Pier Paolo Pasolini

proSabato: Pier Paolo Pasolini, da “Studi sulla vita del Testaccio”

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da Studi sulla vita del Testaccio

I

I ragazzi che nelle prime ore del pomeriggio scavalcano il muretto e scendono sulla scarpata, vengono da Piazza Testaccio, lungo una delle larghe vie cimiteriali, perpendicolari alla piazza. Non insieme, o in ordine; se partono uniti, in quei cento metri di strada trovano mille occasioni per dividersi, disperdersi. Uno resta indietro, nascondendo certe sue intenzioni dietro una faccia chiusa, scostante; scompare per una via laterale, o torna verso i giardinetti. Due, ad un tratto, si mettono insieme e chiacchierano fra loro in modo da restare isolati nel loro discorso, anch’essi scostanti, offensivi; poi se ne vanno. Succede però che si ritrovino sulla scarpata. Anche lì la loro convivenza pare di continuo per disgregarsi; si spargono qua e là, ognuno con la fionda (si sono fatti splendide fionde, foderando il manico con del nastro isolante rosso, giallo e verde); se si radunano è per qualche battifondo (colpire un pezzo di carta appeso a un cespuglio) che li rende come pazzi, incoerenti. Ma in ogni fatto o impresa c’è un fondo d’ironia: niente deve essere fatto sul serio, perciò ogni loro passione (quella di uccidere lucertole, pescare) scivola su un fondo ironico; che li rende ambigui, nemici; ciò fa parte della lenzaggine del quartiere, dove è necessario non essere diversi. Essi si oppongono sempre a vicenda la noia, la possibilità di fare a meno degli altri, la capacità immediata di cogliere gli altri in fallo di credulità, di fede, di impegno: di ingenuità.
Appena scesi tutti sulla scarpata, si mettono subito ad accendere il fuoco. Franco si china in una zona senza erba, raduna un po’ di stecchi, di pezzetti di legno sporco della più infetta e nauseante delle polveri; manda gli altri (Carlino, Renato) a prendere dei pezzetti più grossi intorno. Tira fuori il fulminante − il fulminante che esce dalle tasche dei ragazzi, insieme a briciole e spaghi, un fulminante cattivo che sa di gabinetti − il fuocherello è acceso. Lì presso era pronta una cocuma trovata tra l’immondezza, di una incredibile vecchiaia, pèsta, ridicola; la mettono sul fuoco, e Franco vi getta sbadato i pezzetti di piombo usciti dalle sue tasche col fiammifero; tutti stanno chini sul fuocherello, agitati, dispettosi,a vedere il piombo che si fonde; intanto Franco arrotola una cartolina non meno lurida della cocuma, a forma di cono, e ne pianta la punta sul terriccio; quando il piombo è fuso lo versa dentro quella specie di imbuto, perché ne prenda la forma; aspettano che si raffreddi; Carlino va a riempire la cocuma d’acqua, e la versa sulla terra intorno alla cartolina per affrettare il raffreddamento: dopo poco il pezzetto di piombo a forma di cono è pronto e Franco se lo mette in tasca: adesso aspettano che si aprano le botteghe per andare a prendere un amo. Il fuocherello continua ad ardere, sui legni secchi come ossame. Romanino ha presa viva una lucertola; pensa di metterla sul fuoco, e tutti si stringono intorno a lui invasati e allegri: Sergio gliela strappa dalle mani e la lega a uno spago, e tenendola così sospesa corre verso il fuoco, seguito da tutti gli altri. Le fa sfiorare la fiammella per farla arrostire lentamente; la pelle della lucertola annerisce, ribolle; essa muove davanti al muso le zampe anteriori, come braccia umane, in un atroce spasimo.

II

Su Testaccio si vedrà sempre un cielo caliginoso e allucinato. tepore primaverile ancora gelido; vernice verde degli alberi macchiati dal viola o dall’indaco di alberelli da frutta, con grazia di paesaggio giapponese. Panoramica iniziale − dall’alto, come in qualche classico del cinema francese, René Clair: − Porta Portese, Riformatorio dei minorenni − di uno stinto, solido barocco romano − lungoteveri alti, deserti. Ma questo di scorcio: l’obbiettivo si fermerà subito contro la riva di Testaccio. Ponte Testaccio. Argine verde spelacchiato, velenoso, sull’acqua del Tevere ancora tumido per la piena invernale. Lungo blocco giallastro di case a cinque, sei piani del primo novecento, balneari, nordiche. Asfalto delle strade intorno al fiume.
Veduta lontana e nebbiosa della zona portuense, del gasometro.
Lotto; strada, muretto, scarpata, fiume. Cinquanta metri a destra, il ponte. Vengono spesso dei pescatori con l’amo, e anche con una piccola rete appesa ad una stanga, come in un posto abbandonato, mentre sul ponte passa con fragore afono la circolare. Lucertole sulla scarpata cotta dal sole, feci, immondizie; erba ancora abbastanza pulita e fresca.
Lungo la scarpata, fino al livello dell’acqua sono scavate delle buche molto lunghe (sei o sette metri; perpendicolari al fiume; forse per lo scolo) e larghe solo poco più di mezzo metro. Lì dentro Soncino e suo fratello hanno rinchiuso i loro tre gattini, costruendo una specie di recinto. Portano ogni giorno un po’ di carne e un po’ di latte. Li curano. Ma forse il mangiare non basta. I tre gattini sono scheletrici, si coprono di croste. La prigionia li ha resi rabbiosi. Il gatto mezzano rode un’orecchia e il collo al gatto più piccolo, e a sua volta ha divorate le zampe dal più grande.

