Goliarda Sapienza

Alessandra Trevisan, Goliarda Sapienza. Una voce intertestuale

Alessandra Trevisan, Goliarda Sapienza. Una voce intertestuale (La Vita Felice 2016)

Della monografia su Goliarda Sapienza di Alessandra Trevisan va sottolineata l’illustrazione degli strumenti dell’indagine, già dall’apertura che ne dichiara il taglio, con un’importante precisazione anche riguardo ai temi che non saranno trattati e alle linee che non saranno seguite. Esporre, per così dire, la cassetta degli attrezzi di chi ricerca rappresenta ai miei occhi un merito importante e contribuisce a evidenziare ciò che con questa pubblicazione si è realmente verificato, vale a dire  un passaggio molto lucido dai miti alla coscienza, per ricorrere al titolo di un famoso testo critico di Carlo Salinari degli anni Settanta.

Ammettendo il criterio tematico, questa monografia intende proseguire il percorso qui riassunto, approfondendo alcune peculiarità dell’autrice, ma anche ponendo in evidenza numerose novità che concernono la sua opera. Il campo di lettura proposto dai Gender Studies, inoltre, – sebbene di riferimento – è risultato essere troppo circoscritto quando si parla di Sapienza […] Non si potrà fare a meno di parlare di sessualità, genere, maternità, etc., ma sarà più corretto tentare di fare esplodere questi temi andando oltre. Si sono infatti manifestate altre possibilità di indagine che esplorano, ad esempio, la plurivocità della scrittura dell’autrice in relazione ad altri temi e scritture coeve (e non solo) ma anche l’evidenziazione dello sconfinamento extra-genere presente nei suoi testi; si è resa specialmente possibile un’analisi nei confronti della “voce” come mezzo peculiare per esprimere una personalità letterariamente disgiunta e labile, ripetitiva, dedica all’ascolto e in particolare all’”autoascolto”; (p. 16).

Strettamente collegata alla questione – sulla quale si fa subito chiarezza, ed è questione di fondamentale importanza dinanzi al ‘tema’ Goliarda Sapienza, non di rado oggetto di squilibrate trasfigurazioni e altrettanto squilibrate minimizzazioni – del passaggio dai miti alla coscienza, è la storia della ricezione dell’opera tutta, o di parte dell’opera, di Goliarda Sapienza. Ebbene, come illustra Alessandra Trevisan, entrando nel dettaglio e non facendo mai mancare una corretta collocazione storica, si tratta di una ricezione spezzettata e discontinua,  che procede per apprezzamenti entusiastici, per silenzi, per clamorosi rifiuti, per lunghe fasi di oblio, per riscoperte postume e, come ben messo in evidenza nelle prime pagine del volume, per strumentalizzazioni. Vero è che «Goliarda Sapienza non è mai stata allineata alla cultura del suo tempo» (p. 17), ma quello che avvenne con le poesie di Ancestrale è paradigma – come sottolinea Alessandra Trevisan richiamandosi a quanto dichiarato in precedenza al proposito da Fabio Michieli – di troppo frequenti chiusure, incomprensioni e sostanziale immaturità dinanzi a manifestazioni di poesia, come quella di Goliarda Sapienza, che ritengo, come ebbi a scrivere qualche anno fa, vera nella storia, arma di difesa e sensibilissima intercettatrice, accecante e rivelatrice quando sceglie di essere lapidaria, con richiami nitidi a tutti i sensi, sempre, sia quando percorre con coraggio e strazio le macerie, sia quando disegna il futuro partendo dal passato fissato in una foto antica, sia, infine quando si distende, sconfinando per passione,  verso la narrativa. Alessandra Trevisan racconta al proposito:

[…] le poesie circolarono in un ambiente ristretto e a leggerle oltre alla Banti e a Longhi (su invito del critico Niccolò Gallo), furono il giovane Cesare Garboli e Attilio Bertolucci che le apprezzarono, mentre Mario Alicata, all’opposto, le rifiutò, decretandone una stroncatura definitiva dell’opera. Ancora una volta Sapienza non fu accettata dall’entourage di Maselli a causa del mancato impegno politico e di un ripiegamento in un privato-pubblico borghese; (p. 134).

Amaro dover constatare che a Goliarda Sapienza è mancato in Italia quello che in Austria ebbe Christine Lavant: un Thomas Bernhard che, probabilmente proprio dal suo vigoroso “non allineamento” con conterranei e coevi, seppe apprezzare, scegliere e far conoscere una voce poetica così vicina a quella di Goliarda, anche per ciò che riguarda l’aver esperito le dimensioni dell’esclusione e della reclusione (qui mi riferisco ai soggiorni in manicomio, anche se a Goliarda Sapienza toccò anche l’esperienza della reclusione in carcere).

In Goliarda Sapienza. Una voce intertestuale, Alessandra Trevisan individua proprio nella voce, un filo conduttore e “la” direttrice principale per una analisi approfondita dei testi nell’opera di Goliarda. Una voce che ha avuto uno sviluppo e un allenamento straordinari sul palcoscenico, a partire dagli «sforzi per abbandonare la cadenza sicula» (p. 118) fino alla elaborazione di una tecnica personale. Suonare la voce, scrivere la voce: Goliarda Sapienza si è messa alla prova anche come insegnante. Mi affascina pensare a Goliarda Sapienza come insegnante di recitazione. Ricordo un film del 1986 di Citto Maselli, Storia d’amore, che mi colpì molto quando lo vidi per la prima volta, con una giovanissima Valeria Golino nella parte della protagonista femminile, Bruna, una ragazza del sottoproletariato romano che ha la forza straordinaria, centrifuga e centripeta, di Goliarda Sapienza. Valeria Golino racconta in un’intervista di aver conosciuto Goliarda Sapienza proprio durante le riprese del film. Dell’attività di Goliarda Sapienza come insegnante rende conto Alessandra Trevisan:

Alcune informazioni riguardanti l’esperienza di docente – anche con riferimento alle lezioni private date a Valeria Golino nel 1986 per Storia d’amore e nel 1990 a Nastassja Kinski per L’Alba (entrambi di Maselli) – si hanno nei saggi editi a cura di Giuliana Ortu, Lucia Cardone e Emma Gobbato. […] Sapienza rielabora una tecnica personale servendosi della letteratura di Yukio Mishima e della poesia di Mario Luzi, autori indicativi per lo studio delle pause e della lettura in metrica, quindi utili per allenare l’orecchio, organo dell’udito e dell’equilibrio; (pp. 117-118).

