Autore: themeltingpoets

Ravaioli (prima parte) di Stefano Domenichini

parigi 2010 - foto gm

STORIA RAGIONATA DEGLI ANNI OTTANTA

Un uomo rientrò in albergo in uno stato di euforia adolescenziale. Aveva visto Tronchetti Provera. Da quella notte il mondo non fu più lo stesso.

L’uomo fece l’amore tre volte con la moglie, ma lo stesso non riuscì a prendere sonno. Sentiva l’urgenza di fare ben altra cosa, ma doveva attendere la mattina dopo. Di buon ora telefonò a tutti i parenti, amici e  colleghi per raccontare che aveva trascorso la sera precedente in un bar e che nel tavolino accanto al suo c’era seduto Tronchetti Provera.

L’uomo si chiamava Ravaioli Maurizio, perito industriale, agente di commercio per una ditta di cancelli automatici del basso Veneto. Tronchetti Provera aveva da poco divorziato da Letizia RittatoreVonwiller ed era sposato con Cecilia Pirelli. Di lì a qualche anno si sarebbe innamorato di Afef Jinfen. Ravaioli aveva una moglie di nome Vanda (senza la vu doppia) e, da circa tre anni, una storia di sesso con un’impiegata dell’amministrazione che si chiamava Prisca (detta Laprisca). Nei suoi pellegrinaggi di commesso viaggiatore raccoglieva tutte le opportunità; l’ultima, in senso cronologico, era stata la cameriera di una pizzeria di Bozzolo che aveva detto di chiamarsi Cinzia.

Ravaioli non era però un semplice venditore di cancelli automatici. Aveva le stigmate del visionario. Nonostante l’evidenza che anche recintando, con annessi telecomandi, tutto il Veneto, l’Emilia Romagna, le Marche, giù giù fino al Molise compreso, anche piazzando cancelli elettrici a tutti i semafori e persino nel mare, all’altezza delle boe, non sarebbe riuscito a uscire dalla sua dimensione di ordinario messaggero di cataloghi patinati, l’uomo ebbe l’intuizione: non bisogna aspettare di diventare ricchi, si può far finta di esserlo.

Questa percezione che di lì a poco avrebbe cambiato il mondo lo colse sull’A4, mentre transitava all’altezza del casello di Montebello, direzione casa (l’autoradio stava girando 2060 Italian Graffiati di Ivan Cattaneo, album appena uscito che, da allora, divenne per Ravaioli, e probabilmente per il mondo intero, il simbolo di quell’attimo che spaccò la storia). Percorse gli ultimi quaranta chilometri in piena estasi, spalancò la porta e disse alla Vanda che adesso basta, basta con i quindici giorni al Lido di Spina (lui la raggiungeva nel fine settimana per riposarsi dalle fatiche cui lo sottoponeva Laprisca, molto focosa a luglio) e i quindici giorni a Pinzolo: quell’anno sarebbero andati in Sardegna.

Ecco come fu che Ravaioli Maurizio e la Vanda si trovarono in un bar della Costa Smeralda nel tavolino accanto a quello in cui Tronchetti Provera aveva ordinato un succo di pomodoro condito che, peraltro, non degnò di un assaggio (la moglie Cecilia non c’era, ospite negli States di amici del padre Leopoldo).

Mentre riportava l’accaduto al telefono, Ravaioli si sentiva pieno, completo, straripante di vita, ascoltava le sue parole sicure, limpide e percepiva, in tempo reale, che il suo racconto lo definiva ai suoi occhi e  a quelli degli altri e che fluiva come un messaggio provvidenziale.

La voce si sparse in un attimo. Diventò un fiume in piena. Masse di impiegati, operai, intellettuali, studenti che erano usciti confusi e repressi dagli anni settanta sentirono che su di loro si posava il brivido sublime che tocca solo gli eletti: la rivoluzione era finalmente arrivata.