© Pier Paolo Pasolini, in Studi sulla vita del Testaccio, già in Alì dagli occhi azzurri, Milano, Garzanti, 1965.

proSabato: Fortini e Pasolini

fortini_attraverso pasoliniSebbene creda, sì, di aver avuto, quanto a Pasolini, ragione nell’ordine della ragione, so di avere avuto torto di fronte all’albero d’oro della vita.

F. Fortini

 

 

 

 

 

Scrive Fortini, introducendo la sua opera autobiografica Attraverso Pasolini, che è una raccolta di quello che dal 1952 fino ad allora, anno 1993, aveva scritto su Pasolini:

Su Pasolini, le pagine che seguono non sono un saggio ma una raccolta di quanto ne ho scritto in quarant’anni. E anche documenti e lettere del periodo della rivista “Officina” – [che fu anche l’esercizio di una sempre più ricca conoscenza reciproca che doveva condurre ad una sola certezza: quella dell’inconciliabilità, n.d.r.] – […] Probabilmente nella propria opera nessuno scrittore italiano del nostro secolo [’900, n.d.r.] ha accumulato, come Pasolini, giudizi sulla storia contemporanea e la società in cui visse; con altrettanta costanza nessun altro ha fatto di quei giudizi materia del proprio scrivere. Lo ha fatto però in modi che chiedono di venir decifrati.
Serve una lettura linguistica e stilistica che si apra la via attraverso le congerie degli enunciati e delle perorazioni ininterrotte e vi identifichi gli elementi radiattivi [sic] per poi, alla loro luce, reinterpretare l’insieme.[1]

Non dobbiamo far altro, a questo punto, che usare le parole di Fortini e seguirne le indicazioni, nel sospingerci nell’esplorazione di questo oscuro e preziosissimo testo della nostra letteratura contemporanea, quando ci dice che «a quelle scritture, le edite e le inedite, – [articoli, appunti, saggi, lettere ecc., n.d.r.] – accompagno informazioni e commenti, spesso intenzionalmente arbitrari. Non ho avuto in passato, voglio ripeterlo, né ho l’intenzione o capacità di tenere oggi un vero discorso critico sull’opera di Pasolini. Il lettore si avvedrà da solo dei limiti e dei propositi dei singoli contributi.»
Ed è esattamente il modus operandi che ho applicato nella scelta di questi due carteggi, gli ultimi dove si respira ancora una sorta di afflato privo di attrito fra i due. (altro…)

Il “non solito dialetto” di Mario dell’Arco

mario dell'arco ottave 1948Mario dell’Arco (1905-1996) e il dialetto che non è il solito dialetto. Uno dei massimi esponenti di quella poesia in vernacolo troppo a lungo screditata dai puristi e il più delle volte attaccata e affrontata in modo contraddittorio e svilente nella fatidica Questione della lingua. Diciamocelo, il dialetto non attira a sé troppe simpatie (già dai tempi del Cesari, primi Ottocento), ma, quella del nostro, è opera più unica che rara, raffinata, surreale, che non può non catturare e conquistare. Un’opera in romanesco che sembra non aver conosciuto nel corso degli anni “una vera evoluzione”. Ma, appunto, sembra.
In realtà questo dialetto (“addirittura più leggero dell’italiano” come lo ha definito Gibellini) cesellato, ben si attaglia a quelli che furono i contenuti della poesia dellarchiana a partire dalla prima raccolta: Taja, ch’è rosso! (1946), apparsa nello stesso decennio che vide l’esordio di mostri sacri come Tonino Guerra e del Pasolini casarsese: una vena prevalentemente lirica, incline a deformazioni fantastiche e surreali, tese a rendere poetici gli aspetti di partenza del reale.
Così può capitare che, nella poesia di dell’Arco, il treno diventi un coso buffo/ cor cappello a cilindro e lo stantuffo; il cielo una lavagna sulla quale la luna disegna le costellazioni; la far-falla un verme che ha messo per ali due petali di rosa. Una sorta di magismo insomma, che nulla ha a che fare con quello crudo del Malaparte de La pelle o con il migliore assurdo letterario, e che serva per tacere dei monumenti e dei luoghi di Roma investiti da questa modalità poetica, disponibile al meraviglioso: è il caso di Roma – 18 poesie (1956), ad esempio, o di Arciroma (1978). Qui i monumenti si animano davvero, e può accadere che il cavallo di Castore in Campidoglio scenda dal proprio piedistallo e attraversi le vie del centro storico; o che la Barcaccia di Piazza di Spagna levi l’àncora e imbocchi er Babbuino.
Un’altra novità preponderante e, oserei dire, prepotente della poesia dellarchiana è la rottura con la tradizione romanesca sul piano della metrica: nessun sonetto presente nel volume complessivo; al contrario la predilezione per un sermo brevis per lo più di endecasillabi e settenari (questi sì i più classici della tradizione poetica italiana!) mentre più rari sono i quinari, variamente ritmati, anche con accortissime rime interne al verso.
Uno schema libero che, nel suo epigrammismo, si è sposato perfettamente anche con la compiutezza classica che il poeta ha inteso riprodurre nel suo personale adattamento di Catullo, Marziale e Orazio, da lui arromanescati a più riprese e che, contemporaneamente, lo fanno inserire perfettamente nella corrente del suo tempo, riuscendo in questo suo strutturare il componimento non simmetrizzandolo, in un divertissement letterario.
Dal ’48 in poi entra in scena Pasolini che col nostro inizia delle vere e proprie collaborazioni, in seguito al sentito apprezzamento dell’opera dell’autore romano.
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Altri dischi #5: Jim Morrison & The Doors, An American Prayer

