fotografia

Tommaso Di Dio, Alla fine delle favole

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Tommaso Di Dio, Alla fine delle favole, Origini edizioni 2016
con Fotografie di Valentino Barachini

per info si rimanda al sito di Origini Edizioni

*

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*

 

Ci siamo svegliati; e poi
abbiamo pulito casa. Abbiamo litigato
e io sono stato solo per un’ora, al bar
pensando alla poesia e alla vita ladra che non ha
parsimonia né pazienza. Siamo usciti
e la città era brutta di pioggia e faceva freddo
non c’era niente nulla nessuna vita
per la strada affollata e superba. Abbiamo
comprato dei vestiti, inutilmente, abbiamo
speso il frutto del nostro lavoro. A casa, infine
infreddoliti, stanchi, sazi, abbiamo guardato
nel centro del cielo, a dismisura la notte
ingigantiva. E lì piegava, stordiva; e premeva
l’enorme e vana necessità
che ci dice adesso, per quanto potete
e come potete; in questo
stupido giorno uguale a tanti e a tanti altri
dissimile; apprendete
il farsi complesso di ciò che è
semplice, oscuro, silenzioso. E poi abbiamo dormito.
Come tutti dormono. Alla fine delle favole.

*

Seduti sulle sedie; o in piedi
dietro il banco. Avevano sonno. Avevano
memoria e disastri. L’uomo al bar
voleva togliere
la corona metallica con i denti; mentre una donna
con lo sguardo nel vetro, luminoso
precipitava
dentro una forma di mani rapprese, dentro un
non amore. Fra le cosce. Oppure dentro il bicchiere.
Oppure fuori, sotto il tendone, sotto
il primo sole inerte e cieco di gennaio
quanta sparita vita
attraverso molecole diademi spazi
recingenti gas, calcificazioni, crolli e spasmi
per la materia va, con le braccia tese
come un cieco a toccare.

Nessuno qui
si toglie il cappotto; hanno
freddo questi umani.

*

Il giorno si spegne, la luce cala.
L’uomo esce dalla metropolitana
e cerca una pietra, una spalla
un gomito di luce piena; qualcosa che scaldi
e invece parla
con il palo della luce e con le fredde sbarre.
Dall’altra parte della geografia terrestre
c’è qualcuno rinchiuso, albero
sbattuto cacciato ritorto; ricaduto
nella propria corteccia come fa buio
corpo spastico dentro crollo
di roccia e rocce in una caverna. Avamposto
di sangue e brecciolina. Come ciò che non dura.
Così, cerchiamoci. Ognuno
dentro l’altro vasto umano mondo, ami
il labirinto.

*

© Tommaso Di Dio

Donatella D’Angelo, Memento vivere

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Donatella D’Angelo, Memento vivere, Edizioni del Foglio Clandestino, 2016, € 15,00

testi di Donatella D’Angelo
fotografie di Donatella D’angelo e Josè Lasheras; serie: Los respiros del Alma

*

3

quando l’umano scivola via
cosa resta tra le pieghe del volto?

l’impronta del corpo maturo
nel risvolto di una coperta troppo corta

l’affanno sospeso nell’aria acerba
insieme al ricordo del male lontano

*

4

le cose diventano importanti
poi le perdi
poche sillabe
e il batticuore nel pensiero

la morte prende gli occhi allo specchio
i sogni e le nuvole che sanno di fresco
e il pettirosso la mattina

*

9

ti raggiungo dove è sempre estate
tenersi per mano è tossire sangue
e le madonne piangono sassi

quando il tempo è senza spessore
la notte si scambia col giorno
e il giorno non ci riconosce più

ti raggiungo dove l’elefante muore solo
l’amore è un cancro nel petto
che divora ragni e farfalle

*

30

cos’è il suono del silenzio
se non l’umano che si spegne

o il pianto orfano rimasto in gola
un sabato di maggio

partito per errore
con le stelle in tasca
e la valigia vuota

sulle montagne in controluce
un’immagine chiara

*

34

era maggio
e ancora colgo il silenzio
tra le voci
nel disagio del tempo
che segue lento
la curva del sole

il tuo nome
::::::::::(tra i tanti)
:::::::::::::::::::::si fa casa

(altro…)