Una rivoluzione non preannunciata, non dibattuta, improvvisa, ancora più eccitante: tutti avevano il diritto di sentirsi ricchi, anche solo per un attimo. E Ravaioli aveva insegnato la strada, la via diretta alla rivoluzione: bastava andare nei posti giusti.

Il rubinetto dell’euforia non si poteva più chiudere, né chiedere al cambiamento di frenare, anche solo rallentare. Era un’ideologia finalmente semplice, orizzontale, una smania contagiosa, un’epidemia di occasioni.

L’unico problema potevano essere i soldi. Per andare nei posti giusti ce ne vogliono, non è che si può mollare Populonia, Silvi Marina o Sottoguda Roccapietore e trasferirsi a Cortina, Portofino o Punta Ala senza farci due conti.

Ma si sa, le rivoluzioni riescono solo se i poteri finanziari decidono di cavalcarle. E così fu. A tutti i rivoluzionari che si presentavano agli sportelli di banca con il loro modesto ma solido 740, venivano accordati fidi, castelletti, mutui, leasing, benefondi e calorose strette di mano. La ricchezza era diventata virtuale (gli interessi no, ma chi lo diceva era vecchio e anche un po’ comunista).

Qualche coniuge più riflessivo (o solo con la pressione bassa) si azzardava a osservare che “con quei soldi ci potremmo comprare una casa”, ma veniva subito travolto e zittito dal catechismo rivoluzionario: basta con la solidità del sacrificio e basta con i pegni sul futuro. La vita è adesso.

L’aspetto culturale apparve subito del tutto marginale nella rivoluzione in corso.

I dibattiti, i cineforum, le assemblee, gli approfondimenti del precedente decennio avevano lasciato una moltitudine di orfani confusi e malvestiti che ora sentivano una voce finalmente unica, un’idea compatta e monolitica che chiedeva solo di essere seguita ritmando l’a-e i-o u-ypsilonlalala.

Nonostante ciò, vennero riscoperti alcuni principi classici, santificati in quanto buoni per ogni trasgressione, per ogni violenza perpetrata nei confronti del pensiero e della misura.

“Del diman non v’è certezza” si sentiva profondere in un cozzare di gin tonic nelle discoteche che nascevano come archi trionfali (e ogni volta era la più grande d’Europa) e ancora di più quel “carpe diem” che sapeva tanto di amnistia perenne (mentre Orazio si dissociava – rinunciando per sempre a spiegare i vantaggi dell’essere mortali – e Alceo ritirava la denuncia di plagio).

E non finì lì.

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(c) Stefano Domenichini

Pas de deux # 3

berlino 2011 - foto gm

Due poeti contemporanei scelgono un testo di un autore straniero e lo traducono per Poetarum Silva. Un confronto sulla traduzione tra diverse sensibilità. Un’occasione per scoprire poeti che non si conoscono o riscoprirne altri con un vestito nuovo. I post non avranno cadenza regolare, perché soggetti alle tempistiche dei traduttori invitati, ma ci auguriamo che diventino un appuntamento abbastanza regolare. Per il terzo numero della rubrica Anna Ruotolo ed Elio Grasso  hanno tradotto una poesia di Marc Chagall.

::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::La redazione

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Comme un barbare

Là où se pressent des maisons courbées
Là où monte le chemin du cimetière
Là où coule un fleuve élargi
Là j’ai rêvé ma vie
La nuit, il vole un ange dans le ciel
Un éclair blanc sur les toits
Il me prédit une longue, longue route
Il lancera mon nom au-dessus des maisons
Mon peuple, c’est pour toi que j’ai chanté
Qui sait si ce chant te plaît
Une voix sort de mes poumons
Toute chagrin et fatigue
C’est d’après toi que je peins
Fleurs, forêts, gens et maisons
Comme un barbare je colore ta face
Nuit et jour je te bénis

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Marc Chagall (1930-1935), Poèmes, Cramer éditeur, Genève, 1975