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Jim Morrison & The Doors
An American Prayer
Elektra, 1978

 

*

di Ciro Bertini

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La si potrebbe considerare una banale operazione commerciale. A sette anni dalla morte di Jim Morrison, i Doors si ritrovano in studio per dare una veste musicale ad un consistente corpus di poesie, recitazioni e dialoghi composti e registrati dal Re Lucertola e rimasti negli archivi della Elektra. Il background è questo. Non la voglia di cimentarsi con un nuovo album di inediti che “aggiorni” il sound della band di Los Angeles all’alba degli anni ottanta, quindi, ma un tentativo di resuscitare Jim, la leggenda, ponendolo ancora una volta davanti al microfono e facendogli recitare le sue storie di morte e rinascita, le sue visioni di trascendenza e catarsi, i suoi dialoghi scabrosi e onirici. Ci avevano già provato, Ray Manzarek, Robby Krieger e John Densmore, a proseguire senza di lui, registrando in fretta e furia un primo album ad appena pochi mesi dalla sua scomparsa. Un modesto tentativo di dire: ci siamo ancora, quel “Other Voices”, e mai un titolo sarebbe potuto essere più appropriato nel ribadire l’assenza di Morrison, tanto nella scrittura dei testi quanto nell’interpretazione degli stessi. Forse sarebbe stato più corretto cambiare nome, seppellendo per sempre The Doors accanto alla tomba che aveva appena accolto le spoglie di chi quel nome l’aveva inventato, ma al di là delle spietate leggi del mercato che impongono di far correre la bestia finché ha ancora un po’ di fiato in gola, una simile, coraggiosa scelta avrebbe dato ragione a quanti, allora come oggi, ritenevano che Jim Morrison fosse i Doors e che i Doors fossero Jim Morrison. Non è ovviamente questo lo spazio adatto a intavolare una discussione circa i meriti individuali dei quattro componenti della band, se fosse Jim a trascinare gli altri con la sua personalità strabordante, o se fossero piuttosto Robby, Ray e John i veri geni musicali, senza i quali Morrison sarebbe stato soltanto uno sconosciuto autore di poesie che pochi o nessuno avrebbe letto. Sia chiaro che chi scrive nutre per il quartetto californiano un’ammirazione assoluta e ritiene che The Doors sia una pietra miliare della storia del rock.

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I poeti della domenica #73: Pier Paolo Pasolini, La diversità che mi fece stupendo

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La diversità che mi fece stupendo
e colorò di tinte disperate
una vita non mia, ancora mi fa
sordo ai comuni istinti, fuori dalla
funzione che rende gli uomini servi
e liberi. Morta anche la dolente
speranza di rientrarvi, sono solo,
per essa, coscienza.
E poiché il mondo non è più necessario
a me, io non sono più necessario.

Pier Paolo Pasolini, La diversità che mi fece stupendo, in Poesie inedite (1950-1951), in Le poesie, Milano, «I Meridiani» Mondadori (Milano, Garzanti, 1975).

proSabato: Amelia Rosselli a Pasolini (due lettere)

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Amelia Rosselli a Pasolini: due lettere (con una nota in coda)

