Di Giulia Bocchio
Arrivo con i miei tempi in questo spogliato giardino dei fiori infelici, il romanzo di Nicola Lucchi vincitore del premio nazionale di narrativa Neo Edizioni – Anno uno, consapevole di calpestare non tanto un giardino quanto una strada lastricata di resti, quelli che i vecchi, nel paese in cui sono cresciuta, avrebbero abilmente riassunto con questa frase “La carne forse, ma le ossa non mentono mai”.
Mi è rimasta impressa non tanto per il significato ai limiti del lapidario, quanto per l’immagine netta e disarmante che restituisce. I paesi, quelli piccoli, praticamente sconosciuti, i cui nomi soccombono rispetto alle più note e citate province, sono pieni di ossa, fateci caso. La scuola media che ho frequentato, ad esempio, è stata costruita sulle fondamenta di quello che almeno tre secoli prima era un cimitero, il numero di teschi e femori recuperati era diventato leggenda e si diceva che la scuola fosse infestata, perché la sua edificazione aveva disturbato il sonno di quei morti. Una suggestione semplice, quasi dovuta direi oggi, eppure lo stesso valeva per vecchi terreni, cascine abbandonate: veniva sempre fuori qualcosa, bastava tornarci. Non mi hanno mai fatto paura queste storie, ho sempre subito un effetto diverso, ovvero una profonda nostalgia, un certo tipo di tristezza che non ha a che fare né con il lutto né con il pianto ma con la perenne, instancabile, finitudine che caratterizza la vita. Quando venivano fuori aneddoti relativi alle ossa, a qualcuno morto troppo giovane o troppo male, il desiderio è sempre stato sapere chi fossero davvero quelle persone, quale la loro vera storia. Non lo sapremo mai, ecco perché, a volte, entra in scena la letteratura. Dare una storia ai morti è uno degli atti letterari che più preferisco al mondo e non importa se questi sono stati davvero un tempo vivi o se è l’ombra di un ricordo o di un sentito dire ad averne ispirato la trasfigurazione, per me resterà sempre un atto fra i più umani di sempre.
In parte, Il giardino dei fiori infelici di Nicola Lucchi fa proprio questo.

Come dicevo prima, però, questo non è un giardino, è una sorta di via Crucis che non condurrà a nessuna vera redenzione. Non cadremo tre volte leggendo, ma incontreremo un prete e un assassino. L’orazione di questo doloroso rito è affidata alla voce di chi l’assassino l’ha messo al mondo, Olga, la stramba, la strega, quella che vede e parla coi morti.
Siamo in un piccolo paese che ha vissuto le due guerre, la carestia e le febbri, e che esce dalla seconda, con tutto ciò che la polvere delle macerie ha appannato, ed è un altro di quei paesi in cui è possibile trovare delle ossa, basta avere un buon senso dell’orientamento e scavare.
Ma dove – e con quale stomaco – dissotterrare gli scheletri di un numero inaspettatamente alto
di bambini che si credevano scomparsi?
Solo Lucas, il giovane assassino, possiede la mappa mentale verso il proprio personale Golgota, il fatto è che vuole confessare i suoi atti solo a un prete, don Raffaele, che non risiede nemmeno più nel paese. Eppure esige lui soltanto, gli è necessario.
L’itinerario è una discesa verso il basso, nel fitto fogliame del bosco cimiteriale, che coincide con il vuoto, la solitudine, l’ignoranza, con il male, con l’emarginazione sociale e il dolore di una famiglia intera, quella di Olga e, in filigrana, Lucas stesso. Che è un inetto agli occhi della comunità, è il mal nato uscito dall’utero della strega del villaggio, un mostro che non sa ridere, o meglio, qualche smorfia vagamente simile a un sorriso riesce a farla, gliel’ha insegnata il nonno suicida, per tentare di mettere una pezza espressiva sull’inquietudine di quella faccia. È a suo modo un guitto Lucas, ma non è l’homme qui rit, non è il Gwynplaine alla maniera di Victor Hugo, è tragico in una maniera ben peggiore: lo è insopportabilmente.
Questo è un romanzo che se ne frega dell’empatia e all’interno del quale il male fine a sé stesso sembra non avere ragione, non avere movente e nemmeno la postura necessaria per essere grandioso, superbo, disumano oltre l’umano: la glaciale noncuranza con la quale il ragazzo ha ucciso il proprio cane e un bambino idrocefalo – un disabile, il suo unico amico, e poi ancora altri bambini, la cui unica colpa era avere avuto la disgrazia di averne incrociato il cammino è snervante, lacerante e non elaborabile.