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Come un barbaro

Là dove si affollano case ricurve
Là dove sale il sentiero del cimitero
Là dove scorre un ampio fiume
Ho sognato la mia vita
Di notte, un angelo vola nel cielo
Un bagliore bianco sui tetti
Mi predice una lunga, lunga strada
Lancerà il mio nome più oltre le case
Mio popolo, è per te che ho cantato
Chi lo sa se il mio canto ti piace
Una voce esce dai miei polmoni
Tutta dolore e fatica
È secondo ciò che sei che dipingo
Fiori, foreste, genti e case
Come un barbaro coloro il tuo viso
Notte e giorno io ti benedico

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*************************************Traduzione di Anna Ruotolo

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Come un barbaro

Dove premono case inarcate
Dove sale la via al cimitero
Dove scorre un fiume esteso
Là ho sognato la vita
Di notte, un angelo attraversa il cielo
Un lampo bianco sui tetti
Mi predice una lunghissima strada
Lancerà il mio nome sulle case
Gente mia, per te ho cantato
E chissà se ti piace il canto
Una voce sorta dai polmoni
Colma di dolore e fatica
Dopo di te dipingo
Fiori, foreste, genti e case
Come un barbaro ti coloro la faccia
Notte e giorno io ti benedico

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::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::traduzione di Elio Grasso

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Marc Chagall nasce a Vitebsk il 7 luglio 1887. Pittore russo d’origine ebraica, dopo varie vicende difficili vissute tra la  Russia e la Francia, nel 1923 si trasferisce per un periodo significativo a Parigi con la moglie Bella e la figlia Ida, acquisendo la cittadinanza francese nel 1937. È in questo periodo piuttosto felice che pubblica le sue memorie in yiddish, scritte inizialmente in lingua russa e poi tradotte in lingua francese dalla moglie Bella ma anche articoli, racconti e vibranti poesie.

Durante la Seconda guerra mondiale, gli Chagall fuggono da Parigi. Si nascondono a Marsiglia poi si dirigono verso la Spagna e il Portogallo. Nel 1941 si stabiliscono negli Stati Uniti. Nel 1944, Bella, compagna amatissima, soggetto frequente nei suoi dipinti e nelle sue poesie, muore. Due anni dopo Chagall fa ritorno in Europa e nel 1949 si stabilisce in Provenza.

Esce dalla depressione, causata dalla morte della moglie, quando conosce Virginia Haggard, dalla quale ha un figlio.

Chagall si risposa nel 1952 con Valentina (detta “Vave”) Brodsky. Viaggia molto tra la Grecia, Israele e la Russia ma non tornerà mai più nella natìa Vitebsk.
L’ormai famosissimo Marc Chagall muore a novantasette anni, a Saint-Paul de Vence, il 28 marzo 1985.

Marco Aragno: Joia

immagine google

Analisi mondane di uno studente fuori corso

 

 “Dio promette la vita eterna” disse Eldritch. “Io posso fare di meglio; posso metterla in commercio”

(P. Dick)

Negli anni universitari, con maggiore frequenza nel periodo che va dal 2007 al 2010, ho trascorso la maggioranza dei miei weekend nelle discoteche. Per assecondare le mie attitudini artistiche avrei preferito bazzicare musei e teatri. Tuttavia, in mancanza di alternative, e spinto dall’urgenza di allentare i freni inibitori con l’altro sesso, mi decisi ad investire tempo e danaro nei locali della movida partenopea.

Dei giorni di cui si componeva il weekend il sabato era quello che trascorrevo a casa. Il venerdì era invece destinato a iniziative di basso profilo, come puntatine ai baretti di Piazza San Pasquale o bevute di gruppo nelle birrerie di Piazza del Gesù. Alcuni studenti universitari usavano anticipare l’arrivo del weekend al giovedì, organizzando apposite serate riservate ai colleghi di facoltà. Ma nonostante le parentesi infrasettimanali la domenica si candidava a diventare il momento clou del weekend.  Di regola, a destinare l’ultimo giorno della settimana a finalità ricreative erano per lo più studenti, non potendo i lavoratori dipendenti, fossero essi pubblici o privati, permettersi nottate insonni e alzate di gomito senza che ciò compromettesse le prestazioni lavorative del lunedì. Questa situazione concedeva agli studenti il vantaggio di ritagliarsi un momento di svago del tutto “esclusivo”, giacché, rispetto alle serate del sabato, frequentate da individui di bassa estrazione sociale e da soggetti con spiccata attitudine alla rissa, gli eventi domenicali offrivano un target più elevato.