31/10/1968
lungotevere Sanzio 5
00153 – Roma

Caro Pier Paolo,
.                              Ti scrivo riguardo agli scritti di Sandro Penna, che ho conosciuto bene ultimamente, e che come tu saprai, non sta affatto bene credo da parecchio. Anzi ora non può uscire di casa, e addirittura non esce di letto – lo curano per disintossicarlo: e infatti credo che abbia molto abusato di pillole varie e sonniferi, da anni.
.    Mi ha espresso la sua preoccupazione per il libro “Poesie”, che non viene ristampato da Garzanti. Mi ha anche detto che nel passato Citati voleva occuparsi a fondo dei suoi scritti, ma che lui stesso per la sua pigrizia (o angoscia) non l’aiutò minimamente. Vorrebbe una ristampa di “Poesie”, senza però dover aggiungere altre poesie, o toglierne alcuna (questo invece era quel che suggeriva Bertolucci). So che il suo contratto è del 1957: Penna crede di ricordare che non vi fosse clausola che si riferisse ad una precisa priorità alle ristampe da parte di Garzanti: comunque non sono riuscita a vedere il contratto, e non so, nel caso che invece esista questa priorità, per quanti anni valga (20 anni?) (o dieci?)
.    Ho suggerito a Mondadori il fare una “opera omnia” delle prose e poesie di Penna. A Penna ciò interesserebbe, ma per ora non vuole, e soprattutto non può, occuparsene. Si tratterebbe di circa 2 volumi.
.    Ma certo andrebbe chiarito se Garzanti intende o no ristampare “Poesie”. Vorrei proprio pregarti (anche a nome di Penna) di informarti 1) della clausola – se esiste o no sul contratto 2) se Garzanti sì o no vuole ristampare il testo. È, del resto, obbligato a prendere una decisione. Nel caso non volesse ristampare il testo tale e quale, ho l’impressione che a Mondadori interesserebbe assai. Anzi penso proprio che miri a questo libro, ma non voglia scrivere a Garzanti chiedendo della situazione contrattuale, proprio perché teme che Garzanti allora si precipiti a infatti ristampare.
.    Penso che sei tu la persona che meglio può informarsi presso Garzanti (come tu sai io non sono più in buoni rapporti con la sua casa editrice). Quel che conta, trovo, è far sì che almeno “Poesie” venga ristampato: fu mal distribuito, ed è ora esaurito – è impossibile trovarne una copia da parecchio tempo.
.   Quanto ad una eventuale “opera omnia” (l’idea mi sembra molto buona, ma è chiaro che solo Penna può decidere cosa includervi) è da proporsi per più tardi: Penna mi dice ripetutamente che per ora non sta abbastanza bene. Trovo che in ogni caso il ristampare “Poesie” senza chiedere cangiamenti non graditi a Penna, sia necessarissimo – e doveroso.
.    Vorrei eventualmente interessarmi all’opera omnia, quando Penna si rimetterà. Questo nel senso di aiutarlo nelle cose pratiche, nel prendere contatti ecc. Per me è indifferente con quale editore Penna voglia eventualmente pubblicarla (non lavoro per alcun editore come consulente): suppongo che a Garzanti non interessi. Nel caso però che anche a Garzanti più tardi una impresa simile possa attrarre io però dovrei “dilequarmi” (per i sopramenzionati “cattivi rapporti…).
.    Spero proprio d’aver qualche notizia, oppure che tu possa telefonare a Penna dandogli chiarimenti o buone notizie per “Poesie”.
[…]
.                                                               ti ringrazio –
.                                                               con molti auguri
.                                                                         Amelia Rosselli

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Un paio di considerazioni di Antonio Moresco sulla contemporaneità

antonio-morescoUn paio di considerazioni di Antonio Moresco sulla contemporaneità

a cura di Pierluigi Boccanfuso

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Su Pasolini e la società

Lui con la sua incredibile intelligenza e sensibilità ha colto, o ha creduto di cogliere, delle mutazioni che stavano avvenendo in quegli anni lì e ha visto giusto, però non ha visto che si trattava di mutazione in superficie perché allora non solo Pasolini ma tutta l’intellighenzia, anche i filosofi, la Scuola di Francoforte, Adorno ecc. coltivavano questa visione del futuro, come se noi andassimo verso una sorta di piccola borghesia generalizzata.
Una sorta di fascismo soft all’ombra della televisione e di un benessere generalizzato mentre invece si stavano creando le condizioni per una cosa completamente diversa. Adesso abbiamo il nostro Paese, il nostro continente, attraversati da ondate di poveri, di miserabili, gente che fugge da situazioni terribili; dov’è questa piccola borghesia generalizzata? Si è aperta una lacerazione pazzesca, di disperati, quelli che, gli scrittori dell’Ottocento, come Victor Hugo, chiamavano “i miserabili” cioè una forza incontrollabile e che non può essere gestita.
E anche Pasolini, nel timore che finiva un’epoca (non ci sarebbero più state le baracche, i poveri…) adesso ce ne sono tante volte di più; questo vuol dire che ragionavano su degli schemi, anche economici, di superficie, mentre quello che stava avvenendo, in realtà, era molto più drammatico.
Quello che abbiamo di fronte, oggi, è un fascismo per nulla soft e dall’altra parte c’è una situazione drammatica enfatica che crea allarmi (terrorismo, flusso di migrazioni ndr) e già allora, non solo guardando uno schema economico di superficie, ribollivano, sotto le ceneri, delle forze molto più grandi.