Ghirri: spazio siderale

Copertina-Luigi-Ghirri-Spazio-Sideralecorsiero editore, Reggio Emilia, 2016 – € 40

Osservando il sipario del bellissimo Teatro Romolo Valli di Reggio Emilia, si può immaginare quanto da quel punto focale sia possibile apprezzare l’insieme dell’architettura, la “rotondità” e la “circolarità” che caratterizzano questo teatro. Una vera concentrazione di simboli, un imbuto di segni, entro cui l’invenzione e la rappresentazione, grazie alla luce e al raccoglimento che un teatro come questo sa regalare, si mostrano in silenzio.
Quanto pensato e compiuto da corsiero editore con lo splendido Spazio siderale non è offrire al pubblico un libro postumo di Ghirri, ma realizzare qualcosa di probabilmente meno arbitrario e senz’altro più profondamente curioso. Una sorpresa, una rarità: si tratta della pubblicazione del menabò di un progetto, un libro forse (e sarebbe stato l’ultimo: siamo nel 1991, e la morte per Ghirri sarebbe arrivata nel 1992), intorno al quale il fotografo reggiano stava lavorando.
Ci troviamo nel vivo di una storia, al cospetto di un incontro/confronto fra le arti. Spazio siderale consente infatti di rivivere l’intreccio che legò il soggetto del terzo sipario monumentale dipinto nel 1991 da Omar Galliani, dal titolo Siderea, alla fotografia di Luigi Ghirri, in stretta aderenza a molti dei temi maggiormente cari al fotografo (in questo senso basti pensare ad alcuni dei suoi titoli precedenti, come Infinito e Il profilo delle nuvole).
I materiali sono riportati con cura puntuale, attenta. Un libro di grandi dimensioni (30 x 30 cm, 108 pagine, e una carta con grammatura di qualità) che testimonia come Ghirri avesse già predisposto una selezione delle fotografie e ne avesse anche in gran parte precisato una sequenza espositiva. Mancava il titolo, mancava ancora quell’elemento che tanta parte ha sempre avuto nella costruzione dei progetti e dei libri di Ghirri.
Di fatto, Spazio siderale sarebbe potuto essere già allora un titolo possibile. Del resto è una definizione attraente, una dimensione affascinante: avvicinare ciò che è distante, o solo apparentemente tale, ma soprattutto desiderare (appunto) questa vicinanza, fino al “gioco”, come diremo poi, dell’immedesimazione. È quello che un’arte qui fa con l’altra, in una reciprocità di richiami e di effetti davvero notevoli. E tutto racchiuso nel racconto del dietro le quinte di quel lavoro, tutto nel testimoniare l’operato: come nasce l’idea di un sipario; i bozzetti preparatori di Galliani; i passepartout che Ghirri preparava con le note autografe relative ai tagli e al colore per la stampa delle fotografie ecc. (altro…)

Il viaggio di Ghirri

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Il cantautore che Luigi Ghirri ha amato di più è Bob Dylan, al quale spesso si è riferito, per una straordinaria coincidenza di pensiero e di visione. La musica per la fotografia di Ghirri è stata un ambito di ricerca vissuto con intelligenza emotiva precisissima, dalla quale sono discese altrettanto precise scelte operative, sia nelle immagini sia negli scritti.
A raccontarci di questo amore è stato Lucio Dalla: «Ah… se l’anima avesse gli occhi!…  – si diceva ridendo con Luigi, quando ascoltavamo musica sul vinile o a un concerto… – fino  a un: Anche se muoio adesso sono felice, al concerto di Bob Dylan a Napoli».
Ghirri, quando nacque nel ‘43 (lo stesso anno del cantautore bolognese), nasceva con la musica fin nelle ossa. Anche solo un campanello o il latrare di un cane nella notte – così continua il racconto di Dalla – e già gli scattava l’idea di una foto.
Visione, pensiero, anima: siamo nel territorio della mente. La “mente-atlante” di Ghirri è quella tipica di un grande viaggiatore senza viaggio. Viaggio in Italia, libro del 1984 che lo lega al nome di Gianni Celati,[1] è un titolo-chiave in questo senso, con una splendida copertina che esalta appunto la dignità dei non-viaggiatori, grandi scrutatori (paradossalmente) di mappe, cartine, atlanti.
Uomo della pianura, della vastità, Ghirri infatti non sembra tanto viaggiare quanto essenzialmente desiderare: desidera lo spazio, l’ampiezza, e più che altro accarezza soltanto l’idea della fuga. E mentre l’accarezza si ferma, contempla, mette in carica la visione.
Dicevamo del suo grande amore, Dylan. Ecco un testo che approfondisce quanto vado dicendo:

