Autore: themeltingpoets

Premio Georg Büchner 2013 a Sibylle Lewitscharoff

Sibylle Lewitscharoff

Sibylle Lewitscharoff

Il premio Georg Büchner 2013 è stato assegnato a Sibylle Lewitscharoff. Anche quest’anno, come per il 2012 – allorché del prestigioso premio letterario era stata insignita Felicitas Hoppe – la notizia è occasione di gioia. Già nell’articolo del 23 agosto 2012 qui su Poetarum Silva, che ripropongo alla lettura, emergeva chiaramente quanto efficace,  nella sua mescolanza irripetibile di caustica lucidità e mobile geografia degli affetti,  sia da ritenere la scrittura di Sibylle Lewitscharoff.

‘Gallenhumor’  con sapienza svevo-bulgara: Apostoloff di Sibylle Lewitscharoff

Nota di lettura di Anna Maria Curci

L’umor biliare, quando trova la sua compagna in una penna tagliente sì, ma dalla precisione impeccabile, ha esiti prodigiosi.  Se questa constatazione vale senz’altro per la scrittura di Thomas Bernhard, piacevole sorpresa è ritrovarne tutti gli elementi nella prosa di Sibylle Lewitscharoff, al suo sesto romanzo con Apostoloff. L’imbragatura complessa  dello zaino che l’io narrante porta con sé in questo particolare ‘trasporto’ è sapientemente nascosta: chi legge passa per piani temporali, citazioni scoperte o camuffate, descrizioni ed excursus quanto mai diversi e distanti, senza avere, in alcun momento, l’impressione che il ritmo perda colpi. Ferocia e acutezza guidano la carovana,  mentre in auto, in Bulgaria, è il sollecito Rumen, chauffeur con un piede nel mito, a stare al volante. Ecco la sua entrata in scena: «Rumen è il nostro Mercurio, porta le lingue avanti e indietro, viaggia e nel viaggio trova la via, uno di quegli autisti bulgari disperati che non hanno occhi per quello che crepa scivolando via dalla visuale ai lati della strada. Nervosa creatura a noi assegnata…» (p. 8)

Di un ‘trasporto’ speciale si narra, un corteo funebre sui generis, con traversata per mare, l’Adriatico, e viaggio in auto di due sorelle che dalla nativa Svevia seguono nell’odierna Bulgaria – terra paterna –  le spoglie del padre,  bulgaro emigrato in Germania e suicidatosi molti anni prima. La bizzarra carovana, predisposta fin nei minimi dettagli da Tabakoff, magnate tra i più ricchi della comunità di bulgari emigrati a Stoccarda, conta tredici limousine, accolte, in una parte del viaggio ricostruita in uno dei tanti flashback, nel ventre capace di una nave.   Tabakoff  si è messo in testa di trasportare le urne con i resti di conterranei che l’hanno preceduto nel viaggio “ultraterreno” (tra questi il padre delle due sorelle) dalla Germania a Sofia, dove ha fatto costruire un monumento funebre imponente e di dubbio gusto.

La teatralità degli effetti, ricercata e raggiunta, è un altro dei tratti che accomuna la scrittura di Lewitscharoff a quella di Bernhard. Lo sguardo della minore delle due sorelle, l’io narrante, dalla sua postazione prediletta syk sedile posteriore dell’automobile, non risparmia e non si risparmia nulla: la desolazione del paesaggio bulgaro contemporaneo, in particolare lungo la costa del Mar Nero (che non è blu, né nero, ma grigio) così come l’inattesa bellezza di Plovdiv, l’antica Filippopoli, la descrizione impietosa di parenti e amici con tanto di disgusto sensoriale accanto alla rara tenerezza ridestata dall’evocazione di un oggetto caro al nonno paterno. Il ricordo si fa resa dei conti: qui la resa dei conti è con il padre, figura più ingombrante perfino di un convitato di pietra.

E l’amore, in tutto questo, che posto occupa? La sua assenza, sembra ritenere l’io narrante, è tutela:

«Nicht die Liebe vermag die Toten in Schach zu halten, denke ich, nur ein gutmütig gepflegter Hass.», nella traduzione di Paola Del Zoppo: «Non è l’amore a tenere sotto scacco i morti, penso, solo un indulgente odio coltivato con cura.» (p. 234)

Sibylle Lewitscharoff, Apostoloff. Traduzione di Paola Del Zoppo. Del Vecchio Editore, 2012

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Quando un libro lascia il segno di Gianni Montieri

“Legno laccato! Cento motivi, per sbattere la testa in una libreria a parete laccata. Libreria a parete laccata in cui opere di Uwe Johnson, Max Frisch, James Baldwin e Albert Camus stanno allineate come perfetti soldatini, fanno venir voglia di buttare tutto all’aria. Un’ascia! Una sega! Strappare le pagine! Mia sorella, impassibile sognatrice passa davanti alle librerie a parete laccata come se fossero la cosa più normale del mondo, persino se arricchite da elementi richiudibili, sportelli decorati a losanghe, sportelli con chiavette d’ottone, dietro cui il cognac con la sua brocca e il whisky con i suoi bicchieri conducono le loro vite discrete. Se I nostri genitori avessero preso i libri di bevitori veri, Lowry! Faulkner! Cheever! Forse avrebbero tirato una linea sulla ditta Schildknecht e il loro legno laccato. Ma niente, la sfortuna si stabilisce dove la si cerca.” Quando una lettura ti sorprende, ti spiazza, ci metti sempre un po’ di tempo prima di decidere di toccare la schiena del libro e riporlo sullo scaffale della libreria. È quello che mi è accaduto dopo aver letto Apostoloff di Sibylle Lewitscharoff. Non riuscivo a mettere via il romanzo perché non volevo mettere via questa storia. Volevo tenermi ancora negli occhi la Bulgaria grottesca, triste e, poi, di colpo sorprendente, così come viene descritta dalla narratrice – la sorella del sedile posteriore. Volevo ancora sentire il ritmo di una prosa incalzante, ironica, tagliente. Una prosa ricca e asciutta nello stesso tempo. Volevo ancora immaginare i volti di Rumen, l’autista, e quelli delle due sorelle (l’altra è sedile anteriore nel mio ricordo). In un lungo corteo di tredici limousine si portano i resti (amabili o meno) di bulgari morti in Germania, per soddisfare un capriccio o un sentimento di Tabakoff (milionario bulgaro, eccentrico come minimo). Ma non è il racconto di un viaggio, è piuttosto il tentativo di metabolizzare l’infanzia, di fare ordine tra presente e passato. L’acume della narratrice (sedile posteriore) è quello della scrittrice che in un teatro che è fatto di cene in posti super lussuosi e bettole, di dormite in suite che hanno la piscina sul tetto e piccoli alberghi, di un’andata e di un ritorno in un paesaggio desolato, in un’atmosfera che a tratti ricorda “Underground” di Kusturica e il viaggio dei due fratelli de “L’opera struggente di un formidabile genio” di Dave Eggers. I tre protagonisti sono indimenticabili, come pure altri compagni di viaggio (i due gemelli, ad esempio). Una storia che è un peccato che finisca ma che allo stesso tempo finisce al momento giusto. Quando Anna Maria Curci mi segnalò questo libro lo comprai alla velocità della luce, senza pentimento alcuno. Apostolloff è un romanzo bellissimo e Sibylle Lewitscharoff una scrittrice indimenticabile, meritatamente premiata al Georg Büchner 2013.