Le dimensioni di Goliarda, Goliarda insegnante, Goliarda scrittrice, Goliarda-personaggia e Goliarda-cinematografara, vengono prese in esame e collegate tra di loro attraverso la disamina dell’opera della scrittrice. È una disamina che individua percorsi di lettura, ad esempio, tra le poesie e i Taccuini, tra i quattro romanzi pubblicati in vita e le opere postume. Mi piace sottolineare qui il collegamento individuato tra il romanzo Il filo di mezzogiorno (1969) e il romanzo, apparso postumo, Io, Jean Gabin (2009). Un passo sostanzioso del volume di Alessandra Trevisan riguarda infatti il rapporto tra Sapienza e il personaggio Wozzeck nell’opera lirica di Alban Berg (Woyzeck nel dramma omonimo di Georg Büchner, scritto tra il 1836 e il 1837, con tre finali diversi e un impianto che anticipa in maniera sorprendente l’espressionismo). Alessandra Trevisan scrive, a ragione, che nel romanzo “psicanalitico” Il filo di mezzogiorno:

Wozzeck è la prima delle immedesimazioni maschili di Goliarda-personaggia in un soggetto maschile, cui seguirà – cronologicamente – quella con Gabin-padre»; (p. 132).

Mi sono chiesta, che cosa abbia significato per Goliarda Sapienza vestire i panni di Wozzeck, dare la sua voce, nella scrittura, alla voce di Wozzeck? Da questa domanda è scaturita l’intenzione di indagare ulteriormente i legami tra l’outsider Sapienza e l’outsider Büchner (attraverso la mediazione di Alban Berg). Questo è sicuramente uno degli ulteriori meriti della monografia di Alessandra Trevisan: individuare altre possibili piste di ricerca, istigare, per così dire, ad altre ricerche.

© Anna Maria Curci

 

Goliarda Sapienza e Milena Milani in Spagna: un reportage “critico”

Facoltà di Filologia di Salamanca

Mi scuserà chi legge se il contenuto di oggi risulterà molto personale e il titolo di questo post un po’ ingannevole; in effetti avrei potuto intitolare questo “reportage” Una ricerca appassionata, ma l’avremmo sentito tutti come troppo sentimentale e naif. Eppure mi pongo molte domande dopo la prima trasferta fuori Italia per ragioni legate al Dottorato; una di queste riguarda il perché non ho mai fatto l’Erasmus. Una domanda interna e non esterna, senza rimpianti e con la consapevolezza che ciò che non ho affrontato dieci anni fa sia stata una scelta consapevole, e che i propri desideri si possano esaudire anche molti anni dopo e in modo diverso, trovando una forma consona.

Ho conosciuto tante persone a Salamanca in questi giorni, studiosi di varie provenienze, sia italiani sia spagnoli, sia non: eravamo tutti riuniti per il Convegno Internazionale Las inéditas in una delle più antiche università del mondo per la Filologia, che ha accolto la proposta di un gruppo di ricerca molto attivo in Spagna, il cui comitato scientifico è formato da docenti, studiose e studiosi, ricercatrici e ricercatori che si muovono in Europa con grande agilità portando avanti un’indagine sopra la letteratura delle donne molto incline alla militanza ma non esclusivamente calata in essa: Escritoras y personages femininos en la literatura.

È utile dire sin da subito che le possibilità del Convegno proprio per la sua struttura, tra interventi che hanno toccato tutti i campi letterari (teatro, poesia, prosa, etc.), discussione, eventi di teatro e di altro genere, presentazioni di libri, denotano un’apertura non usuale al “fuori” dell’ambito accademico, cosa che in Italia non accade. È un’integrazione della realtà di cui ci si occupa (la poesia, il teatro, la canzone popolare in questo caso) all’interno della realtà di studio, una visione più consapevole e completa, un’ammissione di esistenza (!). Forse potrà sembrare ingenuo questo mio commento ma, per esperienza personale, lavorando da sempre come studiosa ora strutturata ma anche in ambito artistico trovo che l’Italia debba sempre più imparare a vedere fuori, ad accogliere il fuori nel dentro, ad avere una mobilità di pensiero che troppo spesso manca non solo nei contenuti ma soprattutto nella visione che sta a monte di questi contenuti.

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proSabato: Goliarda Sapienza, da “Elogio del bar”

elogio-del-barrIo, che vengo da una città dove ci sono più bar che panetterie, vi posso assicurare che niente uguaglia quello spazio – povero o ricco che sia – voluto dal misconosciuto dio del Caso.
Lui, il caso, giovinetto aereo impalpabile, ha avuto in dotazione da madre natura l’arma di fomentare sguardi, sussurri, gesti, parole amicali e perché no schiamazzi, urla, invettive e perché no – penso abbattendo dentro di me la nemica autocensura che tanto affligge le nostre menti cresciute in democrazia – e perché no, riprendo – calpestando la medesima autocensura che mi urticava e mi ostacolava il pensiero – e perché no anche l’urlo, lo schiaffo, il pugno insomma: anche lo scontro è vita. Ma questo non si può dire, perché… Ecco se io, adesso, proprio adesso che alzando gli occhi da questo foglietto su cui vi scrivo e incontrando lo sguardo di una signora che – non capisco se è azzurro o verde Nilo, non importa, più grande d’un cielo d’alba – incuriosito dalla mia persona intenta a vergare parole, mi sta fissando, ecco se io lo dicessi a questa bella signora dallo sguardo adolescente, sono sicura che la sua mente democratica si rivolterebbe gridando l’orrore per la violenza della mia affermazione.
Sono tornata con gli occhi al mio foglietto, e mi guarderei bene dal pronunciare parola se lei non insistesse a scrutarmi tanto che io, che come avete capito sono seduta in un bar, e quindi preda consenziente del suo dio e padrone che spinge a tutte le arditezze, sono costretta a posare la sana penna e a parlare.
Non l’avessi mai fatto. Gli occhi celestini man mano che le parlo si sono addensati in una pietra grigio-verde, così dura da farmi temere per l’incolumità della mia retina.
«Lei è una fascista e guerrafondaia» mi ha sussurrato alla fine, tornando sdegnata al suo cappuccino e cornetto mentre io – ringranziando il dio Bar dell’occasione di misurare il mio sentire con qualcuno che non essendomi amico ha qualche possibilità di dirmi la sua verità senza paura – torno rinfrancata al mio passatempo preferito: scrivere sciocchezze insensate come il mio Tristram tanti anni fa mi ha insegnato… Pensando al mio vecchio amico Tristram e senza farmi scorgere la osservo. Ha l’aria preoccupata la signora, dopo il suo scontro con la sconosciuta dal viso dolce che tanto l’aveva incuriosita e dopo delusa; ma anche pacificata, come dopo un bel coito riuscito bene. Lei avrebbe ragione del suo essere pacifista a tutti i costi, se non ci fossero di mezzo la natura la fame il coito che (è noto) sono sempre “scontro” e diventano qualcosa di melenso degno solo… di chi? Non lo so di chi, e non mi va nemmeno di immaginarlo. Odio la noia, e l’idea di un mondo tutto rosa confetto mi spaventa più di passare una notte in treno con un assassino (mi è accaduto, è per questo che ne parlo) che, tutto sommato, ha sempre qualcosa da raccontare.
Il treno! […]