Non è ancora buio[2]

Cadono le ombre e sono stato qui tutto il giorno.
Troppo caldo per dormire mentre il tempo corre.
Sento la mia anima diventare acciaio.
Ho ancora le cicatrici che il sole non ha rimarginato
e non c’è un posto per essere in un posto qualunque.
Non è ancora buio, ma presto lo sarà.

Il mio senso di umanità ormai è scorso via, nella fogna.
Dietro ogni lato della bellezza c’è stato qualche tipo di dolore.
Lei mi scrisse una lettera così gentile…
nelle parole aveva calcato tutto quanto la sua anima poteva ospitare
ma non vedo la ragione per cui mi dovrebbe interessare.
Non è ancora buio, ma presto lo sarà.

Sono stato a Londra, e nel divertimento di Parigi.
Ho seguito il fiume e ho trovato il mare.
Sono stato sul fondo di un mondo pieno di bugie
e non cerco più niente negli occhi degli altri
perché a volte il peso mi sembra insopportabile.
Non è ancora buio, ma presto lo sarà.

Sono nato qui e qui morirò, contro la mia volontà.
Mi sembra di correre, ma sono sempre stato fermo.
Assente ogni nervo del mio corpo, evanescente.
Non riesco a ricordare da cosa fuggivo quando sono caduto qui
dove neppure il mormorio di una preghiera sento.
Non è ancora buio, ma presto lo sarà.

Ghirri avrebbe amato molto questa canzone, Not Dark Yet, tratta dall’album che Dylan pubblicò nel 1997, Time Out of Mind. Avrebbe amato il buio, la notte, la parola “anima” e la parola “preghiera” dipinte dal maestro di Duluth. Di questa canzone avrebbe senz’altro assaporato ogni secondo e ne avrebbe restituito il respiro in immagini. Perché questo notturno assomiglia molto ai suoi, sono della stessa essenza, feriti e allo stesso tempo guidati da punti-luce, o meglio da appoggi di luce. (altro…)

Gli “Esordi Invernali” di Renzo Favaron

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Esordi Invernali è un racconto lungo di Renzo Favaron appena uscito per CFR Edizioni nella collana di narrativa Il Novelliere, una storia al presente e al passato che si dipana sui due piani temporali di cui è fatta anche la memoria di ciascuno di noi. Ed è proprio la dimensione del ricordo a determinarsi centrale in questa prosa, poiché è il luogo in cui ‘avviene’ la decostruzione e la ricostruzione del sé-protagonista ma è altresì il campo su cui si gioca la storia dello stesso, che si presenta dapprima adulto, alle prese con la figlia Irene, una (ex-)moglie, andate, ritorni, congiungimenti e separazioni, esperienze che provengono da un passato remoto, da un’infanzia con un padre (già partigiano) quasi o del tutto assente.

La trama potrebbe suggerire che siamo di fronte a una vicenda che reitera scritture che conosciamo (e alla prima persona singolare), eppure la sensibilità della scrittura di Favaron – che è la stessa che si legge nella parola poetica, già ospitata su Poetarum, qui – restituisce a ogni capitolo qualcosa di inusitato, soprattutto ‘si fa’ secondo alcuni schemi che ci ricordano l’ultimo Sebald (di cui ho scritto già qui): mi riferisco in particolare all’uso della fotografia, che spezza l’andamento della narrazione incidendo sulla comprensione del testo, amplificando le possibilità di visione o costringendo ad indirizzare la nostra immaginazione verso un punto focale fermo, specifico. L’ambientazione veneta, con richiami a spazi, tradizioni, aspetti culturali del tutto propri di quella terra (da cui Favaron viene e in cui vive ancora), rafforza inoltre l’idea che l’utilizzo delle foto in questa prosa funga da catarifrangente, e che la memoria stessa possegga questa qualità di restituire l’impressione e contemporaneamente la sostanza del ricordo.