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Sibylle Lewitscharoff è nata a Stoccarda nel 1954 da padre bulgaro e madre tedesca. Ha studiato scienza delle religioni a Berlino, dove vive attualmente; risalgono all’epoca dello studio universitario soggiorni a Buenos Aires e a Parigi. Con il romanzo Pong ha vinto il premio Ingeborg Bachmann nel 1998, per  Apostoloff  le è stato assegnato nel 2009 il premio della Fiera del Libro di Lipsia. Tra i numerosi premi ricevuti: premio Marie-Luise Kaschnitz, Berliner Literaturpreis, premio Kleist (quest’ultimo nell’anno kleistiano 2011). Nel 2012  ha ottenuto una borsa di studio per un soggiorno a Villa Massimo a Roma nel 2013. Del 4 giugno 2013 è la notizia del conseguimento del premio Georg Büchner, il riconoscimento letterario di maggior prestigio in Germania.

Raffaele Ferrario – poesie inedite

biennale architettura 2010 - foto gm

exit poll
alcuni ne ostentano motivo d’orgoglio
per altri sono vanto di fede
per altri ancora bar e bestemmie
tipo davanti ai rigori di champions league

i sondaggi durante un’elezione gli exit poll
poteva bastare una didascalia ornamentale
invece della lingua non sarebbe stato più
divertente il contagio di camera e senato“?”

gli accoliti chierici attivisti sobillatori
hanno introdotto c4 dallo scavo
di una vecchia catacomba comprando
il silenzio di alcuni devoti controllori

degni del tradimento perché tengono famiglia
e non tollerano le coalizioni ridotte a merchandising
sulle pertiche rampicanti della pista innervata
dalla valanga di ski-lift costretti a ripetersi

con infinitesimale baldoria del mezzomese
cui ringhiare contro inventandosi eutanasie
ma i bambini hanno fame il gas è piombato
e la maternità un lusso da mezzoseme

non sono mai nate figlie alle figlie trentenni
maturate ai licei quelle dei professionali
la sanno già lunga per complicità e sesso
parte di loro sembra godersela bruciando

le tappe studia e fantastica l’altra parte
si applicano a indagare che cosa gli altri pensano di loro
quando fioccano gli sms impostati sul t9
dai palmari di nuova generazione con slang

kappa e spada enne a rovescio e una carovana
diurna di emoticon recente dogana clinica
in cui l’oggetto transizionale da orsetto
si è socializzato in mobile identitario

l’abat-jour accesa durante tutta la notte
perché dà sicurezza e controllo indizi precoci
di predisposizione al pensiero allentato
costano poco il crack e la metamfetamina

e non ha controvalore il declino confuso
del minorenne tra i fumi del dropout
ma la leadership è della birra in lattina
che fora il vuoto con gli apriti sesamo

gli exit poll agghindati da urne funerarie
non hanno programmi che non si possa cambiare canale
con il telecomando puntato a squarciagola
in trionfo sulla narrativa stile libero e suicida

paese di santi navigatori e poeti
anche di papi e di paolo e francesca
rosa innesta orchidea elettrificate in rosoni
di cattedrali duomi basiliche abbazie

si dice che tutte le strade portino a roma
la roma papale quella imperiale
ai tassativi bisticci dell’italiano con l’italiano
del milanese con il terrone del borgataro coatto

con lo spietato albanese del rione contro il rione
degli ultras ai derby armati fino ai denti
con le forze dell’ordine in tenuta antisommossa
oltre all’invidia e all’anarchia interpersonale

l’italiano non si fida dell’italiano e ama muoversi
per procura per carte bollate attraverso i salotti
le parrocchie la televisione o equitalia che presto
manderà il suo funzionario più abile in famiglia

l’exit poll perde contatto con il tuffo dell’exit troll
dopo l’exploit di cloro dalla piattaforma dieci metri
ogni concorrente ha votato a matita il blackout
di se stesso coi frammenti del cervello su resina e silice

***

la x e la y


la x e la y
non sono lettere dell’alfabeto inglese
ma piante antiche di corredo universale

dove l’africa è l’uovo pangeatico
e l’impero il segmento che manca
perché non sono lettere inglesi

sono alfabeti di carne
con implantologia lessicale
passaporti per geografie lontane

la x e la y
mappature del genoma umano
sopravvivono per vincoli e legami

.
non serve loro una via crucis
nessun messia o sacerdotessa
basta un generatore di calorie

.
che ne condensi la virtù e il codice
a inchiostro sullo scontrino
dal prezzo verdeggiante sul display

.
la x e la y
segni curiosi di epifanie manifeste
con il martello e con i chiodi
per aggiustare il parquet dell’apparizione

.
se la donna campa più a lungo
dell’uomo ci sarà una ragione
la ragione del segmento che manca

***

mayday
fa un brunch con la pinna del mare
mentre cucina supplì con i riccioli
della neve per l’ora del lunch

arancini volanti sono in fase di atterraggio
dal disco del sole al disco del piatto
e la terra ricambiata dà orti generosi

cloruro di sodio
farciture pèréiformi
cristalli esagonali
giardini commestibili

fa colazione con ricci di mare
e scalda latte fresco sul patibolo
raccoglie i cespi di verdure

archivia carne secca e sughi
nella diaspora con scatolette
di toner e conserve in vetro scuro

fa sera si apparecchia la cena
divora il mayday nel barattolo
e scavalca in un flash la ringhiera

***

Nota biografica:

Raffaele Ferrario è nato a Cesena nel 1971. Si è laureato in psicologia clinica e di comunità con una tesi sullo scrittore russo Fëdor Dostoevskij, dal titolo Il testo letterario come verità psicologica. Ha scritto i seguenti libri:

• Crepuscolo degli affetti (autopubblicazione, 1999)

• Embrioni (autopubblicazione, 2001)

• Il battesimo dell’istante (autopubblicazione, 2003)

• La coda della galassia (antologia, Fara, 2005)

• Renato Turci, poesie e testimonianze (curatore, Foschi, 2009)

• La Casa dell’Uccello (autopubblicazione, Tosca, 2009)

• Questo amore che non muore (autopubblicazione, Tosca, 2010)

• Manicomio (Edizioni del Leone, 2010)

• Crepuscolo degli affetti (L’arcolaio, 2011)

• 2012 Storia di un sopravvissuto (Il Violino, 2012)

• Labyrinthi (antologia, Limina Mentis, 2012)

• Borderline – Una Parigi di meno (L’arcolaio, 2012)

• Poeti di Corrente (antologia, Le Voci della Luna, 2013)

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Anima salva (coro per Don Gallo)

don-gallo

Hai visto questo maggio? Hai visto che nero, che vento che tira? Sono le otto, chissà come il Porto di Genova a quest’ora, chissà il buio dietro i vicoli. Un maggio così non può essere vero e non può essere maggio: mi pare perfetto per morire. Chissà se hai fatto in tempo a pensarci, chissà. Volevo solo dirti che ti ho sempre pensato come qualcuno dei personaggi delle canzoni di De Andrè, e poi che ti ho pensato come uno di quegli anziani da cui si impara qualcosa. Mai come un prete, negando l’evidenza. Ho creduto, però, che se tu fossi stato il parroco del mio catechismo forse avrei creduto. Quanto meno avrei creduto all’ipotesi di poter credere. Stasera come la mettiamo? Non so cantare e non so pregare. Volevo solo salutarti, ah sì, poi volevo dirti che quella del sigaro è stata una trovata geniale: stava meglio a te che al Che.  (gianni montieri)