Venendo a me, la domenica era scandita secondo un programma fisso. Dopo i rituali di vestizione nella mia stanza, scendevo di casa per ritrovarmi col resto della comitiva presso un bar dei dintorni. Quindi sorseggiavo un aperitivo e facevo un po’ di conversazione con gli altri per rinsaldare lo spirito di gruppo. Dopodiché si scatenava il toto-sondaggio su quale dei locali della zona presentasse le migliori credenziali per diventare meta della serata. Ad orientare la decisione era la disponibilità del portafoglio e la presenza di un “pr” che offrisse maggiori garanzie di ingresso. Di solito però, dopo eventuali telefonate di ricognizione, la scelta ricadeva quasi sempre sul “Joia”.

Il santuario della movida napoletana, il cui culto era alimentato da foto, link e altre mitologie internettiane, sorgeva sulla strada provinciale che collega Giugliano a Sant’Antimo, facilmente raggiungibile dal capoluogo mediante l’asse di supporto (meglio noto, nella vulgata automobilistica, come Asse Mediano). Le serate al Joia erano di solito annunciate sulla home page di facebook da stati del tipo “serata joiosa”, “joia di vivere”, “toda joia”, e altre frasi che potessero implicare, anche indirettamente, il nome del locale. L’orgoglio con cui taluni pubblicizzavano la propria partecipazione all’evento, o certificavano la propria presenza mediante tag o foto caricate in istantanea sulla rete, è sufficiente a farvi capire quanto il “Joia” costituisse un’imperdibile occasione di gratificazione sociale.

Ad ogni modo anche chi non avesse letto facebook era in grado di percepire la frenesia della serata poco prima del suo inizio. Quando mi avvicinavo all’ingresso, venivo accolto da capannelli di ragazzi ingiacchettati e bellissime ragazze scosciate, che si aprivano in due ali di folla per consentire il transito degli autoveicoli. Ma motivo di ingorghi e rallentamenti, oltre all’estasi di quella visione, era quasi sempre il rebus del parcheggio, poiché quello interno era riservato al personale e ai macchinoni di lusso come Porsche Cayenne, Ferrari o Audi A5. Così, dopo vane contrattazioni con i piantoni fermi fuori al cancello, chi disponeva di un’utilitaria di produzione sud-orientale come la mia era condannato a peregrinare lungo la strada alla ricerca di un posto. Questa discriminazione a danno di alcune auto era motivata dalla volontà dei gestori del “Joia” di difendere il locale da tutto ciò che potesse minacciarne l’immagine chic. La noia maggiore, ad ogni modo, non era tanto quella di lasciare la propria auto incustodita sopra un marciapiede, quanto quella di scontrarsi con un consorzio di parcheggiatori abusivi che di notte si appropriava di spazi pubblici cedendone la disponibilità solo in cambio di una tangente. Ero così obbligato a versare nelle casse del consorzio un contributo ‘’a piacere’’ di non meno di tre euro. E, se provavo ad eludere il pagamento del balzello, o a versare meno di quanto richiesto, le rimostranze dell’esattore potevano diventare particolarmente fastidiose, fino a degenerare in ritorsioni e minacce.