Tra le digressioni che l’autore si permette, tuttavia, oltre a quelle letterarie (per fare un paio di nomi, Savinio e Hohl) ne spiccano alcune jazzistiche: la citazione del disco Out of the Cool di Gil Evans del ’61 e del brano The Time of the Barracudas, registrato nel ’63 (e scritto da Evans assieme a Miles Davis) giustificano da una parte il titolo del racconto stesso e l’importanza del “tempo”, ri-detta con un’altra formula, dall’altra osano – forse – suggerendo al lettore un aspetto formale della memoria: il suo andamento jazzistico irregolare, di selezione altalenante, lo scompaginamento continuo di cui è fatta.

©Alessandra Trevisan

Giulietta (sul perché il gestore del maneggio guarda mia sorella e immediatamente sella il sauro)

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Sul perché il gestore del maneggio guardi mia sorella e immediatamente selli il sauro – una belva magnifica di cui al momento ho dimenticato il nome, simile a quello di una regina longobarda, e che ribattezzerò, per comodità, Squartapopoli – e sul perché il suo assistente, nel vedere la sottoscritta, lasci uscire dalle stalle una cotoletta cotonata alta quanto le mie spalle, è necessario fare qualche considerazione. Ma prima sarà il caso, forse, di delineare meglio la vicenda.
«Sono tutte e due cavalle molto beneducate», dice il gestore mentre lascia che mia sorella balzi in sella e si avvicina, preoccupato, tendendomi una mano, «ma stai tranquilla», fa a me, «che la tua è particolarmente buona.»
Annuisco più che convinta del suo assioma. Piantata a quattro zampe nel terriccio, senza dare segni di vita propria, la mia cavalla mi abbandona alla subdola sensazione che la sua pancia sia fatta per ospitare un manipolo di puffi vestiti da guerra. Declinato gentilmente l’aiuto per salire in sella, gesto equivalente a scavalcare una ringhiera, mi rendo conto nel giro di pochi minuti che se io pure mi sgozzassi per protesta la mia cavalcatura procederebbe nel suo dovere di seguire mia sorella ovunque il suo passo la conduca.
L’istruttore propone a Giulietta piccoli esercizi. Squartapopoli ubbidisce sotto le sue mani, liquida come mercurio; restia soltanto ai passi più noiosi, la sua lunga testa a tratti ne strattona le briglie, si impunta, chiede il trotto. La mia dimostra un carattere solo nell’inquietante misura in cui ad un certo punto inchioda, scoprendo una fascinazione per la mia scarpa destra. Ora: io ho amato due volte, delle quali solo una a perdita di testa, e senza la minima intenzione di riagganciarla al collo; ma nulla di paragonabile alla devozione con cui l’equina ha teso la sua bocca anelante verso il mio stivaletto.
«E come si chiama questa cavallina?», chiedo per fare conversazione e per distrarre gli astanti dall’immagine del mio piede succhiato con impegno da un ronzino.
«Gocciadimiele.»
Ecco. Su come tutto questo sia potuto accadere, è necessario fare qualche considerazione.

