Il viaggio di Ghirri

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Il cantautore che Luigi Ghirri ha amato di più è Bob Dylan, al quale spesso si è riferito, per una straordinaria coincidenza di pensiero e di visione. La musica per la fotografia di Ghirri è stata un ambito di ricerca vissuto con intelligenza emotiva precisissima, dalla quale sono discese altrettanto precise scelte operative, sia nelle immagini sia negli scritti.
A raccontarci di questo amore è stato Lucio Dalla: «Ah… se l’anima avesse gli occhi!…  – si diceva ridendo con Luigi, quando ascoltavamo musica sul vinile o a un concerto… – fino  a un: Anche se muoio adesso sono felice, al concerto di Bob Dylan a Napoli».
Ghirri, quando nacque nel ‘43 (lo stesso anno del cantautore bolognese), nasceva con la musica fin nelle ossa. Anche solo un campanello o il latrare di un cane nella notte – così continua il racconto di Dalla – e già gli scattava l’idea di una foto.
Visione, pensiero, anima: siamo nel territorio della mente. La “mente-atlante” di Ghirri è quella tipica di un grande viaggiatore senza viaggio. Viaggio in Italia, libro del 1984 che lo lega al nome di Gianni Celati,[1] è un titolo-chiave in questo senso, con una splendida copertina che esalta appunto la dignità dei non-viaggiatori, grandi scrutatori (paradossalmente) di mappe, cartine, atlanti.
Uomo della pianura, della vastità, Ghirri infatti non sembra tanto viaggiare quanto essenzialmente desiderare: desidera lo spazio, l’ampiezza, e più che altro accarezza soltanto l’idea della fuga. E mentre l’accarezza si ferma, contempla, mette in carica la visione.
Dicevamo del suo grande amore, Dylan. Ecco un testo che approfondisce quanto vado dicendo:

Non è ancora buio[2]

Cadono le ombre e sono stato qui tutto il giorno.
Troppo caldo per dormire mentre il tempo corre.
Sento la mia anima diventare acciaio.
Ho ancora le cicatrici che il sole non ha rimarginato
e non c’è un posto per essere in un posto qualunque.
Non è ancora buio, ma presto lo sarà.

Il mio senso di umanità ormai è scorso via, nella fogna.
Dietro ogni lato della bellezza c’è stato qualche tipo di dolore.
Lei mi scrisse una lettera così gentile…
nelle parole aveva calcato tutto quanto la sua anima poteva ospitare
ma non vedo la ragione per cui mi dovrebbe interessare.
Non è ancora buio, ma presto lo sarà.

Sono stato a Londra, e nel divertimento di Parigi.
Ho seguito il fiume e ho trovato il mare.
Sono stato sul fondo di un mondo pieno di bugie
e non cerco più niente negli occhi degli altri
perché a volte il peso mi sembra insopportabile.
Non è ancora buio, ma presto lo sarà.

Sono nato qui e qui morirò, contro la mia volontà.
Mi sembra di correre, ma sono sempre stato fermo.
Assente ogni nervo del mio corpo, evanescente.
Non riesco a ricordare da cosa fuggivo quando sono caduto qui
dove neppure il mormorio di una preghiera sento.
Non è ancora buio, ma presto lo sarà.