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Il sublime “poeta della mona”: Giorgio Baffo (di Paolo Steffan)

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Il sublime “poeta della mona”. Giorgio Baffo (Venezia, 1694-1768)
di Paolo Steffan

Co me vien un pensier fazzo un sonetto,
e ’l fazzo in Venezian, come son nato,
sibben che so, che ghe xe più d’un mato,
che me condanna, perchè parlo schietto

È poeta licenzioso e sublime autore di sonetti (sua forma metrica privilegiata) odorosi e vivaci, ma che − diversamente che negli affrettati ritratti di maniera che spesso se ne fanno − ha trascorso vita onesta, con diversi significativi incarichi politico-giudiziari da uomo dignitoso. Franco Brevini lo definisce figura «di primissimo piano» nel nostro Settecento in dialetto, ma già nel suo tempo aveva un illustre estimatore come Giacomo Casanova, che parla di lui come «sublime genio, poeta […] grande e unico». Nel Novecento, poi, Guillaume Apollinaire (che era per Pasolini «il più grande poeta del primo Novecento», assieme a Kavafis e Machado) leggerà, amerà e tradurrà Baffo, fino a ritenerlo tra i più grandi del Settecento tout court, e senz’altro il più grande dentro «Venise, […] sexe femelle de l’Europe» (che potremmo tradurre, alla Baffo, «Venezia, mona d’Europa»).
Al di là della preponderante insistenza sul sesso e sull’osceno in generale, Baffo si dimostra essere anche un raffinato cultore della filosofia illuminista, di cui trapelano − tra una ‘buzarada’ (licenziosità) e l’altra − dei significativi segni, che ci incitano ad andare più a fondo nella lettura del “poeta della mona”, che Almansi definì a suo tempo «monamaniaco». I due elementi convivono, in sonetti come Nu semo nati tutti alla ventura:

Del ben presente donca nu godemo,
affrettemose a gustar ogni affetto,
e i più squisiti vini tracanemo.

De balsami odorosi el collo, el petto,
le man, i brazzi, e ’l cazzo profumemo,
sia el nostro ultimo fin solo el diletto.

Tra gli elementi di freschezza del dettato baffesco, vi è senz’altro la potenza sorgiva del suo dialetto, lingua cittadina (ma spesso poco urbana!) di cui si sente il puro spontaneo sgorgare: il suo ci suona come linguaggio della quotidianità tanto del popolo che di una élite veneta che stava lentamente naufragando assieme al potere della gloriosa Repubblica Serenissima. Da questo punto di vista, allora, il suo quadro torbidamente osceno della Venezia settecentesca sembra contenere tutti i germi di una spensierata decadenza ormai senza ritorno, dando dignità alla dichiarata poetica del vero («Mi son amante della verità», afferma apertamente Baffo) sostenuta da un inconfondibile «stil scoverto». (altro…)

Su “Invettive e licenze” di Dario Bellezza, nel ventennale della sua morte

© Massimo Consoli

© Massimo Consoli

Il ventennale della scomparsa di un poeta come Dario Bellezza, alla luce della pubblicazione mondadoriana negli «Oscar» del 2015 di Tutte le poesie a cura di Roberto Deidier, ci porta oggi a omaggiare con una (ri)lettura critica la prima raccolta uscita nel 1971, Invettive e licenze (Garzanti), dopo i tre post dedicati ad altri libri usciti nel 2014, che trovate qui.
Ripercorrere la prima opera di Bellezza con un’indagine breve sui testi non è soltanto doveroso nel giorno di un anniversario così importante, ma è necessario e urgente per mettere in luce alcuni aspetti della sua poetica che attesterebbero la qualità della sua poesia in relazione alla poesia del suo tempo; ciò è detto non solo per comparazione ma nel desiderio di far emergere, se non altro in filigrana, e quindi anche attraverso alcune ipotesi intertestuali, la responsabilità poetica dei testi dell’autore in rapporto all’ambiente poetico-culturale del suo tempo. Tuttavia non potrà questa essere un’operazione esaustiva.
Per procedere sarà necessario guardare all’aspetto lessicale soprattutto, come chiave di accesso alle liriche di Invettive e licenze, aspetto non ancora sufficientemente affrontato dalla critica. Maria Borio ne ha dato un assaggio nel suo articolo Invettive e licenze e la poesia degli anni Settanta. Analisi di Il mare di soggettività sto perlustrando… di Dario Bellezza,1 in cui emergono numerosi aspetti d’interesse già richiamati altrove, tra cui: i legami storici con autori di riferimento della controcultura americana; il rinnovamento del maudit rimbaudiano; i legami con Dylan Thomas; la lontananza della poetica di Bellezza dalla concomitante Neoavanguardia e il superamento del materialismo del ‘68; la contemporaneità calata nella postmodernità. D’altro canto, il curatore Deidier ha esposto il corpus poetico di Bellezza a una lunga serie di rinvii alla letteratura europea (Bellezza è stato anche fine traduttore di Rimbaud e Bataille) e italiana che meriterebbero – e forse questo sta già avvenendo – uno studio approfondito e tenace dell’opera.
L’inevitabilità del discorso che si tenta perciò di fare vorrebbe evidenziare quello che per il 1971 non balzava agli occhi perché in corso, allargando la visione o restringendola, con una messa a fuoco, su quanto – e su chi – è stato più prossimo a Bellezza in quel tempo; i nomi sono soprattutto quattro, come la critica ha già saputo dirci: Elsa Morante, Anna Maria Ortese, Pier Paolo Pasolini e Amelia Rosselli. Per andare al “linguaggio” e al “lessico” di Invettive e licenze si tengono a latere quei nomi, concordando una nuova rilettura dei testi, alla ricerca di altre direzioni. Si parta dai due sostantivi del titolo che, in aggiunta ai citati, richiamano al maestro Sandro Penna, e alla sua raccolta Croce e delizia del 1958 per Longanesi. Ed è già Enzo Siciliano, in una recensione su «La Stampa» del 2 luglio 1971, a citare «il cantabile di Sandro Penna» aggiungendo: «Bellezza sa racchiudere in epigrammi di grazia ellenistica alcuni epigrammi di amorosa emozione». Così ‘facile’ e del tutto ‘non gratuito’ il legame penniano in Bellezza sin dal ’71, richiamato in molti versi e ad esempio in Anni e costellazioni investigati, vero dono a chiusura di quella prima raccolta, che la proporzione nei due titoli “croce : delizia = invettive : licenze” appare tanto manifesta e impossibile da non ri-cordare. Si aggiunga il fatto che Siciliano scriveva, in quella sede, anche di Raboni e della sua plaquette Economia della paura (Scheiwiller); data l’importanza del nome in accostamento, ciò aprirebbe ulteriori percorsi di indagine. (altro…)