Sono un’amante dei ritmi dell’allodola, ma quando scendo da Roma per passare qualche giorno con i miei, in dorato esilio, le mie ore di sonno mattutino tendono a moltiplicarsi. Sarà per l’assenza di responsabilità, sarà per la camera non esposta ad est, sarà per la sistemazione comoda, per il senso di sicurezza e protezione, sarà per qualsiasi scusa voi vogliate essere così gentili da contribuire a fornirmi, ma tendo a non dare segni di vita prima delle nove.
Mia sorella, già in piedi da ore, in genere mi porta il caffè. Prova un paio di volte a svegliarmi, mi tasta il polso, poi mi abbandona al mio destino. Quando ho le forze per alzarmi, ingollo il caffè raffreddato e metto piede in cucina con la verve di una blatta in avanscoperta.
Giulietta ha i capelli raccolti, a quel punto, in cucina. Sta ascoltando Santana. Ha le mani rapidissime: sta arrotolando una sigaretta, oppure sistema le ultime cose nella borsa, per scendere a studiare. Risponde a una mail. Non posso aiutarla a fare niente, perché tutto è già fatto, ho soltanto la mia tazzina da lavare. Giulietta è sulla porta mentre io ancora devo capire come ci si sfila un pigiama.
Tono su tono, mia sorella conosce sette modi per mettere un foulard. Io conosco un modo solo per non strangolarmi con una sciarpetta. Se io ho la fortuna di avere ciglia così grandi da non poter mettere il mascara, lei ha la fortuna di saperlo mettere senza accecarsi. Giulietta è l’unico essere umano a essere passato per decine di passioni una più dissimile dall’altra mantenendo, in tutte, lo stesso aplomb: il karate, la chitarra elettrica, la collezione di civette, ogni cosa è stata portata a termine come se danzasse. Adesso fotografa, ma non per passione. Fotografa perché un rettangolo di quello che vedono i suoi occhi decide di staccarsi in maniera precisa dal resto ed esige da lei un esatto bilanciamento del bianco e un’inequivocabile inquadratura. Così frequenta l’accademia, dove ha scoperto che ubbidire a quello per cui si è nati pretende precisioni concentriche sempre più sottili e sempre più sottili forme di tortura. E che sua sorella un fondo di ragione ce l’aveva quando strillava come un’ossessa a chi le chiedeva se la gratificasse l’hobby della scrittura.
Così scendiamo al bar, a metà mattina, e ognuna si mette a lavorare alle sue cose. Io ho i compiti dei cuccioli d’uomo da correggere, o un libro da recensire, o qualcosa da scrivere al computer. Lei sta rivedendo fotografie, misurando prospettive, leggendo un libro di storia dell’arte. Ci interrompiamo, a volte. Lei, per esempio, dice:
«Durante una giostra a cavallo, il Duca di Montefeltro perse un occhio. Da quel momento si fece ritrarre sempre di profilo. Se guardi bene qualsiasi suo ritratto, vedrai che l’osso del naso è limato. Chiese di farlo per guadagnare una visuale più centrata.»
Dice:
«Pare che Botticelli si chiami così per colpa di suo fratello, così grasso che tutti lo paragonavano a una botte. In famiglia erano tutti un po’ robusti, ma lui esagerava. Il nomignolo si estese.»
Le giro uno sguardo di straforo. Lei nicchia. Dice:
«Nella maggior parte delle madonne, Perugino avrebbe fatto il ritratto di sua moglie.» Dice: «Bernini avrebbe soffiato l’incarico della fontana di Piazza Navona a Borromini regalando un modellino d’argento del lavoro alla cognata del papa.» Dice: «Durante la festa per i suoi ottant’anni, Frank Sinatra fece circondare Kate Moss dalle sue guardie del corpo e la baciò.»
Nulla di questo ha mai il tono saputo con cui qualcuno di voi può aver letto le frasi, quindi vi prego di tornare daccapo e arrotondare le labbra, con un filo di stupore, e rendersi più lucidi gli occhi, perché è così che Giulietta lo dice.
È per queste ragioni che il gestore del maneggio vede mia sorella e immediatamente sella il sauro.

 © Giovanna Amato

N.B.: Questo brano è stato steso dopo la prima lezione di equitazione. Per amore di correttezza va detto che, al momento in cui scrivo, ne è avvenuta una seconda, dove l’istruttore ha voluto fare un tentativo affidandomi un cavallo più alto. Ho chinato il capo in segno di assenso con studiata vezzosità. Giulietta è stata la regina del birillo. Io ho trascorso l’intero trotto urlando.