Dopo lo scontro con i parcheggiatori, giungeva finalmente il momento della verità. Dentro o fuori? La tensione che si respirava nella fila era altissima. La maggior parte dei ragazzi si fingeva disinvolta. Tutti sapevano che un cenno di nervosismo, un gesto inconsulto, un tono di voce troppo alto avrebbero potuto significare la peggiore delle umiliazioni: l’esclusione dal locale. A volte l’esclusione non dipendeva dalla condotta mostrata in quegli istanti, bensì da fattori incalcolabili, come un giudizio negativo sull’abbigliamento, un andamento poco opportuno, la presenza di una ragazza dall’aspetto sgradevole. L’accesso al locale era subordinato alla decisione dei selezionatori, che come giudici kafkiani decidevano le sorti della serata sillabando poche parole. Se non era “prego”, sarebbero state: “da questa parte”. Per chi osava contestare la sentenza scattavano procedure di allontanamento coatto eseguite da altissimi body guard. Viceversa, chi superava la selezione, scioglieva l’ansia nell’ebbrezza narcisistica di calpestare il red carpet che conduceva alle porte di ingresso.

Volenti o nolenti, dunque, a un numero cospicuo di ventenni veniva negato l’accesso all’evento. Gli esclusi dal Joia, condannati all’invisibilità, rappresentavano i nuovi vinti debordiani. L’unica possibilità di riammissione era affidata a disperate telefonate al proprio “pr”, che svolgeva la funzione di intermediario fra il regno dell’umano e le autorità del locale. Ma quasi sempre il “pr” non godeva di molto credito, e difficilmente sarebbe riuscito ad ottenere concessioni da parte del selector che avesse decretato l’espulsione di un invitato della sua lista.

Trattamento differenziato spettava invece a chi avesse avuto la disponibilità economica per prenotare un tavolo. Non avrebbe incontrato noie all’ingresso e avrebbe avuto il privilegio di fare una fila meno selettiva. In più, ad accoglierlo all’interno, ci sarebbero state delle accompagnatrici dai tubini striminziti, che spuntavano all’orizzonte ancheggiando su altissimi tacchi a spillo. La bellezza fuori dall’ordinario, simbolo di un desiderio inaccessibile, era una prerogativa di buona parte delle frequentatrici del Joia, non solo delle stangone addette ai tavoli. Quando entravo, avevo l’impressione che gli esemplari più belli del jet-set locale, per lo più studentesse, fotomodelle o semplici mantenute, si fossero date appuntamento ogni domenica per riprodurre un festino di Palazzo Grazioli. Sfilate di moda e set televisivi, con molta probabilità, avevano ispirato il loro portamento, giacché ogni gesto, dal modo di aprire la borsetta Louis Vuitton a quello di sorridere, era meditato, prima di essere offerto all’obiettivo di una telecamera tanto inesistente quanto necessaria.

Anche i ragazzi curavano con severità la propria immagine. Durante la serata mi aggiravo fra faccioni lampadati, sopracciglia sottilissime, capelli lunghi e laccati, pettorali glabri esplosi da camice slim-fit. Comprendevo in quei momenti a cosa avesse portato la liberalizzazione dei costumi sessuali dal ’68 in poi. Dopo cinquant’anni di cerette e saloni di bellezza, eravamo diventati tutti femmine.

Decisamente più definita, rispetto ai generi sessuali, era la planimetria del locale. La pista da ballo era posizionata sulla sinistra, sotto la postazione del deejay; quattro pedane erano invece destinate ai tavoli, di cui tre si sviluppavano lateralmente ed una al centro. Quest’ultima, la più prestigiosa, a differenza di quanto possiate immaginare, non era sopraelevata. Era invece scavata in un semicerchio a mo’ di anfiteatro greco-romano, tale da garantire agli occupanti una posizione “scenografica”, decisamente migliore di quella che avrebbe potuto offrire una pedana rialzata. Poiché la maggiore visibilità aveva un costo, l’unico criterio di accesso era economico. L’area di prestigio era riservata ai soli clienti che fossero disposti a sborsare un supplemento rispetto ai prezzi praticati per gli altri tavoli: per esempio 200 euro, anziché 150, per una bottiglia di vodka Absolute; oppure 500, anziché 400, per una bottiglia di vodka Belvedere da un litro e mezzo. I più sfacciati, per lo più giovani camorristi imborghesiti, parvenus arricchitisi col mattone, o calciatori del Napoli in libera uscita, sfidavano il sentimento di pubblica decenza sborsando 400 euro per meno di un litro di champagne Krug. Tutti prodotti che in un supermercato avreste pagato dai 50 ai 150 euro, ma che, per un inspiegabile fenomeno inflazionistico, subivano, al Joia come in altri club, un rincaro del 200 %.