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da © Goliarda Sapienza, Elogio del bar, Elliot (Lit Edizioni), 2014

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Jean Gabin nella scrittura di Cesare Pavese e Goliarda Sapienza

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Questo scritto divulgativo propone un breve excursus sulla figura di Jean Gabin nell’opera di Goliarda Sapienza e di Cesare Pavese. Non si intende qui sistematizzare uno spunto (forse troppo vasto per essere governato), ma tentare di dare verità ad alcuni legami sottili, cercando il più possibile e con puntualità di evidenziare come questi mettano in luce un interesse comune ai due autori nei confronti dell’arte cinematografica. Si è scelto inoltre, proprio per la vastità dell’argomento, di non entrare nei testi ma di darne accenno, lasciando spazio a considerazioni e riflessioni.
Spunto per l’autrice nel romanzo postumo Io, Jean Gabin (Einaudi, 2010), modello di eroe ribelle, sovversivo, simbolo di un’etica da abbracciare e attraversare in un momento storico complesso come il 1979 − anno della stesura −, Jean Gabin risulterà soltanto una traccia di fondo nella scrittura di Pavese, un’ispirazione fugace per una sceneggiatura dal titolo Amore amaro,¹ di cui si occupò negli anni Cinquanta.
Il rapporto dell’autore con il cinema è stato affrontato da Franco Prono nel suo volume Pavese e il cinema. Primo e ultimo amore (Bonanno, 2011), in cui il critico ritesse approfonditamente la trama di possibilità che questa diversa esperienza di scrittura può aver rivelato a un autore che aveva attraversato tutti i mestieri letterari possibili nella sua epoca fino a quel momento, salvo quello dello sceneggiatore. Non solo la citata ma anche altre sceneggiature sono, nella lettura di Prono, dei “noir”, parlano di “malavita” e di “triangoli amorosi”; si tratta di testi con valore letterario minimo, “non attrattivi”. Pavese, innamorato all’epoca dell’attrice Constance Dowling, proponeva con tale modalità l’intenzione di lavorare con lei e la sorella, allora attive in Italia; come conosciamo dalla filmografia di Constance, lei era stata co-protagonista di Riso amaro di Giuseppe De Santis (1949), titolo che ha affinità con Amore amaro. Se il soggetto tuttavia, come ricorda anche un’altra studiosa di Pavese, Maria Rosa Masoero, sarà proposto per la realizzazione a registi che in quel momento erano impegnati nel Neorealismo − e sono De Sica e Zavattini, poco attratti da storie non attinenti alla loro esperienza − viene da andare più a fondo nell’etimologia dell’aggettivo “amaro”, che si suggerisce di consultare qui. Se si considera la radice, che contiene il significato “dell’immaturità, dell’asprezza e dell’essere forte”, si nota come la scelta di Pavese (e della Dowling) non paia frutto dell’istinto – banalmente – ma pretenda una connessione alla trama e alla figura di Gabin, per cui sarà pensata. Certamente, questa considerazione a posteriori potrebbe sembrare un ‘leggere oltre’, ma la vicenda di Claudio, amante di due sorelle di diversa età, Natalia e Cloti, diviso tra il suo essere un fuorilegge e il desiderio d’amore confuso dalla necessità d’aiuto, un uomo che chiede alle due donne di rifugiarsi presso la loro casa ben conscio della doppia relazione in atto (duplice, se si considera la parentela di Natalia e Cloti), ne fanno un personaggio tratteggiato con toni aspri, immaturo (amàs,  “crudo”) eppure “forte” nella e della sua illegalità. E l’attore francese, che durante il periodo del Realismo degli anni Trenta ha ricoperto più volte ruoli simili, pare adatto a questo genere di soggetti. «Quarantenne, taciturno, cinico»: il Claudio di Pavese è di poco lontano da quel Gabin che vediamo in Pépé le Moko di Duvivier (1937) o ne Il porto delle nebbie di Carné (1938), entrambe fonti di Sapienza; amante-amato, forse più generoso, sex symbol traviato da una solitudine disarmante, la stessa che vive Claudio, e forse la stessa di Pavese allora.
Sempre Masoero sostiene come l’amore per la Dowling accogliesse il «mestiere affascinante» dello sceneggiatore, un ritorno al cinema come quella passione che ha formato il giovane Pavese e, in terza istanza, lo sguardo all’America di cui la sua opera è pregna. Il “mestiere cinema” non è ricostruibile con completezza in questa sede: articolato e complesso, consta di materiali di varia provenienza, tra cui lettere, diari, scritti critici e recensioni apparsi più di recente in questi anni, e appunti che coprono decenni diversi. Si tratta di scritti che nutrono con curiosità l’intuizione (o meglio, l’attrazione?) verso un linguaggio contemporaneo, visto come fondante di un’epoca proprio nelle sue parti costituenti. I critici che si sono occupati del rapporto tra Pavese e il cinema (e nominiamo anche qui Lorenzo Ventavoli) documentano infatti la tensione interna-esterna della spinta dell’autore, capace di riconoscere in quell’arte la tipicità di ciò che rappresenta: un nuovo modo di intendere l’immagine, il tempo, la scrittura, “fuori dalla letteratura e dal teatro”. Per un quadro completo si suggerisce, comunque, la visione del documentario Il cinema secondo Pavese (qui), omaggio ufficiale alla plurivocità della scrittura filmica nell’opera pavesiana. Chi scrive – inoltre – non conosce i rapporti critici fra Pavese e il pensiero di Walter Benjamin, forse già indagati in un parallelo che svisceri affinità e contrasti, probabilmente ‘nutriente’. (altro…)

Goliarda Sapienza su Rai Storia

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© Archivio Sapienza-Pellegrino

Comunichiamo con piacere che, questa sera alle ore 21.55 e domani, 9 novembre (alle 10.15), il canale 54 di «Rai Storia» dedica una puntata speciale a Goliarda Sapienza nella serie Italiani a cura di Paolo Mieli. Lo stesso giornalista, che aveva già intervistato Sapienza a Radio Rai negli anni Ottanta dopo l’uscita de L’Università di Rebibbia, torna ad occuparsi della sua vicenda di attrice e scrittrice.