Iniziare morendo: Dario Bellezza

Al capezzale dei giorni insieme vissutiDario Bellezza, Invettive e licenze (1971)
la memoria frenetica s’attacca: lieto
fine delle associazioni involontarie
e covate fino allo spasimo nel letto,
prima di depositarle sulla carta.

Così covo, sempre più sano ormai
dalle morti che ti minacciano, dalle croci
che ti crocifiggono, le mie inermi incertezze
che fingono il tuo mondo giacere
nella notte.

Maturo la scrittura, lo stile, il colpo
di mazza alla verità. Lenta invasione
del Paradiso nel tuo sepolcro dove
s’aggirano i mostri della mia diversità:
avversaria impotente della mia banalità.

Iniziare morendo: Dario Bellezza, la morte e lo spazio
(considerazioni a margine di Invettive e licenze)

12524403_10209017356899004_3275169697655511567_nL’ossessione per la morte pare essere il punto di partenza e l’inevitabile approdo della − più che nella − poesia di Dario Bellezza. Sin dagli esordi il limite estremo e invalicabile della morte ha la meglio sulla vita; vita che ben presto si traduce in vissuto, in sguardo verso il passato, a un tempo che non è mai stato paradisiaco ma pur sempre migliore del contemporaneo.
Bellezza manca volutamente l’appuntamento con la storia; e non lo manca alla maniera di Penna, perché in realtà quest’ultimo pone la storia a cornice (se non in poesia, sicuramente in prosa), bensì per narcisi­smo, perché Bellezza è totalmente prigioniero del suo specchio che è il suo mondo. Paradossalmente centra l’appuntamento con il futuro suo che è il nostro presente: la decadenza cantata nei suoi versi assomiglia più a noi che a lui e ai suoi deuteragonisti, a partire da quella che Deidier definisce «coazione all’eros»[1] e che dal curatore del mondadoriano “Oscar” è ascrivibile a una discendenza rimbaudiana, mossa critica che escluderebbe Penna da una presunta paternità (se non fosse che in Penna la presenza di Rimbaud non va mai esclusa aprioristicamente), con la palese intenzione, tutt’altro che deprecabile, di allontanare Bellezza da letture diventate cliché critici e facili etichette (non affatto diverse dal «fiore senza gambo visibile»[2] che tutt’ora pregiudica la lettura corretta della poesia di Penna).
La sessualità esibita, sbattuta crudamente in faccia al lettore non è altro che la via maestra per la distru­zione, scomposizione e decomposizione, dell’io in un gioco che è inevitabilmente barocco, perché va a colmare quel vuoto avvertito nello slegamento con la realtà: tardi arriva Bellezza rispetto all’onda della contestazione sessantottina che già si sta traducendo nell’ombra del terrorismo; troppo presto arriva per raccontare la deformazione egotica della società, o, per dirla meglio, viene meno al poeta la capacità di descrivere in termini critici, sociali, la trasformazione in atto. Ripiegato su sé stesso, Dario Bellezza narra l’autodistruzione evocata dalla presenza della morte e poi perseguita con le raccolte maggiori fino alla fine dei suoi giorni, senza trasformarsi in un novello Dorian Gray e ancor meno in un Andrea Sperelli del XX secolo, perché Bellezza sa giocare e condurre, almeno all’inizio, il gioco, prima di rimanerne inevitabil­mente prigioniero quando diventerà nel suo quotidiano il personaggio fino ad allora relegato nella teatra­lità della sua poesia. Semmai, e non so quanto io sia cosciente dell’azzardo in cui mi sto per infilare, c’è in questa distruzione dell’oggetto corpo (corpo fisico, e corpo poesia) qualcosa che lega Bellezza a Ton­delli: inseguono entrambi la morte nella scrittura, perché sono figli di un tempo che sta sgretolando quel senso della vita che la morale pubblica vorrebbe fondante. La maschera è tolta, pare dirci Bellezza in sostanza. (altro…)