Altro dettaglio non trascurabile è che le bottiglie non sempre venivano consumate. Alle volte erano acquistate con l’unico scopo di fornire una dimostrazione di potere economico. Visti i prezzi, infatti, il loro acquisto si tramutava in un surplus di prestigio. Ciò innescava un’autentica competizione fra i tavoli, da cui usciva vincitore chi fosse disposto a versare finissimo champagne sulla moquette del locale senza gridare allo spreco.

Molto pittoresche erano le modalità di trasporto. Le bottiglie erano porte su un vassoio incoronato da un  kit di bengala. Alla vodka si accompagnavano massicce scorte di analcolici, come Red Bull o Lemon Soda, destinate alla preparazione dei drink. In altri locali come il Follja, i bottiglioni più costosi, come Clicquot o Belvedere, venivano trasportati su vassoi dalle forme bizzarre, per esempio gabbie tempestate di luci o campane di vetro, ed esposte, a mo’ di biblico vitello d’oro, dal cameriere incaricato del trasporto. In questo modo i ragazzi sparpagliati in pista potevano immortalare con i videofonini il trionfo dello spreco. Se poi i clienti che usufruivano del servizio erano anche di bell’aspetto, non c’era niente che potesse ostacolare la loro ascesa ai vertici di quel microcosmo sociale. Bellezza e ricchezza erano i valori assoluti su cui si reggeva l’ethos del “Joia”. Una volta abolita ogni forma di comunicazione verbale, tutto ciò che conta era l’immagine.

Sulla base di queste premesse, non faticherete ad immaginare i tentativi di approccio con l’altro sesso in cui si producevano i ragazzi più brutti. Nonostante gli accorgimenti di tipo estetico, come un naso rifatto o un vestito particolarmente costoso, gli sventurati a cui fosse toccato in sorte un aspetto sgradevole erano condannati a subire rifiuti stizziti e risatine di scherno da parte di ragazze insensibili a qualsiasi tipo di complimento. L’unica speranza di riscatto sociale era ostentare ricchezza, nonché circondarsi di compagni avvenenti che facilitassero l’approccio con le ragazze. Ma i sentimenti di amicizia, in quelle circostanze, potevano essere messi da parte. Anche gli amici più comprensivi, infatti, non si facevano scrupolo di isolare lo sventurato compagno pur di soddisfare il proprio istinto predatorio. A quel punto, i più brutti non avevano alternative se non masturbarsi nei bagni del retro, oppure, nel dopo serata, ottenere una prestazione sessuale a pagamento da una prostituta di colore di Castelvolturno.

Difficoltà di approccio potevano però ostacolare anche le iniziative dei maschi più piacenti. D’altronde, nel “mercato aperto” generato dalla liberalizzazione sessuale, disporre di una vagina equivale a possedere una posizione di privilegio. Significa non partecipare alle spese della serata; farsi offrire da bere; selezionare il maschio più avvenente. In un regime femminocentrico come questo, dove il potere di scelta delle ragazze è assoluto, il belloccio del “Joia” era disposto ad accontentarsi, extrema ratio, anche di una cozza pur di non andare in bianco. Mentre, di contro, il disagio per tipi come me, che non brillavano in bellezza né in ricchezza, poteva diventare insostenibile. Non a caso il “Joia” è il locale in cui ho rimorchiato di meno e speso di più. La mia utilità marginale, si potrebbe dire, è stata prossima allo zero.