Anna Toscano my camera journal 21

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E poi le persone. Le persone che mi hanno sempre sorriso e cercato di comprendere anche se infilavo perline storpie nella mia collanina in portoghese. Le persone che ho scavalcato lungo la strada ogni giorno, non riuscendo a trattenermi dal guardare i loro volti giovanissimi e sereni che sbucavano da coperte o sacchi. Le persone che mi hanno accolto nella mia ricerca e collaborato con me e lavorato insieme. Le persone a cui voglio bene da anni e che finalmente ho potuto riabbracciare e conoscere il loro nuovo mondo. I nuovi amici che sfornano la pasta, ti lasciano stropicciare il loro cane e ti spiegano le teorie del sette, e si ride quanto si ride. E le loro mamme con le torte del sabato pomeriggio. E le ragazze che capisci subito essere come te quando te eri come loro, e buona vita in questo nuovo paese ragazza mia. E gli accenti e le vocali nasali e verbi ausiliari allo Starbucks, tra articoli di giornale e poesie. E bassi che ridono aprendo botole di incubi bambini e tenori cantano di mille vite eterne. E tua sorella che cresce il suo gatto come fosse un pitbull e lo allena, e non osi dirle che è davvero un gatto. E l’immagine di lui che se ne è andato, ultimo pezzetto di me bambina, e che porterò sempre con me. E gli amici dall’Italia e da ovunque che messaggiano e scrivono e chiamano per un po’ di vicinanza. E poi tu mi vieni a prendere e, finalmente, mi riaccompagni a casa. Grazie.

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Testo e foto di Anna Toscano

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Grazie a Anna Toscano per averci incuriositi, divertiti e commossi per tutta l’estate. (la redazione)

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Leggi i my camera journal 20 19 e 18

Anna Toscano – my camera journal 20

2013-09-17-22-24-14

E fai i conti con la letteratura, la poesia, l’architettura, la musica e con tutta l’arte che incontri nei viaggi dentro e fuori di te. Passeggiando per Montevideo leggi il nome di una strada e ti si spalanca la memoria su Mario Benedetti e osanni quella tavoletta con i libri dentro che proprio non volevi quando vi trovi un editore coraggioso che vi ha ripubblicato molti romanzi. E li rileggi con una voracità pazzesca fino a quando a San Paolo un amico nello Starbucks di rua Augusta ti spiega il portoghese con dei testi di Carlos Drummond de Andrade, allora dopo corri alla Livraria Cultura sulla Paulista e ne compri subito una raccolta. E ti appassioni a Lina Bo Bardi che con un sorriso spunta da una foto nella cucina di un’amica e capisci come da un volto così potesse nascere la sua architettura. E poi esce il nuovo libro di Patrizia Cavalli e subito chiedi che te lo portino dall’Italia, non puoi attendere oltre. Ma è l’inaspettato che ti spacca il cuore, entrare nella Pinacoteca a Luz, senza che nessuna pubblicità mai lo abbia segnalato, e ti trovi di fronte alle opere di William Kentridge e pensi che lì, lì di fronte, stai bene come lo sei da 20 anni che lo rincorri nei musei del mondo. L’arte fa bene. Ovunque si stia.

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Testo e foto di Anna Toscano

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Leggi il my camera journal n 19

Anna Toscano – my camera journal 19

2013-09-08-21-25-56

Cosa manda avanti una città con oltre undici milioni di abitanti? Quale è la rotella che fa girare Sampa? I diciassettemila pullman? Le cinque linee della metro? I tre aeroporti? Il centinaio di eliporti sopra i grattacieli? Il più alto tasso di elicotteri pro capite al mondo? Gli otto milioni di macchine? Il servizio postale? Nulla di tutto ciò. Sono i motoboy che muovono la città sfrecciando, anche con il traffico paralizzato, da un ufficio all’altro trasportando documenti urgenti. Si muovono su moto di piccola cilindrata, 125 o 150, spesso grattate e ammaccate dai numerosi incidenti, coi serbatoi protetti dallo scotch adesivo. Sampa sarebbe impallata senza il loro correre che non ammette sosta: giorno e notte su tutte le strade loro connettono le urgenze. Qui li chiamano cachorro loco, cane pazzo, per il loro affannarsi in mezzo al delirio del traffico. Ma ciò che li contraddistingue è la solidarietà. Si chiamano l’uno con l’altro e accorrono ad aiutare il collega urtato da un automobilista, a difenderne un altro che ha provocato uno scontro. Spesso non si conoscono tra di loro, sono moltissimi e aumentano di giorno in giorno, ma accorrono in un gioco di squadra che non ammette tradimenti o distrazioni. Più che cani pazzi sembrano api operaie, le rotelle di una città che implode ogni giorno.

