Pina Mastai
strasicuro che il mondo di massa
sia un gran mucchio di ermellini
che divorano la mia carcassa
ogni volta che la veno ai pellicciai. .

Ci dovrebbero fare un’inchiesta
sulle scuole cattoliche a Roma
tolleranza per i simboli fascisti
attaccati agli zaini e gli occhiali
riflettevano frati trappisti. .

Nella chiesa di San Bellarmino
si diventa necrologi sui giornali
di marina e fanteria.
Cappellani che trincano vino
ora sbarrano le porte dell’ingresso
ti rispondono male in latino. .

Fra le macchine accostate sull’arteria
e le croci seppellite sottoterra
recitiamo con la musica nel sangue
le preghiere per la guerra

.

****

.

(The watchman on his beat)

 .

Deve essere una specie
di terza via
fra la luce ed il buio .

Forse esiste una ragione
che matura a intermittenza
che compare e scompare
senza fare tendenza .

sono mesi che un guasto
non mi lascia illuminare a sufficienza
e da ieri ci sono rimasto
con quella specie di balbettio
che mi fa tremare pure i motorini..

Non riescono più a rimanere
fermi sotto la cappa di luce
i contorni di questi burini
hanno forma di voce, latrati
che nessuna faccia mai conoscerà. .

Fossi stato un’ insegna
fossi nato a New York
tutto quanto normale.
Ma qui a Roma, nel viale
dove manca perfino la notte. .

E c’è pure questo qua,
sotto di me, che disegna
col bermuda militare
mezzo braccio colorato
il cappuccio e intorno al collo .

porta come un lucchetto dorato:
ogni sera sta lì ad aspettare
che le scritte diventino asciutte.
E che io, a intermittenza
mai che possa inquadrargliele tutte .

senza farlo sparire o che so
dargli un’ombra e fissare sul muro
il momento che resta da solo
con tutti i suoi ‘Beh, vaffanculo’.

 .

****

.

bio:

Marco Mantello è nato a Roma nel 1972.

Suoi racconti, saggi, interviste, poesie, sono apparsi su ‘Liberazione’, ‘Nuovi argomenti’, ‘Storie’, ‘Una Città’ e sul sito web ‘Nazione indiana’. Nel 2006 ha pubblicato la raccolta di poesie Standards, ed. Zona. E’ presente nell’antologia di scrittori italiani Italville, New Italian Writing, Toronto, 2005. Ha pubblicato il romanzo La rabbia, Transeuropa edizioni, 2011.  A ottobre uscirà per i tipi della Camera verde Il sangue dei vincitori, poema sull’egemonia della destra in Italia, e alcune poesie d’amore.

7 comments

  1. “e i bambini cosa-mangi
    concimavano pezzi di terra
    mentre quelli perché piangi
    perdevano l’ultima guerra.”

    Bello. Proprio.

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  2. Sono molto contento d’aver ospitato Marco e i suoi testi qui oggi. Mi piace la sua scrittura, mi piace la sua maniera di usare le cose, le parole. Mi piace la rima che sta nel ritmo totale del testo. Mi piace la cattiveria e la dolcezza, il sarcasmo e l’ironia. Mi piace lo sguardo a lunga gittata.

    Grazie a lui e a chi sta leggendo

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  3. ‘Si formano dal nulla le formiche
    te le trovi dentro il pane
    sbriciolarsi in file storte
    sono lunghe settimane.’

    Trovare quattro versi così, in apertura, condiziona per il resto della lettura.
    Sono versi che restituiscono una falsa luce: chi legge è portato a credere che siano compulsivi, che siano come vernice fresca sulle panchine del parco, invece c’è dentro una meticolosa costruzione del suono, una ricerca del filo buono che lega parola a parola.

    Mi ha colpito molto, bravo l’autore e bravo Gianni che non ne sbaglia quasi nessuna.

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  4. Grazie per i vostri interventi, mi fa piacere che passi l’idea che dietro la compulsività apparente ci sia un lavoro di ricerca sul suono, e sulle lettere aggiungerei, perché è quello che cerco di fare, credo che l’emotività, parafrasando un’autoprefazione di Calvino a un suo famoso libro, il quale si riferiva al divertimento, sia una cosa serie, e che far trasudare un’anima alle parole implichi sempre una forma di controllo, e di autocontrollo, non condivido invece le programmatiche e parche astensioni dall’uso della rima, qualificato a priori come debordante e canzonettaro, forse perchè, almeno dal mio punto di vista di autore poi non so gli effetti quali possano essere nei lettori, i referenti ritmici di queste poesie, composte il 99 e il 2006 e già uscite a suo tempo in cartaceo ma inedite online, sono più legati alla poesia di Auden e di Robert Frost, che non come a volte mi è stato detto, a Gozzano e Palazzeschi. Un saluto e volevo anche dire che fa piacere essere letti qui, mi sembra ci siano persone attente e consapevoli, quindi grazie ancora a Gianni e complimenti per il vostro sito! Marco

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  5. L’uso della rima, alla maniera di Caproni o nel sonetto riutilizzato da Raboni, è artificio utile a palesare la musica segreta che sta chiusa dentro ogni parola. Su questo mi trovi d’accordo.Così come preciso che la circolarità della costruzione di Rocco’78 è stato altro indizio utile ad intuire quella consapevolezza poetica di cui, in qualche modo, parlavoo nel precedente intervento. Non credo che siano questi i brani che rimandano a Gozzano- imamgino abbiano letto altre cose tue- ( a proposito, son passati poco più di cent’anni da quando con Colloqui diede il via al novecento entro cui ancora muoviamo dei passi), che aveva invece scelto una metrica più rigida, rime precise come lame a due a due ( AbbAAb). Ma che aveva anche messo sotto chiave l’endecasillabo, necessario a creare il giusto spazio, la giusta distanza che rende impossibile ridurre a cantilena una strofa.Ancora complimenti.GS

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