La fase conclusiva della serata non offriva momenti significativi, se non il fastidio di ritornare a casa piuttosto alticci. Infatti l’alcool assunto in quelle ore era troppo per essere smaltito in fretta. Perciò, in preda alla cosiddetta “fame chimica”, i giovani clienti del “Joia” erano soliti rimpinzarsi con cornetti caldi e pizzette al forno per recuperare un po’ di lucidità. Non di rado, per riprendersi completamente dallo stato di intontimento, si procuravano una dose di cocaina in una delle piazze di spaccio situate in periferia. Le “botte” venivano poi consumate in gruppo all’interno dell’auto, o, in circostanze migliori, in un appartamento.

Tuttavia, nonostante le possibili varianti di cui poteva arricchirsi il dopo serata, l’impressione era che, uscendo dal Joia, non si ritornasse alla vera vita, ma che fosse la vera vita ad essersi interrotta. Non a caso, sui profili di facebook, non comparivano foto diverse da quelle che ritraevano i ragazzi all’interno dei locali. Come se le esperienze destinate ad arricchire la loro memoria virtuale si limitassero alle ore trascorse sotto l’effetto dell’alcool. A ulteriore conferma di questa lettura, nel corso della settimana, oggetto di dibattito diventavano i momenti più salienti della serata, come gli aneddoti sulle ragazze o i pettegolezzi sull’abbigliamento esibito. Dopodiché, a ridosso del weekend, cominciava nuovamente la mobilitazione per l’evento successivo. Ciò costringeva i ragazzi ad approntare piccole forme di risparmio per far fronte alla nuova serata. Infatti, siccome l’esborso medio per ciascuno di loro era di circa 50/60 euro a sera, il giovane, se non era di famiglia benestante, avrebbe dovuto rinunciare a molti altri svaghi pur di non essere escluso da un altro evento “joioso”. Nei casi estremi, come è stato accertato dalla magistratura, arrivava financo a rubare.

Tutto ciò sembra molto triste. Ma questa, ad ogni modo, è solo la mia esperienza.

 

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(c) Marco Aragno

Ritratti di poesia – Roma 01 febbraio 2013

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COMUNICATO STAMPA

Roma, 10 gennaio 2013

Ritratti di Poesia

 

A Roma, il 1 febbraio 2013, presso il Tempio di Adriano, in Piazza di Pietra, la VII edizione di «Ritratti di Poesia».

Intervengono, tra gli altri, il premio Pulitzer C.K. Williams e il rapper Frankie Hi-NRG.

In chiusura, la voce di Fiorella Mannoia

Si svolgerà a Roma venerdì 1 febbraio, presso il Tempio di Adriano, in Piazza di Pietra, la settima edizione di «Ritratti di Poesia», la principale manifestazione italiana dedicata alla forma d’arte poetica e divenuta negli anni un importante osservatorio sulla poesia contemporanea. Quest’anno, tra i protagonisti, il premio Pulitzer C.K. Williams, il rapper Frankie Hi-NRG e Fiorella Mannoia.

La rassegna, promossa dalla Fondazione Roma ed organizzata dalla Fondazione Roma-Arte-Musei con InventaEventi, è curata da Vincenzo Mascolo. La manifestazione, aperta gratuitamente al pubblico, si snoderà nell’arco dell’intera giornata e sarà focalizzata sulla sonorità del verso e della parola poetica.