***

Ciao, ciao. (luciano mazziotta)

***

30 ottobre 2012. Roma, teatro Vittoria. Gli ultimi due biglietti, su sedie aggiunte in platea, conquistati grazie alla tempestività di un’amica. La mattina era stato un suo sms a dare il soffio decisivo alla vicenda: “Stasera don Gallo al teatro Vittoria; parlerà del suo apostolato di strada. Ti va di venire?”. Facile indovinare la mia risposta. Così, ti ho visto, ti ho ascoltato, don Andrea, a pochi metri da me, con gli occhi e il cuore che ridevano. Avrei voluto prendere appunti, per non perdere neanche un passo di quel tuo cammino per le strade più impervie e impopolari, quelle battute dagli ultimi. Non ce n’è stato bisogno, ogni momento di quella serata si slancia ora indietro a ripercorrere il tuo tragitto coraggioso, e in avanti, come un invito-impegno, proprio per quelle strade scomode e generose, accoglienti e snobbate. A casa ne avevamo parlato spesso, anche sulla scorta di quel libro cercato proprio da chi dei due non si professa credente, ma che di te, don Andrea ha conosciuto le scelte, seguendone le vicende con amore e ammirazione. Prima che mi recassi a teatro, quella sera, le sue parole sono state: “Abbraccialo da parte mia”.
Oggi siamo in tanti ad abbracciarti, don Gallo. Sono sicura, tuttavia, che l’abbraccio che preferisci è quello di chi sceglie di seguire i tuoi passi, qui. (anna maria curci)

***

A Genova quell’anno non c’ero, era appena nata mia figlia e non ce la sentimmo di partire. Non ho mai capito se ho fatto bene o no.  So però, che l’anno dopo portavo le bande a suonare nei campi nomadi di Firenze e che ci rifiutammo di suonare su un palco su cui un movimento che già andava verso la sua fine si pavoneggiava di quel social forum che sarebbe stato l’inizio dell’oblio.  Questo ce l’aveva ricordato già Fenoglio e poi l’amico tuo De Andrè ce lo ripeteva da ogni disco: tutto ciò che accade, accade per strada, questo tu l’hai capito meglio di tanti altri e senza imporne l’austero copyright. Sappiamo bene tutti e due che non cambierà nulla e che sarà sempre e soltanto una  lotta, ma  va bene anche così ed è anche per questo che preferisco sorridere. E’ l’arma migliore che ci hai lasciato. (Iacopo Ninni)

***

Fra le tante cose di cui ti sono grato, ci sono i quasi infarti che hai fatto prendere alla Binetti. Poi, grazie per avermi lasciato qualche minima possibilità di diventare un giorno credente. Io a quella storia di Dio ci credo poco, ma pure quell’altra dell’ateismo mi sembra altrettanto scema. Quando ti sentivo parlare, per qualche minuto mi sembrava che la religione e la vita diventassero conciliabili: è così davvero? Sarà che la tua lezione è la stessa del tuo amico De Andrè: prima di voler bene a un Padre, bisogna pure averlo in qualche modo fragorosamente bestemmiato. Quando finiranno le bestemmie, ti penserò di nuovo. (Andrea Accardi)

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Peppino Impastato – le poesie – 35 anni dopo

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35 anni fa, il 9 maggio 1978, veniva trovato il corpo di Peppino Impastato. Anche quest’anno, come è già avvenuto in passato,  la redazione di Poetarum Silva intende ricordare Peppino Impastato attraverso alcune sue poesie, tradotte in inglese da Lara Santoro e Paul D’Agostino.

Lunga è la notte

Lunga è la notte
e senza tempo.
Il cielo gonfio di pioggia
non consente agli occhi
di vedere le stelle.
Non sarà il gelido vento
a riportare la luce,
né il canto del gallo,
né il pianto di un bimbo.
Troppo lunga è la notte,
senza tempo,
infinita.

The Night is Long

The night is long
and timeless.
And the sky, swollen with rain,
allows not the eyes
to see the stars.
The frigid wind will not
bring back the light,
nor the rooster’s song,
nor the baby’s cry.
The night is just too long,
and timeless,
infinite.

Sulla strada bagnata di pioggia

Sulla strada bagnata di pioggia
si riflette con grigio bagliore
la luce di una lampada stanca:
e tutt’attorno è silenzio.

On the Rain-soaked Street

On the rain-soaked street
grayishly glimmers the reflection of
the light of a tired lamp:
and all around is silence.

Passeggio per i campi

Passeggio per i campi
con il cuore sospeso
nel sole.
Il pensiero
avvolto a spirale,
ricerca il cuore
della nebbia.

I Pass Through The Fields

I pass through the fields with
my heart hung high in
the sun.
My thoughts,
spiraled together,
in search of the
heart of the fog.

I miei occhi

I miei occhi giacciono
in fondo al mare
nel cuore delle alghe
e dei coralli.

My Eyes

My eyes lie
at the bottom of the sea
in the heart of the algae
and coral trees.

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LETTERA APERTA DI UN CITTADINO AL SEGRETARIO DEL PARTITO DEMOCRATICO, PIERLUIGI BERSANI

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Gentile segretario Pierluigi Bersani,
chi Le scrive è un semplice cittadino Suo elettore, accorto e memore di quanto la storia di questo Paese gli ha riservato nella sua politicamente trista esistenza. A mano a mano che si rincorrono voci, senza smentite, intorno alle strategie che Lei sta mettendo in atto al fine di eleggere il nuovo Presidente della nostra Repubblica, aumenta il mio disgusto nei confronti della modalità strategica e tattica del partito per cui ho votato e che Lei guida.
Non Le è sufficiente che lo schieramento, sfrangiato e convulso, del Movimento 5 Stelle proponga un nome che, se non erro, ha ricoperto la carica di presidente del partito in cui affonda le sue radici la formazione di cui Lei è attualmente, transitoriamente e ancora per poco leader? Sul nome di Stefano Rodotà convergono non soltanto consensi, ma anche speranze, da parte di chi sa riconoscere la limpidezza e l’autonomia di giudizio, la tutela dei valori costituzionali, l’etica personale fattasi pubblica, l’assoluta assenza di ambiguità, la marcata esperienza personale. Lei si ostina a trovare un accordo così detto “di larghe intese”, escludendo a priori la possibilità che le larghe intese si facciano con un movimento che rappresenta un terzo dell’elettorato italiano e che urla il suo disagio rispetto proprio ai tatticismi e alle trovate old style in cui Lei si sta rivelando magistrale, come il Suo referente più vicino, Massimo D’Alema. E’ abbastanza scandaloso che, al netto di qualunquismi a cui, in quanto intellettuale, non partecipo, ci si ritrovi a ragionare intorno a ex socialisti antiabortisti che effettuarono un autoritario e per nulla autorevole prelievo forzoso e diretto dai conti correnti degli italiani, oppure a una figura angosciantemente legata a un passato che il popolo dei Suoi votanti rigetta come scarto dell’ultima rovinosa stagione democristiana.
Che Lei non chiuda da subito la partita sul nome di Stefano Rodotà è una ragione di più per astenersi dal votare il partito che Lei, tra qualche mese, fortunatamente o meno, smetterà di guidare, e rispetto al quale lascia tuttavia una premessa imprescindibile: una sorta di angoscia e ambizione corrosiva che si esplica in ritologie asfissianti e ormai postume. La Sua figura esprime talvolta una rudimentalità simpatica, spesso invece una abominevole consustanzialità con tecniche che non hanno nulla dell’avanguardia sociale e sono bensì votate a esprimere una sentenziosità reazionaria e stomachevolmente imbelle. Si legge secondo i segni di un qualunquismo, che appartiene a segretari che L’hanno preceduta alla guida del partito (mi riferisco al signor Walter Veltroni), la consultazione di parti sociali sincronica a quella dello scrittore Roberto Saviano, non interpellato quanto alla cultura, della quale il partito è evidente non sa che farsene, bensì quanto alla legalità, con mossa apparentemente furbetta e invece patentemente populista, generica, superficiale e dannosa. Spiace per Lei e per i Suoi ragionamenti che una parte della popolazione non sia così intrusa di feltro nei lobi cerebrali da non capire le strategie di sopravvivenza che Lei e i Suoi alleati interni di partito state mettendo in atto.
Le chiedo di ravvedersi, di ascoltare i Suoi alleati, di compiere una scelta che non ci faccia morire democristiani e berlusconiani, di arrischiare un atto di coraggio che i Suoi simpatizzanti realizzano in carne e ossa e sangue ogni dì, mentre i Suoi vicini di scranno no: scelga il nome di Stefano Rodotà e dia una prospettiva di futuro a questo Paese stremato e indocile, bellissimo e assai contestabile, inquieto e a suo discapito tragico.
Cordialmente,
lo scrittore Giuseppe Genna