A seguire la puntata, un documentario dal titolo Goliarda Sapienza: il vizio di essere se stessi scritto da Simona Fasulo con la regia di Nicoletta Nesler che andrà in onda alle 22.10 di stasera. Maggiori info qui

Ringraziamo Angelo Maria Pellegrino per la puntuale segnalazione.

Info sul palinsesto qui. Tutte le puntate della serie da rivedere qui

Maria Occhipinti, Anni di incessante logorio. Recensione

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Maria Occhipinti, Anni di incessante logorio. Pensieri poetici, prefazione di Adriana Chemello, Ragusa, Sicilia Punto L edizioni, 2016, € 8,00

Non ci sono sottotitoli ed etichette più appropriate in grado di connotare la raccolta di versi di Maria Occhipinti: i suoi «pensieri poetici», che leggiamo oggi con il titolo di Anni di incessante logorio, editi per i tipi di Sicilia Punto L, (trat)tengono − insieme − i due aspetti più importanti dell’esperienza dell’autrice: quello umano e quello “politico”. Si potrebbe dire uno stesso vo(l)to, con due direzioni prioritarie unite insieme nel segno della «vita» e della «libertà»: esse non sono soltanto temi nella vicenda di Occhipinti ma veri fondamenti della sua etica e anche “motivi” su cui l’approfondita, attenta ed essenziale prefazione di Adriana Chemello fa perno.
Nata nel 1921 e scomparsa nel 1996, Occhipinti è stata una donna che ha sentito sempre forte la responsabilità civile di difendere le categorie sociali più deboli della sua Sicilia sin dagli anni del Fascismo; definita anarchica e libertaria, si è battuta per i diritti delle donne senza abbracciare nessuna fede politica, restando però molto vicina al femminismo. Il suo spirito d’iniziativa sarà sempre personale e comune insieme, libero così com’è libera la sua parola poetica, e com’è stata dapprima la sua prosa in Una donna di Ragusa e Il carrubo e altri racconti entrambi apparsi per Sellerio nel 1993 (possiamo leggerne, a proposito, qui e qui).
Aperta al nuovo o diversamente “letterata”, i suoi versi paiono fluire da un quotidiano vivere, da un incessante movimento del pensiero nel suo misurarsi quotidianamente, da una riappropriazione dell’itinerario che il sé compie nel mondo, in rapporto agli altri (anche ai cari), alla natura, alla religione; la sua poesia procede ad accrescere, di verso in verso, l’attaccamento forte alla vita e ai valori vitali su cui essa si fonda. Il logorio è dunque la progressione alla “ricerca di un dire” ma anche il processo nel contatto umano e nell’incomunicabilità tra due soggetti, come a p. 105: «L’Io è una vetta/ che nessuno scalatore/ potrà raggiungere,/ un altro Io/ può solamente sfiorare.//» Siamo di fronte a quella che Chemello definisce una «ricerca di senso» che permea la poesia di Occhipinti, laddove a p. 106, ne La conquista, si legge: «Nessuno potrà distruggere/ ciò che l’Io/ ha conquistato/ penosamente.//».
L’Io dell’autrice, tuttavia, non è un io ingombrante, anzi: rifugge l’egotismo per validare da un lato la propria «limpidezza», dall’altro un’accoglienza del diverso (da sé). L’altro è infatti colui con il quale condividere azioni, momenti: «Pensandoti/ non ero sola,/ tu eri con me/ tra gli uliveti,/ eri con me/ sotto la siepe// che ci riparava/ dalla pioggia/ e contemplavamo/ la distesa dorata del grano.// Presi per mano/ camminammo/ sul sentiero fiorito,/ andammo verso il sole,/ verso la libertà.//» (p. 86).
L’Io, in questi versi, converge spesso al noi, in un continuo fare spazio all’altro, facendo così spazio al sé spesse volte “estraneo” alle contingenze cui la vita chiama. La stessa Occhipinti per anni ha vissuto negli Stati Uniti; alcune poesie sono qui dedicate ad artisti o città di quella terra, non ultima quella che dà titolo a questo volume postumo con protagonista l’architetto italiano Simon Rodia. Straniera in Patria, lirica del ritorno, appare invece a p. 70: «[…] Avevo paura di sentirmi straniera/ in Patria e di non avere mai più/ un dialogo con i giovani,/ loro che sono la speranza della nazione.» Un andamento prosastico per un testo che avvicina − ma anche allontana al tempo stesso − Occhipinti a Casa di Altri di Anna Maria Ortese; non in contrapposizione ma in dialogo, queste due autrici hanno evidenziato quello che Anna Toscano ha definito propriamente il «qui della vita» (in un articolo da leggere a questo link). Questa vuole essere un’ipotesi critica che moltiplica gli orizzonti di lettura senza cercare legami (sarebbe forzato e “ingiusto”, per lo meno a quest’altezza) di Occhipinti con la tradizione letteraria del suo tempo.
Un “inno” alla «gioia» questi pensieri poetici; gioia è anche parola che ritorna nei versi, molto diversa tuttavia da quella “ancestrale” di Goliarda Sapienza (qui), diametralmente opposta dal punto di vista letterario ma pur sempre una gioia che «vibra» con la stessa intensità nella voce di una donna − in un coro partecipato − che amava la vita anche nel «dolore», altra tra le parole chiave del volume che stiamo percorrendo.
A molti anni dalla scrittura di questi testi possiamo dunque sentirci grati dell’avvenuta pubblicazione, che ha visto un intervento di correzione del professor Pietro Bafunno, di cui tuttavia non si conosce la portata. Leggerli significa rinnovare un patto che si giustifica in un non cedere al tempo rendendo costante la ricerca di nuovi autori in versi − anche conoscendoli (purtroppo) postumi −, salvare le loro opere dall’oblio nonché “liberarle” nel mondo.