Ghirri avrebbe amato molto questa canzone, Not Dark Yet, tratta dall’album che Dylan pubblicò nel 1997, Time Out of Mind. Avrebbe amato il buio, la notte, la parola “anima” e la parola “preghiera” dipinte dal maestro di Duluth. Di questa canzone avrebbe senz’altro assaporato ogni secondo e ne avrebbe restituito il respiro in immagini. Perché questo notturno assomiglia molto ai suoi, sono della stessa essenza, feriti e allo stesso tempo guidati da punti-luce, o meglio da appoggi di luce.
«Sono nato qui e qui morirò»: ogni luogo, in fondo, è una canzone, un punto, il punto in cui, fatti eterni gli occhi e noi, maturiamo in noi e tratteniamo negli occhi l’istante del sempre. È la fotografia a dirci che questo è possibile. Ci dice: ecco, qui la luce ha il suo fuoco. E ci invita a far nostra una visione, a sentirla eterna, presente da sempre e per sempre.
Nell’allestimento curato da Corrado Benigni e Mauro Zanchi per la mostra Pensiero Paesaggio in corso presso il complesso monumentale di Astino, a Bergamo, questi notturni sorprendono e colpiscono nella loro minutezza. Una breve serie, mirabile, di project prints è messa in mostra quasi si trattasse della composizione di un altare: due “ali” di tre e tre fotografie (9 x 11 cm) con al centro, incastonato tra due splendidi notturni (Bologna 1987 e Fidenza 1985), uno altrettanto splendido, di Sabbioneta, del 1989. Ancor più piccolo nelle dimensioni (5,5 x 7 cm), quest’ultimo notturno suggerisce un fuoco prospettico centrale, quasi un “tabernacolo” del lavoro di Ghirri: la luce di un lampione, il suo riverbero sulle facciate dei palazzi, le proporzioni in gioco, i rapporti geometrici perfetti, le simmetrie, l’incrocio delle vie ai margini della piazza a creare una linea d’orizzonte marcata tra il pavé e i palazzi, sottolineata tra chiaro e scuro dalla scia di un fanale in movimento.
Non è un caso la scelta di Sabbioneta, credo, da parte dei curatori: la città ideale secondo i princìpi umanistici è un altissimo esempio di Italia, al tempo in cui l’Italia andava facendosi altissima, un vero grande esempio per il mondo. E fa pensare, questa “bellezza perduta”, ancor più se si unisce questo pensiero alla cifra di Ghirri: pensare per immagini, come in poesia.
Non a caso Benigni, nel catalogo che accompagna la mostra, affida le sue riflessioni a un grande poeta (un altro grande non-viaggiatore): Andrea Zanzotto. Dietro il paesaggio è il titolo della raccolta che il poeta di Pieve di Soligo pubblicò nel 1951 e che concentra già nel titolo il tema della dislocazione dello sguardo, tema che lega il poeta veneto al fotografo emiliano. Ma una poesia di Zanzotto, in particolare, può raccontarci il rapporto tra sguardo e paesaggio, o meglio, ci racconta l’immaginazione del paesaggio schiusa attraverso una finestra appena creata. Come per Ghirri, che apre l’immaginazione tramite una fotografia:

Per la finestra nuova[3]

Brilla la finestra del verde lungamente
lungamente composto, sogno a sogno,
orti o prati non so; ma quanta brina
prima ch’io mi convinca, quanta neve.
Verde del grano che alzi il capo e irridi
tra l’incerto oro e il vuoto:
tu, mia finestra, e tu, cielo, che porti
[…]
O mia finestra, purezza inestinguibile.
Per farti spesi tutto ciò che avevo.
[…]
Ma tra poco
tutto mi darai quel che anelavo.

Ma ancora un altro poeta, forse, occorre. Yves Bonnefoy che scrive: «siamo sicuri di quel che vediamo?»[4] si appaia all’incipit del contributo di Benigni: «Cosa vediamo quando guardiamo?»; incipit che porta poi Benigni ad affermare che: «la realtà è il suo segno, la realtà è il pensiero, la fotografia è fotografia di una fotografia».[5] E questo lo vediamo in altre foto, celebri, di Ghirri: l’esposizione del vuoto fino a chiederci appunto cosa stiamo guardando; l’utilizzo di superfici diverse in diversi “strati di realtà”, fino a ingannare chi osserva, lasciandolo all’enigma di un’immagine dell’immagine.
Per chiudere, ancora parole preziose. Sono di Mauro Zanchi, che ha voluto suggerirmi qualche tratto di una riflessione che sta sviluppando: «Aprire gli occhi significa saper guardare il mondo, con innamoramento, ovvero secondo una geografia sentimentale. E si può vedere la verità osservando attentamente i fatti, dentro e oltre il nostro senso della realtà. Esiste inoltre anche una verità di un livello più profondo, una verità estatica, interiore ed esterna al contempo, che si può intuire tramite l’immaginazione poetica. Questa verità è spesso inafferrabile, più misteriosa del primo livello della realtà visibile, sospesa e ostica. […] Ghirri individua l’irresistibilità dei luoghi lirici, ovvero quella dimensione in cui le persone, in quanto esseri naturali, trovano relazioni e corrispondenze con la forza del paesaggio».
Dietro il paesaggio c’è una canzone. Nel centro di questa canzone un’anima, capace di sguardo.

Cristiano Poletti

[1] Un altro titolo, bellissimo, frutto della loro collaborazione, è Il profilo delle nuvole, del 1989.

[2] Per il testo originale si veda: http://bobdylan.com/songs/not-dark-yet/. La presente è una mia libera traduzione.

[3] In IX Ecloghe, Milano, Mondadori, 1962.

[4] in Voce udita accanto a un tempo, in L’ora presente, Milano, Mondadori, 2013 (traduzione: Fabio Scotto).

[5] Luigi Ghirri, Pensiero Paesaggio (a cura di Corrado Benigni e Mauro Zanchi), Cinisello Balsamo, Silvana Editoriale, 2016.

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