La felicità del giorno prima – di Milena Prisco

foto di Antonio La Grotta

foto di Antonio La Grotta

La felicità del giorno prima

Il giorno perfetto

Ore nove e ventiquattro del nuovo giorno. Potrei avere tanta paura, potrei abbracciare il cuscino e non alzarmi. Testa sotto il piumone potrei piangere e sentire quel cuscino avere la forma di un corpo di uomo, con la presa dei muscoli delle braccia a tenermi stretta al sicuro. Potrei ma non lo faccio. Qualcuno dal mondo dei morti ha disegnato per me questo giorno perfetto con sessanta minuti  in più per l’ora solare, con il silenzio delle domeniche d’autunno, con la pioggia fitta e verticale, con un freddo inaspettato caduto dal Monviso, con la mia solitudine cercata. Oggi mi vesto di rosso e voglio vivere di rosso a cominciare dalla colazione con uno yogurt di ciliegie rosse, da domani potrei non riuscire a vedere colore neanche in un acquario di pesci pagliaccio.

Dalle pillole quotidiane ho imparato l’ordine dal mattino, il controllo della mia distrazione che sa ancora di sogno dopo il suono della sveglia e l’elenco di sventure del primo telegiornale: mi adeguo rispettosa anche stamane, una subito prima e l’altra subito dopo la colazione. Un’ora in più per vivere da sola il decimo giorno dell’attesa e devo partire a gambe larghe con il rito di disinfestazione delle mie parte basse. La tintura marrone diluita nella soluzione del flacone spara tutta la sua amarezza che diventa bruciore, fiamma ossidrica, fiamma che mangia le pareti della piaga nel collo dell’utero, dove la spruzzo attraverso questo tubo duro che mi penetra da dieci giorni ogni santo mattino. Mi dico: mi sta curando. Mi dico: il bruciore sta disinfettando la lacerazione. Mi dico: mi sta pulendo dal burro degli ovuli di ogni sera prima. Mi dico: mi sta mangiando le cellule morte che vogliono mangiarsi le vive. Mi dico: non sarà niente. Da dieci giorni la mia rosa-vagina ha perso la morbida classe della sua natura, è una bocca slabbrata e macchiata di marrone, occasionale passaggio del tubo che sale per venti centimetri lungo il canale senza farmi godere, senza farmi pulsare le vene nel collo, senza aprirmi le branchie del seno come in ogni solita notte d’amore affamata di respiro. Ho smesso di guardarla tanto mi fa pena, da dieci giorni non la depilo neanche tanto mi fa schifo.

Devo oggi godermi il tempo senza un pensiero ed allungarlo fino alla stanchezza estrema del mio corpo quando la notte sarà veramente notte.

Vado a memoria per trovare il capo in questo bordello di pezze sparse e sovrapposte. Comincio dal rosso della mia camera da letto, sepolta dopo l’armadio esploso, le scatole aperte e svuotate con la frenesia per quella gonna nera longette smarrita nell’ultimo cambio di stagione. L’ho voluta e bramata e trovata all’ultimo minuto utile prima che partisse il treno per Milano giovedì mattina, di corsa preso al volo con ancora la parte larga della cravatta che mi pendeva sotto il nodo, con ancora il mascara da spazzolare sulle ciglia sudate come il mio corpo per l’indecisione di questo tempo di merda che il venticinque di ottobre ancora non sapeva se accaldarmi o raffreddarmi.  Riparto da lei, dalla longette che ripongo per un paio di stagioni come una veste sacra, mi ha nascosto i dolori venerdì mattina, mi ha slanciato sui tacchi con la mia solita scioltezza nel parlare ad un pubblico che l’ha ammirata per quello che era: la mia eleganza, la mia forza di bastare a me stessa quando mi sento bella. Ti ricordi mamma quando mi raccontavi delle lacrime di quella mattina quando a soli due anni con un pianto disperato ti feci capire che volevo indossare un altro vestitino? Certo che ti ricordi. I want to break free. Mi fa troppo ridere l’interno rosato del video con Freddy Mercury vestito da donna, la ballo con Ciro in braccio mentre lo stanno dando, oggi proprio tutto torna.   

Non sto invecchiando o forse sì, sento questo un controsenso se guardo nel bianco e nero di quella specie di polaroid quella massa più chiara di utero che si direbbe strozzata e ferita nel suo collo. Io non mi sento niente a parte il bruciore della tintura marrone sulla lacerazione, che mi dura solo qualche ora fino a mezza mattina. Io non capisco se il mio corpo si sta consumando, fra dieci giorni compie il suo trentottesimo compleanno, i fatti medici direbbero di sì ma io non ci credo, io non mi sento niente. Non morirò fra due o tre anni, ho troppe cose da fare, quella piaga non è un tumore ma solo il finale di una storia d’amore, o solo il tradimento dovuto alla perdita di un lavoro decennale, o solo il tormento per un’amicizia sbattuta e buttata in un cesso. Io non mi sento niente, da due settimane ho smesso di godere non per sintomatologia ginecologica o prescrizione medica ma per libera scelta: era una storia finita; a pensarci ora sembra quasi una convergenza astrale o un richiamo ancestrale alla mia carne ferita, che solo le mie mani possono toccare e penetrare per curarne la piaga giorno dopo giorno.

Torno al rosso della mia stanza.