Toccherebbe a don Raffaele rimettere insieme ragione e corpi dissotterrati, ma fa fatica anche lui, anche la sua fede, pur guidata dai miglior intenti, sembra senza direzione di fronte a queste morti. Il prete non riesce a essere neanche un confessore degno dell’assassino con il quale attraversa il bosco, insieme al maresciallo e alcuni carabinieri, il corteo della giustizia, che li scorta fra foglie e sterpaglie, non riesce perché anche tentare di risignificare il male e il dolore è un esercizio che sfianca e che fa piangere. Il perdono stesso è un appiglio che a Lucas non serve, è un confine che ha già consapevolmente superato spaccando qualche testa qua e là. Non c’è pentimento, rimorso o travaglio, solo vite violate che adesso meritano una storia, una verità, una rinnovata sepoltura e, almeno in questo, l’assassino è onesto. In qualche modo sembra sapere che la sua vita è ormai finita, ma non è un dato di realtà che gli pesa, d’altra parte non si può dire che la sua esistenza sia mai partita davvero, è esistito nel sopruso, cresciuto e ri-conosciuto solo nella negazione.
Anche la voce fuori campo di Olga è altrettanto onesta, onesta come possono esserlo le voci calpestate, svilite, mai del tutto ascoltate, il suo è il canto del folle che dice la verità.
C’è in questo personaggio un’energia che ricorda direttamente la Génie di Inès Cagnati in Génie la matta, non tanto per una somiglianza psicologica, quanto per quella qualità di presenza svuotata e insieme inaggirabile, per quella maniera di stare al mondo in modo ostinatamente sottrattivo, in nome di una vita che ormai è andata così e si dà solo per scarti, per omissioni, lividi da coprire, gonne violate da risistemare.

Ma, che se ne dica, il vero spartiacque di questa vicenda che viene dissotterrata capitolo dopo capitolo, è proprio don Raffaele, eletto dall’assassino come presenza imprescindibile non solo ai fini di un’indagine di tipo giuridico, ma anche di una decisamente più alta, legata alla coscienza. Il prete è apparentemente una presenza giustificabile e rassicurante, l’intermediario fra sacro e profano, l’orecchio allenato al peccato, eppure è la persona più fragile di tutte, è il più smarrito fra i sentieri di quel bosco. Dovrebbe essere una guida e invece è grottescamente guidato dalla persona più lontana da qualsivoglia idea di redenzione. Questo cammino, queste stazioni distorte che conducono ai cadaveri, è un tragitto esclusivamente dedicato a lui, è il testamento in vita di Lucas, perché anche i segreti sono un’eredità.
Madre, figlio e prete condividono un destino in questa vicenda che sembra senza morale, senza spiragli di luce, senza appigli per chi legge. Ed ecco il punto: ma chi l’ha detto che debba esserci per forza una morale, un riscatto esistenziale, una rinascita, un nuovo orizzonte?
Si tende a chiedere risposte alla letteratura, come se spiegazioni e risposte la legittimassero, la elevassero, la rendessero più tangibile e spendibile sul piano pratico. Ma non è lo stesso piano. Le storie da manuale sono quasi sempre plastiche e inservibili.
Un romanzo non deve essere per forza consolatorio, né portarci a credere di essere migliori di chi quelle pagine le abita. Quello di Lucchi è un giardino di fiori che appassiscono, perché tutti i personaggi sono detestabili e questo loro tratto li rende più veri. Se Lucas non fosse l’essere squallido che è null’altro intorno a lui lo sarebbe altrettanto, persino gli abitanti del suo paese ne uscirebbero non dico puliti, ma sicuramente smorzati. E sappiamo che non lo meritano, perché ci sono colpe che sono collettive, che fanno gruppo e ingoiano tutto il resto.
Il male è nostro coinquilino nel mondo e sottilmente è ovunque, lo percepiamo più facilmente negli atti estremi, nelle azioni dirette, nel gesto che rompe la superficie del quieto vivere e si impone come evidenza, come fatto innegabile, mentre resta molto più difficile riconoscerlo quando si assottiglia, quando giudichiamo qualcuno, quando il bene degli altri non ci appaga, quando si ritira in una zona intermedia e quasi inoffensiva, quella in cui continuiamo a riconoscerci senza sentirci chiamati in causa.
E passiamo al prossimo libro.
In copertina: Carlos Sáenz de Tejada Lezama, Bambina triste, 1921, olio e pastello su tela, cm 98×75, Museo di Belle Arti, Bilbao