© Alessandra Trevisan

Opera tutelata dal plagio su www.patamu.com con numero deposito 56566

Goliarda Sapienza ‘voce intertestuale’, nel ventennale della sua morte. A cura di A. Trevisan

Nel ventennale dell’anniversario della morte dell’autrice proponiamo un secondo post a lei dedicato in cui si riporta parte dell’introduzione al volume di Alessandra Trevisan Goliarda Sapienza: una voce intertestuale (1996-2016) edito da La Vita Felice.

la redazione

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Goliarda Sapienza nacque a Catania il 10 maggio del 1924 ma visse per la maggior parte della sua vita a Roma e, negli ultimi anni, tra la capitale e Gaeta, dov’è morta il 30 agosto 1996. È stata attrice di teatro e di cinema, poetessa, scrittrice di racconti, romanzi, testi teatrali, articoli, radiodrammi, diari ed epistolari, la maggior parte dei quali, a oggi, risulta pubblicato. Figura importante e talvolta protagonista, suo malgrado, delle vicende del panorama culturale del secondo Novecento italiano, ha ricoperto anche i ruoli di “cinematografara” e docente di teatro e dizione, riuscendo a coniugare la sua arte con una tensione vitale, una ‘vita di vite’ piena, costante e “appassionata”, declinata in un modo del tutto peculiare, così com’è originale tutta la sua opera. […]
Sapienza si rivelò al mondo editoriale con quattro romanzi pubblicati in vita nell’arco di un ventennio, tra il 1967 e il 1987: Lettera aperta (Garzanti, 1967; Sellerio, 19972; UTET, 20073), Il filo del mezzogiorno (Garzanti, 1969; La Tartaruga, 20032; Baldini e Castoldi, 20153), L’università di Rebibbia (Rizzoli, 1983 e 20062; Einaudi, 20123) e Le certezze del dubbio (Pellicanolibri, 1987; Rizzoli, 20072; Einaudi, 20133). Dello stesso periodo sono reperibili anticipazioni di bozze di romanzi e racconti apparsi su riviste e antologie, infine interventi radiofonici e articoli riguardanti tematiche al femminile o, più propriamente, reportage usciti negli anni Ottanta sulla rivista Minerva dell’Associazione Il Club delle Donne di Roma.
Dopo un momento di oblio durato a lungo – dall’‘87 all’anno della sua morte almeno – Goliarda è tornata all’attenzione del pubblico e della critica nel 2005, grazie al successo riscosso in Francia e alla ristampa italiana del romanzo postumo e oramai famoso L’arte della gioia,[1] scritto tra il 1967 e il 1976. Attualmente, documentari, presentazioni, appuntamenti, spettacoli, reading e omaggi dedicati al suo lavoro continuano a nascere e circolare in ambiti diversi. Eppure, leggerla o rileggerla nel ventennale della sua scomparsa richiede una premessa che tenga conto dei percorsi di ricerca già tracciati, affinché un ulteriore lavoro biografico e critico su di lei abbia senso. […] percorrendo l’intero corpus, si può evidenziare il dialogo che esiste tra le diverse opere nel segno dell’autobiografia ma anche di un ‘nutrimento’ letterario in divenire; ogni opera partecipa infatti alla precedente, e carica di attesa e significato le successive, creando un’originalità di stile che ha pochi eguali nella storia della letteratura del Novecento.
Focalizzarsi in particolar modo sui volumi postumi, non ancora sufficientemente letti e indagati, si prospetta di fondamentale importanza al fine di saggiare la ‘tenuta’ letteraria dell’autrice. Essi […] sono i racconti di Destino coatto (Empirìa, 2002; Einaudi, 20112) e la raccolta poetica Ancestrale (La Vita Felice, 2013) in cui è confluita anche la precedente, Siciliane (Il Girasole Edizioni, 2012), primi rilevanti approcci alla scrittura. Un intero paragrafo sarà qui dedicato al romanzo Io, Jean Gabin (Einaudi, 2009): scritto nel 1979, il libro appare decisivo per i legami che intesse con la storia della cultura francese ed europea del primo Novecento. Meritano ampia considerazione i diari editi da Einaudi nel 2011 e 2013 – entrambi curati da Gaia Rispoli – con i titoli Il vizio di parlare a me stessa. Taccuini 1976-1989 e La mia parte di gioia. Taccuini 1989-1992; si tratta di una selezione dalle scritture private. Una parte inedita degli stessi dal titolo Elogio del bar è stata pubblicata anche nel 2014 per i tipi di Eliot. È degno di nota, infine, il volume Tre pièces e soggetti cinematografici (La Vita Felice, 2014), che raccoglie l’opera teatrale e parte di un lavoro dedicato all’adattamento – cinematografico o teatrale – di alcuni testi scritti negli anni Sessanta e Ottanta, come le pièce. Il romanzo-diario Appuntamento a Positano, pubblicato da Einaudi a giugno 2015 risale, invece, al 1984. […]

Questo libro muove dunque da un’esigenza: tentare una differente e rinnovata ricognizione critica con ampliamenti, riproposizioni e riappropriazioni di alcune tesi, talora veri e propri sconfinamenti […]
Sapienza non conobbe un vero vaglio critico in vita; nonostante ciò, le recensioni e gli articoli usciti tra gli anni Sessanta e il 1996 non sono privi di un certo interesse. Grande spinta, invece, si è riscontrata negli anni Duemila, in particolare dal 2005 in poi, a seguito del successo della traduzione de L’arte della gioia in Germania e Francia. Un interessamento critico più intenso si è avuto tra il 2013 e il 2015, dopo la pubblicazione del romanzo sopraccitato per la casa editrice britannica Penguin e per la statunitense Picador, mentre la francese Le Tripode sta pubblicando l’opera per intero, con traduzione di Nathalie Castagné. Nel 2015, proprio per la stessa casa editrice, è uscito un valido volume biografico, Goliarda Sapienza, telle quelle je l’ai connue, scritto dal vedovo dell’autrice, Angelo Maria Pellegrino. Egli è co-autore di Cronistoria di alcuni rifiuti editoriali dell’Arte della gioia, uscito per Edizioni Croce a giugno 2016, libro nel quale si presenta una rinnovata bio-bibliografia sull’autrice. […]

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In memoria di Goliarda Sapienza (10 maggio 1924 – 30 agosto 1996)

Nel ventennale della morte di Goliarda Sapienza, avvenuta il 30 agosto 1996, proponiamo una selezione di citazioni dell’autrice che seguiranno un ordine cronologico di scrittura e non di pubblicazione delle opere da cui sono tratte. Nel pomeriggio seguirà un altro post sull’autrice, cui il nostro blog ha più volte dedicato pagine critiche e di approfondimento.

la redazione

copyright Archivio Sapienza-Pellegrino

copyright Archivio Sapienza-Pellegrino

Separare congiungere
spargere all’aria
racchiudere nel pugno
trattenere
fra le labbra il sapore
dividere
i secondi dai minuti
discernere nel cadere
della sera
questa sera da ieri
da domani.

In Ancestrale (Milano, La Vita Felice, 2013)

Qualcuno mi spingeva giù verso le scale buie. In fondo c’era una notte. Tre volte ho visto il mio corpo rigirare su se stesso, poi ho battuto la testa una volta, due volte, tre volte. Mi sono seduta e ho frugato con le dita fra il sangue del palato appena in tempo per raccogliere nel palmo della mano tre denti bianchi lisci come pietre.