Metto un pantalone sgargiante che ha la sfrontatezza dei vent’anni napoletani, mi sta ancora e sorrido. Mi spoglio e mi peso, ho la stessa carne di dieci anni fa e me ne vanto allo specchio. Mi vesto di nero elegante da sera, il lungo è sempre bello. Mi spoglio e guardo il seno, è sodo come dieci anni fa con la sua forma e il suo peso che sta tutto nella mano di un uomo: mi piace tanto quando viene mangiato da una bocca che affamo. Mi vesto da avvocato e mi trasformo in un attimo. Mi vesto di vesti destrutturate, ormai le amo mi danno il senso del vento in una forma di stoffa. Mi spoglio e mi metto nuda davanti allo specchio. Come sempre non mi piaccio a parte braccia, collo, spalle, schiena, viso e ascelle buone a tenere calde le mani di un altro. Ciro mi guarda, me lo prendo in braccio, lo stringo è caldo, mi piace sentirlo sulla pelle, si accuccia sul mio seno, lo bacio, lo carezzo e gli parlo paroline senza un senso e lui mi fa fusa. Su tacchi dieci sostituiscono le sete d’estate con le lane del prossimo lungo inverno, per un attimo alzo la testa al soffitto quattro metri centro volta: ma quale inverno? potrei non star bene, potrei dovermi curare, potrei dovermi operare, potrei dovermi fermare, potrei soffrire ma questo è il meno perché sopporto il dolore senza una soglia. È il telefono che squilla, è mamma come sempre a mischiare la cronaca politica a vicende familiari, lamentele su mio fratello sempre assente e tutto questo al tempo “… fa freddo, piove tanto, ieri sera è andata via anche la corrente, tu come ti senti oggi, hai dormito bene?” Le rispondo appena e poi ridiamo delle gelosie di Ciro verso Oscar il Telegattone, adottato senza il suo consenso. Mamma non sa niente. Sono invecchiata: ho la capacità maniacale di sdoppiarmi con lei e papà per tenerli al riparo da ogni mia preoccupazione, ci riesco ormai senza nessun senso di colpa. Le lascio un bacio.

In fondo il rosso mi vuol bene e non mi fa pensare.  

Oggi mangio sugo al pomodoro, mezzo cotto e mezzo crudo ma non ho il basilico. Lo metto subito a preparare per cambiare stanza, prendere una boccata di verde e viola nella mia cucina che è sempre assolata anche quando fuori piove. Lo mangio a crudo sul pane nero con un filo di olio, lo mangio mentre lo preparo e rido con cento cose contemporaneamente nella testa e ce ne è una, una sola che il mio ottimismo ogni tre giorni non sa contagiare: è l’ira funesta che mi piglia la pancia a pensare che c’è una sola percentuale che è un tumore a strozzarmi la vita nel collo dell’utero. Una sola percentuale a cui non credo, che non vedo, su cui sputo sopra ma che è talmente distruttiva per quell’istante che dura un anno di sconforto e che apre porte di pronto soccorso, lacci emostatici e flebo, ferite da leccare, dolori e pressioni, preoccupazioni e commiserazioni, finte parole e cordoglio, preghiere e rosari, un utero marcio, un utero asportato, un utero di troppo, un utero da dimenticare come il seme delle mie ovulazioni come il sogno segreto di fare un bambino tutto mio, solo mio, che abbia la mia pelle, il colore castagna dei miei occhi e il desiderio di finire ogni anno d’estate con un tuffo nel mare. È un corto circuito che mi blocca impotente. Non so da quanti minuti sono qui a fissare il vuoto, il pomodoro frigge troppo per essere di prima cottura. Ho perso la cognizione del tempo. Torno nel rosso che forse è meglio.

Questo è il mio giorno ideale, ho un’ora in più per vivere e programmare le cose che farò e che faranno migliore il mondo. Non è pazzia la mia, io lo so che posso ancora provare e che passato questo periodo di merda potrò riuscire a cambiare l’approccio di una certa finanza al sociale. Le teorie esistono, le bisogna applicare. Mi siedo al mio unico tavolo e in inglese spiego al mio pubblico immaginario i meccanismi, il piano di crescita per una finanza sostenibile e lo faccio mettendomi su una t-shirt da notte la collana di turchese il mio amuleto portafortuna. Poi attacco in napoletano a parlare di businèss, il pubblico mi capisce. Nessuno osa obiettare, sento la gente applaudire, nessuno può smentire, deridere, sminuire la potenza di ogni mia parola. Io lo so che c’è un Dio che mi sta guardando e che sa che non sto vaneggiando ma passo solo in rassegna i prossimi anni e quello che desidero fare, lui mi guarda e sorride dandomi le spalle con il culo scoperto, proprio come nella Cappella Sistina di Michelangelo.  Smetto il comizio e mi fermo a pensare.

Neanche so quanti sono i risultati delle analisi che domani mi dovranno dare, l’elenco era esauriente ha detto la dottoressa. Li prenderò alle diciassette e scatterò per un consulto dai medici, poi riposerò tutto nella busta di plastica fino al prossimo anno che impone alle donne la cadenza dell’esame coatto che scongiura la morte del nostro apparato almeno per un altro anno.  Non ho mai capito la matematica e i suoi segni, confondo il maggiore dal minore, a stento so collegare sulle pagine dei referti i numeri della colonna di sinistra con quelli di destra. I numeri di domani si accavallano, si sbiadiscono, si dilatano se provo a legarli come ora, ora che, invece, sto solo lacrimando inavvertitamente mentre spolvero le cornicette sul soppalco. C’è Didi da piccolo, com’ era bello. Ho da fare troppe cose con lui, gli ho appena dato da leggere Il vecchio e il mare, Fahrenheit e La fattoria degli animali; ho da fare troppe cose per lui, lo devo portare via da quella terra di camorra.

Oggi è una domenica apparentemente come le altre, dicono al TG che la Juve ha ancora rubato una partita, la cosa non mi fa incazzare, sorrido anche di questo e cambio canale.

Mangio seduta sul divano, ho troppo sonno e voglio dormire accostando le imposte e voglio svegliarmi quando lo vorrà il mio corpo e vorrei sognare un paio di occhi azzurri nel rosso riflesso dalla pioggia che cade nel silenzio del mio quartiere. Sono stanca e voglio saziarmi dormendo e senza incubi e senza telefoni che squillano, e-mail che arrivano, appuntamenti che saltano, senza dovermi svegliare senza riposo. Da piccola pensavo che l’ora solare mi desse un’ora di più al giorno, ancora oggi non capisco perché, invece, la notte arriva prima. Mi abbraccio al cuscino, non ho paura di che sarà domani: chi pensa al buono si porta il buono e se mi fossi ammalata almeno vivrò convinta di non morire.

Dormo, dormo tanto. Mi sveglio che ho dato un ordine, per caso, al mio armadio, è forse il segno che oggi è il giorno perfetto. Fino a sera me lo vivo in silenzioso contegno, ci sarà il tempo per le parole. La felicità mi ha riempito la pancia di rosso che durerà finchè saprò di essere sopravvissuta a tutto.

 (c) Milena Prisco

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

Ravaioli (terza parte) – di Stefano Domenichini

berlin 2010 -foto gm

 

STORIA RAGIONATA DEGLI ANNI OTTANTA (terza parte)

 

C’erano una volta due paesini. Erano talmente vicini che uno dei due leggeva l’ora sul campanile dell’altro. Gli abitanti del paesello orologizzato non ci dormivano la notte. Un sopruso bello e buono. E che cazzo, se lo facessero da soli il loro quadrante. Prima di diventare matti davvero, decisero di togliere l’orologio dal campanile. E lo fecero. La terapia funzionò. Un orgoglio allegro tornò a scorrere per le vie del borgo. E siccome una cura azzeccata è un bendidio glassato, i paeselli non si fermarono, fino ad avere ciascuno il suo ente di protezione del presepe tradizionale, il suo aeroporto e la sua Università.