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Testo e foto di Anna Toscano

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leggi il my camera journal 18

Anna Toscano my camera journal – 18

2013-09-08-21-48-18

 

Le esperienze stranianti a Sampa? Mi è accaduto con un sorbetto al miglio verde: cosa è questa cosa sempre mangiata ma che ora mi pare così nuova? Meraviglioso. È come mangiare, dopo averla messa in surgelatore, una scatoletta di mais con lo stecco. E mi è accaduto in un pub non lontano da casa, verso sera, in questo inverno sul Tropico del Capricorno. Mi siedo al bancone e chiedo da bere. Mi si avvicina un tipo simpatico dagli occhi neri e dolci e mi chiede della mostra di cui sto sfogliando il catalogo. Concentrata come sono nel non dire cose assurde nel portoghese che sto imbastendo lo osservo nei dettagli con un certo ritardo: indossa una camicia bianca e una cravatta scura, una giacca scura sta riversa sulla sedia accanto, sotto porta una gonna a pieghe con calze a rete e scarpe da donna. Cosa è questa situazione sempre vista ma che ora mi pare così nuova? Mi guardo attorno e capisco di esser entrata in un locale crossdressing in cui le persone indossano abiti di solito associati al sesso opposto, spesso mischiati coi propri. Parliamo di mostre e di musei, cerco di non fissare con simpatia i peli delle sue gambe intrecciati ai fili delle calze, mi chiede se ci rivediamo l’indomani. Sì certo, adoro l’uso alla rinfusa degli armadi.

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Testo e foto di Anna Toscano

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Leggi il my camera journal 17

Anna Toscano – my camera journal 17

2013-08-28-23-02-28

E poi arrivò un giorno, dopo l’ultimo giorno, in cui anche lui ebbe voglia di tornare un po’ bambino, di fare quelle cose buffe che fanno i bambini, a volte strampalate e a volte pericolose. Ma non sapeva bene come e cosa fare, tutto il raziocinio e la sapienza che aveva dovuto usare durante la settimana precedente lo avevano immesso in un tunnel esasperante: tutto doveva girare perfettamente per l’eternità, tutti i conti dovevano tornare per sempre. Si sedette a gambe incrociate per terra, iniziò a lanciare pallette di carta nel cestino, quando poco più in là scorse delle scatole di lego e pongo e improvvisamente intuì cosa volesse dire sentirsi bambini. Iniziò a modellare pongo di molti colori, ad attaccarlo a pezzi di lego, a costruire, demolire, allungare, ammassare, mischiare. Dopo ore di frenetico divertimento si asciugò con un sorriso beota il viso, si guardò attorno e pensò “e ora che me ne faccio di tutto ciò?”. Grattandosi il mento prese in mano il mondo, scrutandolo scelse un luogo e vi puntò il dito. L’illuminazione che gli venne lo rese momentaneamente cieco, ma volle lo stesso mettere in quel punto tutte le sue costruzioni. San Paolo è nata così,  mentre dio giocava col pongo.

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Testo e foto di Anna Toscano

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leggi il my camera journal 16

Anna Toscano – my camera journal 16

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Cara Marianna del Parà ti scrivo, ti scrivo così mi distraggo un po’. Da quando non ci sentiamo c’è una grossa novità, il nuovo panorama è finito ormai ma qualcosa ancora qui non va. Mi amavano mi adoravano, capisci, mi chiamavano “il padre del Brasile”, a loro ho dato tutta la mia vita, tutta la mia vita. Tu mi capisci, cara Marianna, comprendi il dolore di un futuro che ci aspetta crudele, dopo un passato così grande. Io sono qui da molto meno tempo rispetto a te, da poco più di quarant’anni, e sono molto più basso di te, poco più di cinque metri, ma io dovevo ricordare a tutti la mia vita di studioso, di politico, di filosofo, rimembrare il mio impegno per questo paese perché io fui e sono e sarò il Patriarca dell’Indipendenza del Brasile che grazie a me è avvenuta poco meno di due secoli fa. Cara Marianna, le persone uscivano dal teatro che già potevano scorgermi da lontano e mi venivano incontro pensando a quanto fosse importante la loro indipendenza, il loro essere Stato. Vedi, amica mia, com’era importante che da lontano ci fossi anch’io. Pensavo che esilio e carcere che ho visto in vita per i miei ideali fossero il peggiore panorama, ma non avevo ancora visto questo.

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Testo e foto di Anna Toscano

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Leggi il my camera journal 15