In Destino coatto (Roma, Empirìa, 2002)

ogni individuo ha diritto al suo segreto… non violate questo segreto, non lo sezionate, non lo catalogate per vostra tranquillità, per paura di percepire il profumo del vostro segreto sconosciuto e insondabile a voi stessi. Ogni individuo ha il suo segreto, ogni individuo ha la sua morte in solitudine… morte per ferro, morte per dolcezza, morte per fuoco, morte per acqua, morte per sazietà unica e irripetibile. Ogni individuo ha il suo diritto al suo segreto ed alla sua morte. E come posso io vivere o morire se non rientro in possesso di questo mio diritto? È per questo che ho scritto, per chiedere a voi di ridarmi questo diritto…

In Il filo di mezzogiorno (Milano, Garzanti, 1969)

Ed eccovi me a quattro, cinque anni in uno spazio fangoso che trascino un pezzo di legno immenso. Non ci sono né alberi né case intorno, solo il sudore per lo sforzo di trascinare quel corpo duro e il bruciore acuto delle palme ferite dal legno. Affondo nel fango fin sino alle caviglie ma devo tirare, non so perché, ma lo devo fare.

In L’arte della gioia (Roma, Stampa Alternativa, 1994 e 1998²)

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Goliarda Sapienza: una voce intertestuale (1996-2016), Edizioni La Vita Felice

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Esce in questi giorni il saggio di Alessandra Trevisan Goliarda Sapienza: una voce intertestuale (1996-2016) per le Edizioni La Vita Felice di Milano.

Il volume è disponibile a questo link.

Dalla quarta di copertina

Questa nuova monografia su Goliarda Sapienza muove da un’esigenza nata in cinque anni di studio e approfondimento: tentare una differente e rinnovata ricognizione critica sull’autrice con ampliamenti, riproposizioni e riappropriazioni di alcune tesi edite, talora veri e propri sconfinamenti, considerando in maggior misura le opere postume commisurate alle opere pubblicate in vita. La cronologia odierna svela, infatti, un’intertestualità inedita, che deve essere letta – soprattutto, ma non solo – alla luce della raccolta poetica Ancestrale, dei racconti di Destino coatto, e dei testi di Tre pièces e soggetti cinematografici.
Ripercorrendo la biografia di Sapienza – prima – tracciata grazie a documenti inediti, ed entrando nei testi – in seguito – si ritesse la trama di un’esistenza plurima, vitale e libera, presentata seguendo un itinerario artistico che trova fondamento nella “voce” come “strumento primo” di scrittura, e perciò imprescindibile nell’approccio all’opera tutta.
Chiude il volume un’ampia bibliografia, a oggi la più completa esistente sull’autrice.

Le parole dell’autrice

«Un saggio che ritraccia la vicenda umana e letteraria di una tra le più importanti scrittrici del secondo Novecento italiano; una monografia in cui la vita e la scrittura di Sapienza si rileggono sotto una luce nuova. Il percorso da me seguito tiene conto di aspetti salienti e del tutto “nuovi” nell’indagine sull’opera: nel testo, infatti, si pongono come cruciali i volumi postumi e soprattutto (ma non solo) la poesia e il teatro, nel tentativo di dare rilievo all’approccio peculiare di Sapienza nei confronti dello strumento-voce. Inoltre si è tentato di sciogliere un nodo critico che ha sino ad ora imbrigliato l’autrice agli Studi di Genere; pur considerandoli significativi (e in alcuni casi determinanti) si è desiderato in più occasioni spostare lo sguardo − o per meglio dire l’orecchio − per ristabilire un equilibrio di lettura guardando in maggiore misura al testo, al genere letterario, all’intertestualità e all’extratestualità. Si segnalano così alcune novità critiche che aprono a futuri studi già in corso. Un’analisi «appassionata», che non si conclude ma da qui ricomincia».

Dal volume

Goliarda Sapienza è stata attrice di teatro e di cinema, poetessa, scrittrice di racconti, romanzi, fiabe e testi teatrali, articoli, radiodrammi, diari ed epistolari. Figura importante e talvolta protagonista, suo malgrado, delle vicende del panorama culturale del secondo Novecento italiano, ha ricoperto i ruoli di «cinematografara» e docente di teatro e dizione, riuscendo a coniugare la sua arte con una tensione vitale, una “vita di vite” piena, costante e «appassionata», declinata in un modo del tutto peculiare, così com’è originale tutta la sua opera. Goliarda possedeva una personalità poliedrica da «intellettuale off», definita oggi «eccentrica» ed «eretica» per il suo tempo; il suo spirito indipendente e anticipatorio, insieme alla sua intelligenza e alla sua indomabilità, ne fanno una donna con caratteristiche multiformi, da esplorare e da difendere.

© Alessandra Trevisan edizioni La Vita Felice

Voce di donna. Voce di Goliarda Sapienza in volume per La Vita Felice

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Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza. Un racconto di Anna Toscano, Fabio Michieli e Alessandra Trevisan, Milano, La Vita Felice, 2016, pp. 64, € 12,00.

Esce in questi giorni il volume del “racconto” su una delle più interessanti autrici del Novecento italiano, ed è disponibile a questo link

Questo libretto raccoglie il testo del racconto Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza che dall’inizio del 2014 stiamo portando per librerie, biblioteche, piazze, teatri, associazioni.
Il nostro racconto è frutto di anni di letture, ricerche approfondite, studio delle fonti, talvolta dei manoscritti dell’opera di Goliarda, nonché dell’analisi di autori e correnti a lei vicine, dalla letteratura al cinema, dal giornalismo al teatro.
Per la verità, non esiste “il” testo dello spettacolo, poiché ogni spettacolo è una nuova proposta: dal canovaccio, di volta in volta, prendiamo strade diverse, inseriamo ulteriori dettagli, nella narrazione approfondiamo aspetti dell’arte di Goliarda che ci sembrano più adatti alla giornata o al luogo in cui ci ritroviamo a parlarne; non di rado raccontiamo aneddoti, o riferiamo particolari che abbiamo appena scoperto continuando ad approfondire l’opera e la vita di questa grande scrittrice.
Il nostro lavoro vuol evidenziare il ruolo fondamentale e fondante della poesia nella vita e nell’opera di Goliarda, con un punto di vista inedito e inusuale, per questo prezioso.
Qui, dunque, troverete “i racconti”, cioè un testo che non sarà mai quello di un solo spettacolo, ma quello di vari spettacoli insieme: la versione più completa pertanto, dalla quale di volta in volta imbastiamo, ricaviamo, estrapoliamo, stendiamo la nostra proposta.
Per noi non è un punto di arrivo, bensì un continuo impulso a studiare e approfondire l’opera di una donna straordinaria, con la passione che la letteratura e la sua condivisione ci infonde.