Basta ascoltare la pancia, e i problemi si risolvono [la pancia era diventata la piazza, tra il cardine e il decumano; tutto si svolgeva lì, a pochi centimetri dal fico ruminale e dal foro boario. Tutti si convinsero che era comodo parlare e ascoltare con la pancia, che è un po’ come masturbarsi un orecchio o masticare con l’incavo posteriore del ginocchio. Chi sapeva parlare alle pance fu eretto a genio della comunicazione].

Ogni campanile un’Università (con i baroni, i dottorandi, i baretti, le feste) e tutte le Università in competizione tra loro per tirar su più studenti possibile. La richiesta non mancava. Orde di diplomati agognavano la laurea. Si trattava solo di attirarli. Nacquero così offerte formative interessantissime e di ampie prospettive. Ad esempio, potevi diventare Geografo Junior con una bella laurea in Scienze Geografiche. Oppure ti graduavi in Scienze Statistiche per Decisioni e da lì aprivi una partita IVA e ti mettevi a fatturare a tutti quelli che ti chiamavano perché erano in giro, gli scappava e non sapevano dove farla (in alternativa, potevi optare per un call center 892424: pronto sono Luciano, come posso servirla?).

Molti prediligevano offerte più orientate al sociale, come la laurea in Scienze dell’Allevamento, Igiene e Benessere del Gatto e del Cane o in Scienze del Fiore e del Verde. Ne uscivano gasatissimi, con piglio da luminari, per accorgersi che gli unici sbocchi professionali erano da infermiere presso veterinari dai modi spicci o da commessi nelle serre ai bordi della statale.

Fior di laureati abbandonati dalle istituzioni, ecco come si sentivano, con tutti i sacrifici che mammamiadammicentolire e l’angelo custode del sangiovannibosco che ci aiuta anche quando non ne abbiamo bisogno e poi io con che faccia ci torno a casa se faccio da commesso al fiorista miliardario che però dice sempre che gli manca la sua zappa? Così partivano. Andavano a Londra, Parigi, New York e si mettevano a fare lavori che qui si cospargevano di bialcol solo a sentirli nominare; camerieri, gelatai, portapacchi motorizzati e si facevano strada, aprivano ristoranti, catene di lavanderie, ecoinquinatori a energia immobile, ma quando transitavano in patria, di passaggio, avevano sempre una lacrimuccia per quella cultura da gattologi che nessuno aveva saputo valorizzare.

Nacquero così i cervelli in fuga e, quasi contemporaneamente, arrivarono i marziani.

A Ravaioli, lì per lì, i marziani non è che diedero troppo da fare. Certo, non erano come nei fumetti e nei telefilm del suo immaginario infantile, ma il fatto che non mangiassero pantegane vive o non gli uscissero dalla pancia parassiti xenoformi non lo deluse più di tanto. Strani, a dire il vero, un po’ lo erano. I primi marziani si addensavano ai semafori con un secchio e uno spazzolone. Stavano sempre lì.

Ciò che inquietava Ravaioli era il loro sguardo. Era vuoto, imbambolato; non davano mai una soddisfazione. Una sera che aveva bevuto, all’incrocio tra la Filippetti e la Ripamonti, Ravaioli provò a dare cinquantamila lire a un tipo secco che strofinava di mancino. Niente. Non guardò neanche, prese su e sparì. E vabbè che sei alieno, pensò Ravaioli, ma cazzo, ti ho mollato la cinquanta e non dici neanche grazie? Si aspettava, non dico che si prostrasse, ma almeno che lo invitasse a cena per fargli conoscere la famiglia. E invece niente, nanca un plissé.

Poi arrivarono i neri, e a quel punto lì non si poteva più fare esperimenti: bisognava schierarsi. I neri hanno questa cosa qui: è secoli e secoli che vanno dappertutto a far irritare i bianchi che, applicando rigide regole della zootecnia, si considerano razza superiore. Sembra lo facciano apposta, i neri, a farsi trovare ovunque.

Un conto è andare a vederli in Kenya o in Giamaica, provare il loro vigore sessuale, un conto è scovarli apposta, di notte, in qualche zona fiera, per vedere se è vero che hanno culi sodi e senza cellulite, ma ritrovarseli intorno mentre si portano a scuola i bambini beh, è francamente una seccatura. L’imbarazzo rischiava di scalfire la compattezza della rivoluzione basata su grandi aspettative e, pertanto, impossibilitata a occuparsi di dettagli. Per asfaltare il futuro, non ci si poteva distrarre. L’ideale era lasciarsi trasportare dal soffice bigottismo che caratterizza le epoche di espansione: tutti fanno tutto, ma si schierano contro chi lo fa.

Ravaioli fiutò l’aria e decise: entrò in politica.

Cominciò a finanziare un tipo che gli aveva presentato un cliente. Era uno che la mattina era di poche parole; dopo colazione diceva solo due cose: “Sono un medico. Vado a lavorare”. Uscito di casa, dimenticava subito gli studi interrotti di medicina e gli veniva la logorrea; si metteva in canotta e cominciava a girare i bar del varesotto. In poco tempo diventò un’attrazione. Alle nove e trenta era già ciucco, ma non quel ciucco che ti fa diventare meditativo e, a volte malinconico no, lui esaltava gli avventori che entravano e uscivano con concetti chiari e semplici tipo: “se ce l’ho duro io, potete averlo duro anche voi”.

Verso le quattordici e trenta cominciava a parlare della Svizzera a cui voleva annettersi, lui, il bar dove si trovava e tutti quelli che gli offrivano un altro giro. Fino a che gli arrivò una raccomandata dall’avvocato Armbruster di Berna che lo diffidava, per conto della Confederazione Elvetica, a fare uso del nome della sua assistita durante i quotidiani sproloqui. Ravaioli cominciò a frequentarlo assiduamente, anche perché il tipo, oltre a tirare su un sacco di contadinotte fresche e disponibili, aveva fondato un partito che doveva liberare il popolo dai partiti.

Ravaioli trovava la cosa facile ed entusiasmante. Le platee erano piene di gente che aveva munto tutto il giorno od otturato denti in bocche devastate o scaricato frutta dai camioncini e aveva, di conseguenza, poca voglia di ragionare. Niente contraddittorio. Bastava andare lì e dargli adrenalina sotto forma di giuramenti, duri e puri e tasse da eliminare.

Una sera si trovarono in una pizzeria di Caronno Pertusella per provare delle ampolle che dovevano servire per un rito al Dio Po. Senonché decisero di testarle con una grappa di Chardonnay. All’uscita Ravaioli era dritto il giusto. Gli era anche presa male, aveva lo stomaco in fiamme. C’era buio, freddo e l’acidità bruciava la sua proverbiale sicurezza. Gli si fece sotto un tizio che prima era dentro il locale, guardava, ma si teneva in disparte. Si chiamava Eros Zaffaroni, figlio di partigiano, lavorava come magazziniere in una ditta farmaceutica della zona. Sbarrò la strada a Ravaioli, lo fissò e disse:

–          Lo sa lei che ci ha su un orologio che costa più del mio stipendio annuale?

Ravaioli si sentì improvvisamente solo. Essendo un entusiasta, pensò che un pugno allo stomaco forse gli avrebbe fatto bene alla digestione.

–          No, guardi, si sbaglia, è stato un regalo, cioè non è mio…

Zaffaroni lo interruppe. Fece una smorfia che poteva anche  essere un sorriso, e disse:

–          No, guardi lei. Non mi fraintenda, il mio è un complimento. Mi fido di lei che ha avuto successo. La voterò sicuramente.

Ravaioli capì che era fatta. Si andava a Roma.