Riletti per voi #6: Pier Paolo Pasolini, Lettere luterane

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Un libro per essere attuale non deve essere necessariamente scritto da poco tempo. Il passare degli anni aiuta il libro stesso a mostrare sino in fondo la sua disturbante verità, anzi spesso l’incomprensione da parte dell’epoca in cui è stato scritto è moneta per gli anni a venire. È il caso delle Lettere luterane (Einaudi) di Pier Paolo Pasolini, pubblicato nel 1976, l’anno dopo la morte dell’autore, ma già progettato da Pasolini con questo titolo. Questo libro può essere considerato, dopo la sua vita e la sua morte, il capolavoro di Pasolini, in cui si concentrano tutti i temi, le ossessioni dello scrittore, del poeta e del regista, ma ripresi con una maggiore lucidità e radicalità. Il testo è composto dagli articoli apparsi sul “Corriere della sera” e su “Il Mondo” nel corso del 1975, in cui Pasolini riflette su argomenti molto diffusi nella pubblicistica di quegli anni, ma li fa entrare nel corpo vivo di una riflessione di ampio respiro che mette in discussione il senso stesso della società italiana. L’autore legge nell’Italia che lo circonda un degrado fisico, ambientale e morale, causato dalla furia consumistica che ha spazzato via il modo di vivere arcaico e patriarcale degli italiani, senza sostituire ad esso una nuova scala di valori, ma solo un edonismo disperato che abbrutisce il singolo e lo isola dalla comunità. Anzi egli vede nel decennio a cavallo tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ‘70 una mutazione antropologica, che addirittura ha alterato i tratti somatici stessi degli italiani. Nel 1975 per Pasolini “l’Italia (…) è distrutta esattamente come l’Italia del 1945”. Ma chi sono i maggiori responsabili di questo degrado? Pasolini individua come colpevoli la televisione, la scuola (che ha rinunciato al suo ruolo etico-formativo), il Sessantotto, che hanno diffuso una violenza piccolo borghese e nichilista, soprattutto tra i giovani, basandosi su modelli di “insolenza, disumanità, spietatezza” e in più hanno fatto sì che tutto questo fosse considerato normale. In ultimo denuncia la classe politica, che chiama metafisicamente “il Potere” e “il Palazzo”, che ha lasciato marcire il paese e ha consentito che prevalessero il sopruso, l’imbroglio, la distruzione del tessuto sociale della nazione e l’ha fatto per mero attaccamento alle poltrone e al denaro, senza che avesse un progetto, ma sfruttando, per il proprio tornaconto, di volta in volta le pressioni e le istanze della società stessa. Per tali motivi Pasolini arriva a proporre un processo per tutti i notabili della Democrazia Cristiana, rappresentate all’epoca di un potere solo apparente democratico. Per dirla con Corrado Stajano, “a rileggere oggi queste pagine si resta folgorati come da una profezia”. Il punto è che la profezia si è avverata, in peggio, perché “il Potere” ha metabolizzato anche i processi e i contestatori di allora, che sono diventati i giullari e i guitti del potere mass-mediatico e finanziario attuale, sia che lo giustifichino apertamente, sia che apparentemente lo critichino. In fondo l’Italia è una non-nazione, mai entrata consapevolmente nella modernità – da qui l’aspetto luterano delle lettere pasoliniane – di cui ha subito quasi esclusivamente gli aspetti negativi e sradicanti che si sono combinati in maniera tragica e grottesca con l’infantilismo e l’irresponsabilità di un popolo perennemente sottomesso, in cui la struttura del potere rimane clerico-fascista-clientelare, al di là delle tendenze politiche di facciata che di volta in volta assume. Inoltre, a quarant’anni dalla sua morte, sembra impossibile trovare quegli sprazzi di resistenza che Pasolini, in forma millenaristica, trovava, per esempio, in un certo sottoproletariato meridionale, romano e napoletano in particolare, come negli articoli della serie intitolata “Gennariello”, visto che il Sud è diventato un deserto umano e sociale e nella migliore delle ipotesi il suo riscatto può passare dal diventare meta coloniale del turismo di massa finto-culturale. In questi quarant’anni Napoli e Roma, con i loro sottoproletariati trasformatisi in plebe scolarizzata-tecnologizzata, sono diventate tra i laboratori più avanzati della deriva criminal-consumistica della società italiana, mentre nel resto della penisola quelli che per convenzione continuiamo a chiamare italiani sembrano già morti e non lo sanno. Forse – al di là del pasolinismo di maniera di cui lo stesso Pasolini è in parte responsabile e che da lui ha ereditato l’eccesso di moralismo ma non l’intelligenza critica, al di là della volontà dell’apparato mass-mediatico di trasformarlo in un santino sbiadito della scemocrazia italiota –  una prima cosa da fare è proprio rileggere questo libro, capire quanto nel profondo ci riguardi e ci parli.