Anna, Alessandra, Fabio

© degli autori | edizioni La Vita Felice

Goliarda Sapienza o dell’«essere outsider»

Goliarda Sapienza Telerama

dal sito © Telerama.fr

Vi sono molti modi di narrare la vita e l’opera di Goliarda Sapienza perché sono tante le modalità con cui si può approcciare quanto ha scritto e ci ha lasciato. Su questo blog sono stati numerosi i post e i saggi a lei dedicati ma, prima di ritornare a ricordarli in questo periodo di passaggio − vedremo perché − e nell’anno del ventennale della morte (avvenuta appunto nel 1996) si renderà necessario menzionare e citare chi, con attenzione critica, si è dedicato a studi su Sapienza nell’ultimo decennio e da prima. Si parla qui e da subito di una transizione in questo maggio 2016 che ha visto un compleanno non festeggiato (il 10, giorno di nascita di Sapienza secondo la biografia e un articolo di Fabio Michieli che rimanda ad Ancestrale) e un agosto che ci ricollegherà all’anniversario della scomparsa. Ma è soprattutto nel maggio del 1951 che Goliarda Sapienza debutterà a Roma al Teatro Pirandello, in Vestire gli ignudi dell’omonimo autore siciliano, nella parte della protagonista Ersilia Drei, ottenendo un successo di critica senza precedenti − e sarà in quel frangente, come la biografia ricorda, proprio Silvio D’Amico (direttore della Regia Accademia d’Arte Drammatica all’interno della quale lei si formò) a definirla «la nuova Duse». Una consacrazione simbolica cui desideriamo fare riferimento a sessantacinque anni da quel momento; un passaggio che segnerà un successo emblematico ma anche di lì a poco rifiutato, privo di un’aderenza vitale che invece, in Sapienza, si esprimerà sempre nella scrittura.

A seguire un quadro non esaustivo dell’impegno critico di cui si è debitori, come preannunciato. Si parta dal cinema e dai documentari che, dal 1996 a oggi, sono riusciti a riportare agli occhi del lettore un’immagine limpida della scrittrice, del personaggio, dell’attrice, della docente di cinema e della donna che è stata: si fa particolare riferimento qui a Frammenti di Sapienza di Paolo Franchi (1995), al documentario L’arte di una vita di Loredana Rotondo (in «Vuoti di memoria», RaiEducational, 2000) e a l’Anti-Gattopardo. Catania racconta Goliarda Sapienza di Alessandro Aiello e Giuseppe Di Maio (2012) − viaggio sentimentale ma non romantico. Non sono mancate escursioni più recenti tra cui si annoverano I fantasmi di San Berillo di Edoardo Morabito (2010) e Le belle di San Berillo della registra Maria Arena (2013). Se Paolo Franchi ha colto precocemente la forza lieve di Sapienza, anche il teatro l’ha notata e portata in scena più volte, come in una doppia restituzione del mestiere d’attrice da lei incarnato: in questo senso i lavori di Cristiana Raggi, approfonditi e dedicati (tra cui ricordiamo Goliarda. Spettacolo cineteatrale tratto da L’arte della gioia e Il filo di mezzogiorno di Goliarda Sapienza, 2013) creano un ponte fra testi e autobiografia, attingendo dal lavoro prezioso della biografa Giovanna Providenti che, con il volume monografico La porta è aperta (Catania, Villaggio Maori, 2010) ha ricostruito per prima la vicenda dell’autrice. Aiello e Di Maio, così come Maria Arena, partecipano a un lavoro più ampio iniziato dalla Società Italiana delle Letterate già nel 2008, e che ha visto dapprima l’uscita del volume Appassionata Sapienza a cura di Monica Farnetti (Milano, La Tartaruga, 2011) cui si lega anche l’organizzazione di un convegno omonimo del 2009 tenutosi a Ferrara. Farnetti per prima ha proposto un titolo alternativo a L’arte della gioia − il grande romanzo uscito postumo −: Arte del desiderare (all’interno del volume per La Tartaruga e anche in numerosi interventi pubblici, tra cui quello durante la rassegna Soggettiva a Bologna nell’ottobre del 2013). Un’altra Giornata di Studi che ha avuto luogo invece a Genova nel 2011 dal titolo L’invenzione delle personagge (trattasi del convegno nazionale di SIL) ha dato origine a un volume recentissimo curato da Roberta Mazzanti, Silvia Neonato e Bia Sarasini (Roma, Iacobelli, 2016) con interventi di Farnetti, Laura Fortini e Claudia Priano che riguardano il romanzo L’arte della gioia e si concentrano sul personaggio di Modesta. Del 2012 è invece la miscellanea «Quel sogno d’essere» di Goliarda Sapienza. Percorsi critici su una delle maggiori autrici del Novecento italiano a cura di Providenti (editore Aracne) in cui si codificano i termini di una lettura critica secondo le cifre del “dubbio” e della “contraddizione”. Esse poi sono state riprese nel 2013, anno in cui si è tenuto a Londra il primo convegno internazionale sull’autrice: Goliarda Sapienza in context − quello è anche l’anno d’uscita di una nuova edizione per Einaudi di Le certezze del dubbio (romanzo edito nel 1987 da Pellicanolibri di Roma). Sono moltissime le studiose che si sono occupate dell’opera di Sapienza e del suo mestiere di attrice e di “cinematografara” nel mondo; non si desidera qui procedere con ulteriori elenchi, ma è doveroso esprimere la necessità di guardare a chi continua a indagare i testi in ambito accademico e nell’ambito della critica militante, non esaurendo mai le motivazioni di studio che concernono l’autrice: dal suo rapporto con la terra-madre Sicilia alle comparazioni con autori coevi e non; da una lettura secondo gli Studi di Genere a tagli che considerano i luoghi della formazione e molto altro. Si ha perciò a oggi uno sguardo ad ampio spettro di un decennio di studi approfondito, in cui non manca mai l’attenzione (e la dedizione) di Angelo Maria Pellegrino, vedovo di Sapienza e curatore dell’opera e dell’archivio Sapienza-Pellegrino, autore di prefazioni, postfazioni, articoli e interviste che riguardano l’autrice ma anche del volume monografico per i tipi di Le Tripode Goliarda Sapienza telle que je l’ai connue, di cui abbiamo parlato qui. (altro…)

Ancora su Ancestrale

Achille e Aiace giocano ai dadi (particolare dell'anfora a figure nere di Exachias; Musei Vaticani)

Achille e Aiace giocano ai dadi (particolare dell’anfora a figure nere di Exachias; Musei Vaticani)

Assediati giochiamo ai dadi
assediati posiamo le armi
e aspettiamo
L'assedio finirà
giochiamo Aiace
l'assedio finirà

(Goliarda Sapienza)

 