***

[fine parte terza]

 

STORIA RAGIONATA DEGLI ANNI OTTANTA _ prima parte

STORIA RAGIONATA DEGLI ANNI OTTANTA _ seconda parte

 

Pas de deux # 4

berlino 2011 - foto gm

Due poeti contemporanei scelgono un testo di un autore straniero e lo traducono per Poetarum Silva. Un confronto sulla traduzione tra diverse sensibilità. Un’occasione per scoprire poeti che non si conoscono o riscoprirne altri con un vestito nuovo. I post non avranno cadenza regolare, perché soggetti alle tempistiche dei traduttori invitati, ma ci auguriamo che diventino un appuntamento abbastanza regolare. Per il quarto numero Paola D’Agostino e Giacomo Sandron hanno tradotto un testo di Susana Araújo.

:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::: La redazione

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DÍVIDA SOBERANA

A Topix agrega títulos de todo o mercado, nós
somos o produto humano desperdiçado. Esta
mesa tem abas que se fecham (assim como
eu desarmo): sentamo-nos sobre a toalha
inteira, falando nessa língua vossa
(estrangeira).

Até à noite em que não valerá a pena.
Desvalorizada a morte é uma pedra (ou
será moeda) lançada pela janela. O Estado
inclina-se para a frente e na calçada jazem
corpos desempregados.

A gargalhada de amigos, ignorante e alienígena,
não tem tradução. Apesar disso, procuras cego a
tua audiência fiel e bêbada. Eu olho para o prato:
um caroço de azeitona no centro dos nossos
valores.

Enquanto o meu país se desmorona, guio-vos em
roteiros de lazer, fantasia que me reverte para
outro copo, outra
nação.

Aqui (no rectângulo da nossa agregação),
somos a esfera indirecta do Fado
côdea de pão em mesa molhada,
peso morto sem obrigações nem
garantias.

(poesia tratta da Dívida Soberana, Lisboa, Mariposa Azual, 2012)

************

Traduzione di Paola D’Agostino

Debito sovrano

Il Topix aggrega titoli di tutto il mercato, noi
siamo il prodotto umano sperperato. Questo
tavolo ha ribalte che si chiudono (come
io abbasso le armi): ci sediamo sulla tovaglia
intera, parlando in quella lingua vostra
(straniera).

Fino alla notte in cui non ne varrà la pena.
Svalutata la morte è una pietra (o
forse moneta) lanciata dalla finestra. Lo Stato
si china in avanti e sul selciato giacciono
corpi disoccupati.

L o sghignazzare di amici, ignorante ed alieno,
non ha traduzione. Ciò nonostante ricerchi, cieco, la
tua audience fedele ed ebbra. Io guardo nel piatto:
un nocciolo d’oliva al centro dei nostri
valori.

Mentre il mio paese crolla, vi guido in
itinerari di piacere, fantasia che mi converte in
altro bicchiere, altra
nazione.

Qui (nel rettangolo della nostra aggregazione),
siamo la sfera indiretta del Fado
crosta di pane su tavola bagnata,
peso morto senza obbligazioni né
garanzie.

********************

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Traduzione di Giacomo Sandron

DEBITO SOVRANO

Il Topix raccoglie i titoli di tutto il mercato, noi
siamo il prodotto umano sprecato. Questa
tavola ha ripiani che si chiudono (così come
io butto le armi): ci sediamo sulla tovaglia
intera, parlando questa lingua vostra
(straniera).

Fino alla notte in cui non varrà la pena.
Senza valore la morte è una pietra (o
sarà moneta) lanciata dalla finestra. Lo Stato
si prostra e sulla strada stanno buttati
corpi disoccupati.

La risata di amici, ignorante e aliena,
non ha traduzione. Ciò nonostante, cerchi cieco il
tuo pubblico fedele e ubriaco. Io guardo nel piatto:
un osso d’oliva al centro dei nostri
valori.

Mentre il mio paese si sgretola, vi guido in
percorsi di piacere, fantasia che mi riporta a
un altro bicchiere, altra
nazione.

Qui (nel rettangolo della nostra riunione),
siamo l’orbita tortuosa del Destino
crosta di pane su tavola bagnata,
peso morto senza obblighi né
garanzie.

************************
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Susana Araújo è autrice del libro di poesia Divida Soberana (Mariposa Azul, 2012); la prima versione (inedita) del libro è stata finalista al Prémio Revelação della APE (Associação Portuguesa de Escritores) nel 2010. Ha scritto il testo teatrale “O Ringue”, messo in scena dalla compagnia Última Cena. Ha pubblicato poesie, racconti e saggi su riviste letterarie portoghesi e inglesi. Ha studiato teatro e lavorato come attrice fino al 1997, anno in cui si è trasferita in Inghilterra. Ha studiato letteratura all’Università di Lisbona, specializzandosi in seguito a Warwick e conseguendo il dottorato nel Sussex. Dal 2008 lavora come ricercatrice al Centro de Estudos Comparatistas dell’Università di Lisbona dove insegna e coordina il progetto CILM – Cidade e (In)segurança na Literatura e nos Media.

 

Il poeta ostinato – su Carte da Sandwich di Attilio Lolini (recensione di Renzo Favaron)

loli

Il poeta ostinato – Su Carte da sandwich di Attilio Lolini (Einaudi 2013)

A volte, leggendo Carte da sandwich (Einaudi, 2013), si ha l’impressione di trovarsi alle prese con qualcuno che c’è senza esserci e, in pari tempo, che non c’è, essendoci. Ripensando alla precedente raccolta di Attilio Lolini (Notizie dalla necropoli), ci si ritrova in maniera ancor più persistente a diagnosticare uno stato apparente di allucinazione. Si è scritto “apparente”, non perché la percezione appare disturbata, ma in quanto è la realtà stessa a essere assente, come inghiottita da un buco nero di proporzioni cosmiche. Un esempio? Eccolo: «un vuoto nulla / ascolta / un infinito niente». E, insistendo su questo esempio, se ne trova una traccia anche nella sezione della raccolta (Imitazione) in cui l’autore omaggia alcuni “grandi” (Goethe, Larkin). Tuttavia è il poeta da cui F. Schubert ha attinto per il suo Winterrreise, quel Wilhelm Müller – ora quasi obliato – che ci riconduce e porta a sentire le pulsazioni di un cuore in inverno, a cui è correlativamente associato un paesaggio totalmente bianco, una landa sinistramente abbagliante su cui svetta un perturbante edificio: «ma il mondo è ora un lenzuolo / la strada sepolta dalla neve // Una folla di malati l’attraversa / bianca città dalle strade / che salgono e scendono / come scale della torre murata.» Eppure questa immagine non la si deve collocare come termine e tappa finale, al contrario: appartiene alla sensibilità musicale di Attilio Lolini e la si può considerare come una sorta di personale archetipo. Sintomaticamente in ciò è rintracciabile anche un gusto nutrito nel tempo e fedelmente professato, ma ineluttabilmente avvertito come insufficiente a mantene un aplomb letterario che ormai non sarebbe che il bagaglio di una maschera. Scrive l’autore: «Montale perdoni / stanno sparendomi / i coglioni.»

Così Attilio Lolini si presenta con tutto il suo carico d’anni, un uomo acciaccato nel corpo e alle cui idee riserva una rappresentazione senza sconti. Anzi, come chi sa che il prezzo è sempre più alto del previsto, la partita tra sé e il mondo è giocata senza risparmiarsi e l’affondo finale non può avere per obiettivo che una compiuta e totale tabula rasa: «la rivoluzione non era / dietro l’angolo // vanno distrutte / anche le rovine.»