© Francesco Filia

Poesie per l’estate #41: Pier Paolo Pasolini, La reazione stilistica

Dal 27 luglio al 23 agosto la programmazione ordinaria del blog andrà in vacanza. In questo periodo vi regaleremo comunque due post al giorno, una poesia al mattino e una al pomeriggio, “Poesie per l’estate”. Vi auguriamo buona estate e buona lettura. (La redazione)

Pasolini

La reazione stilistica

Tutti si giurano puri:
puri nella lingua… naturalmente:
segno che l’anima è sporca.
È stato sempre
così. Per mentire non bisogna essere oscuri.
Si illudono, mostri, che la morte
uguagli! Non sanno che è proprio la morte
(loro alibi di cattolici servi)
che disgrega, corrode, torce, distingue:
anche la lingua.
La morte non è ordine, superbi
monopolisti della morte,
il suo silenzio è una lingua troppo diversa
perché voi possiate farvene forti:
proprio intorno ad essere vortica

la vita! E voi avete paura
della vostra santa morte, del caos che implica:
il vostro unilinguismo è una difesa!
La Lingua è oscura
non limpida – e la Ragione è limpida,
non oscura! Il vostro Stato, la vostra Chiesa,
vogliono il contrario, con la vostra intesa.

Sono infiniti i dialetti, i gerghi,
le pronunce, perché è infinita
la forma della vita:
non bisogna tacerli, bisogna possederli:
ma voi non li volete
perché non volete la storia, superbi
monopolisti della morte: i poeti
parlano come preti, e, profetiche,

urlano vittoria, tutt’intorno,
le Cassandre: è passato il tempo delle speranze!
Avevano ragione loro, nascoste
dentro le parrocchie.
Adesso riescono alla luce del giorno,
cornacchie delle privilegiate angoscie,
delle libere speranze imposte
dalla forza del capitale che non si estingue.
Gadda! Tu che sei lingua oscura
e ragione oscura,
rifiuta le loro interessate lusinghe,
nel tuo limpido raziocinio!
Moravia, tu che sei limpida lingua
e limpida ragione, respingi il maligno
loro adoprarti, nell’oscuro puntiglio

dei tuoi nervi… Sono solo,
siete soli. In questa lotta che è la lotta
suprema, perché riassume ogni altra,
nessuno ci ascolta.
Vorrebbero ridurre l’uomo alla purezza, loro
che sono il caos! Ah, si apra
sotto i loro piedi la terra, e parlino
il loro esperanto all’inferno.
Eppure, anche chi stimo e amo,
con cui ho comune l’anima
per tanta parte, sa, della lingua, l’esterno
valore di storia, come
se la storia portasse all’uno, a un superno
punto che livella ogni passione,
quasi il suo fine fosse l’omologazione

delle anime! No, la storia
che sarà non è come quella che è stata.
Non consente giudizi, non consente ordini,
è realtà irrealizzata.
E la lingua, c’è frutto di secoli contraddittori,
contraddittoria – s’è frutto dei primordi
tenebrosi – s’integra, nessuno lo scordi,
con quello che sarà, e che ancora non è.
E questo suo essere libero mistero, ricchezza
infinita, ne spezza,
ora, ogni raggiunto limite, ogni forma lecita.
Bruciare le istituzioni,
stupenda speranza per chi ora geme,
è una speranza che le reali passioni
che nasceranno non può prevedere, né i suoni

nuovi delle loro parole.
Non gridino i cattolici alla grandezza
del passato, ricattatori: alla Disperazione.
Ma i comunisti non avvezzino
alla rinuncia e alla riduzione i cuori,
con la Speranza: con la grandezza della rivoluzione.
Nella lingua si rispecchia la reazione.
E la lingua delle loro parole è la lingua
dei padroni e delle loro folle di servi.
Sia pur vivace e fervida
nel giudicare, nell’accusare, arringa,
saggio: ma se è il frutto
dell’uomo borghese – che si spinge
alle nuove conquiste, vecchio e brutto
nel cuore – non può esprimere che tutto

l’uomo, nella sua storica miseria.
Non c’è via di scampo, anche chi si oppone
è quell’uomo, miserabile, empio,
stupido, freddo, ironico,
che rende faziosa ogni sua più seria
passione, che non crede all’altrui passione…
E in questo accomunano i giorni della distensione
nemici e amici: ricomincia la guerra vile
del discredito, della malizia, della
cecità di cellula
o sacrestia: e ritorna lo stile
di un tempo, nei cuori
come nei versi: ed è meglio morire.
…………………..

(da Pier Paolo Pasolini, Poesie incivili (aprile 1960), in La religione del mio tempo, Milano, Garzanti, 1961)