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Se, come scriveva Garboli parlando di Alibi, la Morante era tentata da Achille, Goliarda Sapienza è stata tentata dal cugino Aiace. Sì, perché mentre Achille cercava la morte eroica, inseguendola continuamente, sprezzante degli ordini superiori, del pericolo, di ogni cosa troppo umana, Aiace invece, nonostante la stessa prestanza, la forza, e l’eroismo di certo non inferiori a quelli del figlio di Peleo, la morte se la procurò.
Goliarda Sapienza non fu da meno: si procurò la morte in poesia per poter rinascere in prosa, giocando una sua partita a dadi con la morte; anzi con le morti, nell’attesa che togliessero l’assedio alla sua vita: quella della madre prima, che pervade e percorre tutto Ancestrale; quella del padre, che, seppur anteriore a quella di Maria Giudice, è di segno diverso, quasi simbolo di un rapporto irrisolto e quindi relegata alla fine di questo strano canzoniere, quando tutto deve ritrovare una sua coerenza nella vita; quella dell’amica d’infanzia Nica, che per trasporto ricorda il dolore di Cristina Campo, ancora Vittoria, per la morte dell’amica dei primi anni fiorentini, Anna Cavalletti. E così, come in un rito ancestrale, Goliarda Sapienza ogni volta muore per poi rinascere. Del resto, e lo dissi quando Ancestrale era fresco di stampa, questo libro è una lunga rielabora­zione di un lutto. Ed è un aspetto ancora più evidente se si tiene presente che A mia madre è a tutti gli effetti la prima poesia di Ancestrale, dal momento che Separare congiungere… ha valore proemiale per la sua dichiarata valenza di poetica.
Non diversamente da molti canzonieri in morte che compongono la nostra tradizione poetica, Ancestrale non conosce una parte in vita: si apre con la lucida contemplazione di un lutto da dover superare; Goliarda Sapienza non ci parla, come Petrarca, de «i chiari giorni et le tranquille notti» (RVF, 332, v. 2), ma descrive immediatamente, in A mia madre, «i giorni oscuri et le dogliose notti» (ibidem, v. 10): «notte fonda», «mute le cose», «letto di terra», «silenzio di terra» sono tra le cose che l’attendono al suo ritorno dalla madre, quando non ci sarà nessuno a consolarla «per tutte le parti già morte/ che porta in / con rassegnata impotenza», come a dire che lei non è Orfeo di sé stessa perché Maria Giudice non è Euridice. Goliarda Sa­pienza ha già dentro sé la morte, per sua ammissione. Il suo ritorno sarà là dove la madre l’attende, in quella bara che l’ha accolta. Sicché il sentimento dell’attesa appartiene tanto alla figlia quanto alla madre, che incarna anche l’assenza; e assenza e attesa consegnano al soggetto una maggiore capacità di percepire sia la memoria sia la realtà, elementi di base di ogni canzoniere in morte, che si tratti della Vita Nuova o dei Rerum Vulgarium Fragmenta, o che si tratti di esempi più prossimi agli anni di stesura di Ancestrale, come gli Xenia montaliani o le poesie di Luzi dedicate alla madre morta in Dal fondo delle campagne.
Assistiamo perciò anche in Ancestrale a quella che Francesco Giusti definisce la «risignificazione di qualcosa che è sentito, al presente, come assolutamente insignificante perché violentemente deprivato del suo si­gnificato.»[1] Ed è quanto riscontriamo in quest’altra poesia di Sapienza: «È predisposto./ La tua vita/ in riva al mare/ la mia morte/ in fondo al pozzo./ È predisposto,/ la tavola apparecchiata/ con vetri e con coltelli./ È predisposto/ da tempo/ il tuo tornare al mio/ pozzo d’acqua piovana» (Ancestrale, p. 24); qui i pochi oggetti sono funzionali a una riorganizzazione degli stessi, insieme ad altri sparsi nei vari compo­nimenti,[2] per permettere la rielaborazione del lutto.
Le poesie diventano così l’archivio della memoria, ovvero quel luogo dove, citando nuovamente Giusti, «il soggetto è coinvolto in una ardua negoziazione tra la vita e la morte, tra pezzi di realtà discordanti e la loro trasfigurazione simbolica, affinché possa darsi delle ragioni per un evento irragionevole in se stesso […]. Per distaccarsi da quel legame doloroso, il soggetto prova a vedere in ogni pezzo di memoria richia­mato alla mente e alla scrittura la prova della necessarietà di quella fine»,[3] affidando perciò alla scrittura questa funzione riparativa: «Ancora la memoria m’ha destata/ la notte intorno a me giace in spirali/ s’insinua fra i cuscini chiude gli specchi/ con scialli neri. Lontano/ il giorno tradisce» (Ancestrale, p. 42).
Eppure, in una continua ritualità, necessaria per il recupero di ciò che di più ancestrale appartiene al soggetto, si torna a vivere ogni volta: «Ancora una volta/ raggomitolata/ fra le dune di sabbia/ divoro il mio cadavere/ per aspettare/ il lucore che squarcia/ l’utero del mare» (Ancestrale, p. 44); è la luce che squarcia il buio a simboleggiare la salvezza in queste poesie, e il sole o la luce appaiono di frequente nei testi di Ancestrale, spesso volutamente nello stesso componimento per costruire una paradossale antino­mia, perché comunque Goliarda Sapienza rifiuta tutto ciò che è conformità.
Di fronte a questa poesia innovativa nello stile, nei toni, nei modi e anche nei contenuti, c’è davvero da chiedersi come sia stato possibile che Ancestrale non abbia incontrato un editore sul finire degli anni Cin­quanta.

© Fabio Michieli

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[1] Francesco Giusti, Canzonieri in morte. Per un’etica poetica del lutto, L’Aquila, Textus Edizioni, 2015, p. 101.
[2] In un’altra poesia, poco distante da quella appena riportata, leggiamo: «Un giorno dubitai/ e in piena luce/ cominciai/ a vedere l’albero/ il pane/ il coltello e la forbice/ il legno/ il rame» (Ancestrale, p. 33).
[3] Francesco Giusti, Canzonieri in morte, cit., pp. 124-125. Qualche pagina prima Giusti, riferendosi alla raccolta Birthday Letters di Ted Hughes, osserva che «la narrazione della storia […] aiuta il soggetto ad affrontare la perdita in un’urgenza autobiografica che non si può esprimere senza un certo grado di ri-creazione mitica del fattuale» (p. 118); si noterà come l’affermazione, presa con i necessari distinguo, calzi anche per Goliarda Sapienza, nonostante Ancestrale non sviluppi una vera e propria trama narrativa, ma si avvicini più al modus montaliano degli Xenia.