In questo Klima a cui sembra non esserci scampo, viene da domandarsi, cosa è ancora così solido e capace di sostenere e resistere agli urti? L’autore non è tanto ingenuo da credere che la parola sia salvezza o che lo sia un al di là promesso da qualche dottrina. No, è qualcosa di più prosaico e ordinario (se uno non lo avesse compreso spuntandola su quanto di brutale e doloroso ci riserva il diuturno tran tran). Vale la pena riportarli questi versi e considerarli un insegnamento prezioso: «Perso l’equilibrio / barcollo nel marciapiede / ostinato nelle abitudini / nostre sole religioni.» Ancora una volta, riandando a quanto si scrisse a proposito di Notizie dalla necropoli, Attilio Lolini recupera una figura musicale, l’ostinato, quale tratto che ne caratterizza la cifra poetica e stilistica. Lui stesso sembra darcene una conferma intitolando Giorni di repliche una sezione della raccolta, dove è più esplicito il richiamo a un tempo-ritmo che torna su se stesso e si ripete. Si noterà, però, che l’ostinato del poeta senese è ben diverso da quello della tradizione musicale, dal momento che non corrisponde a un disegno d’accompagnamento ma è, se così si può dire, in primo piano e non relegato al mero ruolo di inciso.

In questo modo, verso dopo verso, Carta da sandwich va componendo una tela di scansioni fonico/ritmiche persistenti, cioè concentrate e che non è azzardato paragonare a veri e propri graffiti sonori. Essenziale, ma al tempo stesso incisiva, come la parola che incarna e interpreta, la poesia di Attilio Lolini conferisce dignità agli aspetti più semplici, ma non per questo banali, dell’esistenza e dell’esistere. Valga per tutte la composizione (Fermacarte) con cui si chiude la raccolta, omaggio all’amato (dall’autore e dallo scrivente) Philip Larkin: «Ricorda le stanze, le tende / la finta stanchezza dell’alba // gli oggetti che spiano / portaceneri e fermacarte // come sono sereno / come sono disperato // non riesco a dormire / mi addormento di colpo.»

(c) Renzo Favaron

Nota: Renzo Favaron su “Notizie dalla necropoli”

Editrice l’arcolaio: una realtà di poesia che chiede solo di essere sostenuta

Poetarum Silva sostiene la Casa Editrice L’Arcolaio
e vi invita a prendere visione del suo validissimo catalogo di poesia contemporanea:
non lasciamo che gli squali dell’editoria affievoliscano le voci migliori,
quelle sane, quelle che diffondono con passione e dedizione
“virtute e canoscenza”

2008 01 davòli gli incendi2008 02 carlucci ciclo di giuda2008 03 sallusti la lepre cede il passo2008 04 turra zan stanze del viaggiatore virale2008 05 ceccarini giorni manomessi2008 06 tipaldi humus2008 09 germani livorno2008 07 zattoni bucare la polvere2008 10 montini il panico e la grazia2008 08 della capa interno_esterno2008 11 vaan cosmesi2008 12 de monte l'inclinazione al cerchio2008 13 d'andrea canzoniere2008 14 michieli dire2009 15 bàrberi squarotti gli affanni2009 16 nuscis la parola data2009 17 camoglio canti onirici2009 18 mari minuta di silenzio2009 19 de lea ruderi del tauro2009 20 zinetti nel solo ordine riconosciuto2009 21 cogo io cane2009 22 referza ma ciò che resta lo istituiscono i poeti2009 23 masini cercavi tra l'erba2009 24 fichera nel respiro2009 25 renzi i giorni dell'acqua2009 26 montini uodishallo2010 27 davòli come all'origine dell'aria2010 28 chierici la stirpe del mare2010 29 paolini dall'amicizia2010 30 bacchilega paesaggi del mondo e dell'anima2010 31 uberti urgimi addosso2010 32 vello utopia di una margherita2010 33 falconi uscita di sicurezza2010 34 xella neanche vedo più2010 35 guglielmin c'è bufera dentro2010 36 vailati sulla via del labirinto2010 37 vitale alcune cose2010 38 montini la moneta a noi donata2010 39 comoglio bubo bubo2010 40 sabbioni al suo vero nome2011 41 ferrario crepuscolo degli affetti2011 42 viti accorgimenti2011 43 germani terra estrema2011 44 bonora educare comunicando2011 45 montini parola di scriba2011 46 franceschetti dal labirinto2011 47 pizzo dentro l'abisso2011 48 pagelli puppets2011 49 alborghetti supernova2011 50 vello la casa sonora2011 51 uberti dei bui2011 52 massenz la ballata delle parole2011 53 amarelli le nude crude cose2011 54 spadoni fiat lux2011 55 gabbia la terra franata dei nomi2011 56 fattori le parole agre2012 57 poletti porta a ognuno2012 58 carlucci il mare e lecose2012 59 di edoardo la strada più lunga2012 60 artioli la casa a cui vieni2012 61 soave europa rapita2012 62 santucci prima dell'alba2012 63 vespigiani il fiume oltre il mare2012 64 zinetti improvviso il mare2012 65 ferrario borderline2012 66 vitale il leviatano2012 67 benini sforza dopo questo inverno2012 68 aravecchia la valigia e il nome2012 69 buzzati l'attesa e l'ignoto2012 70 forlani il peso del ciao2013 71 cerrai diario estivo

Potrei parlare come ‘autore’ dell’Arcolaio, ma non lo farò. Lo faccio invece come lettore di poesia. Conosco L’Arcolaio da sempre, da quando Gianfranco Fabbri mi inviò 5 anni fa un messaggio per annunciarmi la nascita di questa nuova avventura. Era l’8 gennaio 2008. In cinque anni Fabbri ha pubblicato 71 titoli: i più di poesia; alcuni di prosa; un romanzo; alcuni interessantissimi saggi.
L’Arcolaio ha fatto conoscere molte voci nuove, e confermate altre note. L’Arcolaio mi ha sorpreso quando ha pubblicato il libro di poesie di Giorgio Bàrberi Squarotti, che fino ad allora per me era il grande critico e illustre professore più volte incontrato nelle immense bibliografie all’università.
Ma come tutti i piccoli editori L’Arcolaio si regge in piedi grazie a ciò che vende: un titolo venduto è un titolo che permette a un altro d’essere pubblicato. Per questo è importante ora sostenere quest’avventura che, raggiunto il suo primo lustro non può, non deve fermarsi. [Fabio Michieli]

Poetarum silva n. 1 (the best of January – Pdf scaricabile)

the best of - gennaio 2013(clicca sull'immagine di copertina per scaricare il pdf)

the best of – gennaio 2013
(clicca sull’immagine di copertina per scaricare il pdf)

Come promesso, la Redazione si è riunita ed ha fatto una selezione dei 9 migliori articoli del mese di gennaio, raccogliendoli in un unico file scaricabile in formato Pdf.

buona lettura a tutti e grazie per la vostra presenza e le vostre letture.

the meltin’po(e)t_s

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*La Redazione tutta ringrazia Fabio Michieli e Marco Annicchiarico per il paziente lavoro di impaginazione, grafica, consulenza e sopportazione della nostra matta redazione, al fine di realizzare gratuitamente questo bellissimo (ce lo diciam da soli!) inserto mensile.