Dopo l’incontro introduttivo A che serve la poesia? rivolto agli insegnanti e agli studenti liceali, la rassegna sarà inaugurata dal Presidente della Fondazione Roma, Prof. Avv. Emmanuele Francesco Maria Emanuele, ideatore dell’iniziativa, che dichiara: «La manifestazione ‘Ritratti di Poesia’ rappresenta l’impegno della Fondazione Roma per dare voce ad una forma letteraria poco divulgata, ma in realtà prima forma d’arte, nella tradizione dell’antichità. La poesia è parte integrante dell’attività della Fondazione nel settore dell’arte e della cultura, che si dipana attraverso le arti visive, con le esposizioni del Museo Fondazione Roma di Palazzo Sciarra e Palazzo Cipolla; la musica, con l’Orchestra Sinfonica di Roma; il teatro, con l’Accademia di Arte Drammatica del ‘Teatro Quirino’ e le molteplici iniziative rivolte ai bambini e alle persone che vivono forme diverse di disagio sociale». Il Presidente Emanuele consegnerà il Premio Fondazione Roma-Ritratti di Poesia, un’onorificenza alla carriera di un poeta italiano che abbia contribuito all’affermazione della cultura nazionale al di là dei confini del nostro Paese. Quest’anno il premio è stato assegnato a Giovanna Bemporad, autrice degli Esercizi, esempio di poesia pura e opera che ha accompagnato tutta la sua vita, così come i numerosi classici da lei mirabilmente tradotti, dall’Eneide all’Odissea, fino al Cantico dei Cantici. La poetessa è scomparsa lo scorso 6 gennaio, per cui il conferimento dell’onorificenza avverrà ad memoriam. A ritirarla saranno il nipote Pier Paolo Pascali e Maria Pia Diamanti, che l’artista considerava il proprio “angelo custode”.

Seguirà una serie di conversazioni, curate da Vincenzo Mascolo, dal giornalista e critico letterario Stas’ Gawronski e dal giornalista e poeta Ennio Cavalli, con alcuni protagonisti del panorama poetico italiano. Tra i nomi più noti, Franco Buffoni, Vivian Lamarque, Antonio Riccardi e Valentino Zeichen; Ida Travi e Flavio Ermini, esponenti di un’importante corrente artistica che ha il suo centro nella rivista letteraria e filosofica Anterem di Verona; Tomaso Binga, una delle voci più rappresentative della sperimentazione poetica; Nino De Vita, finalista al premio Viareggio, autore che scrive in lingua dialettale siciliana; Umberto Piersanti, vincitore di prestigiosi riconoscimenti, tra cui il Premio Giovanni Pascoli, il Premio Mario Luzi e il Premio Alfonso Gatto.

Un momento particolarmente originale sarà costituito dalla “sinfonietta poetica”, una selezione di giovani autori, che hanno già pubblicato con case editrici note e affermate riviste, e che presenteranno la loro poesia in maniera nuova, attraverso un “concerto di voci” in grado di esaltare ritmi e suoni.

Un grande spazio verrà riservato alla poesia internazionale, con autori quali C.K. Williams, membro dell’American Academy of Arts and Letters, uno dei poeti statunitensi più apprezzati, vincitore del premio Pulitzer (2000), del National Book Award e del National Book Critics Circle; il tedesco Michael Krüger, pubblicato nella collana «Lo Specchio» di Mondadori; la spagnola Olvido García Valdés, vincitrice del Premio Nacional de Poesia; il siriano Faek Hwajeh, cantore della libertà, voce di una patria dilaniata dalla guerra civile. Accanto a loro, alcuni poeti stranieri che vivono in Italia: l’albanese Gezim Hajdari, la francese Jacqueline Risset, che ha tradotto nella propria lingua madre la Divina Commedia, Moira Egan, docente alla John Cabot University di Roma e traduttrice di molti poeti statunitensi importanti, tra cui lo stesso C.K. Williams, e la russa Natalia Stepanova, curatrice della rubrica «La Russia in versi».

La giornata, che prevede anche l’incontro con il rapper Frankie HI-NRG MC sul tema «La forza della parola» e l’appuntamento In altra forma, in cui Caterina Davinio, Daniela Perego e Carmine Sorrentino presenteranno i loro lavori di video poesia – unione di immagine e parola –, sarà chiusa dal confronto tra i versi e la musica. Dopo i concerti delle precedenti edizioni, in cui si sono esibiti nomi noti quali Vecchioni, Dalla e De Gregori, quest’anno a calcare il palcoscenico sarà Fiorella Mannoia, interprete dei più noti cantautori italiani e stranieri, all’interno di un recital che vedrà la partecipazione dello stesso Frankie Hi-NRG MC. Il concerto sarà preceduto da una conversazione-intervista con la cantante, condotta dalla giornalista RAI Federica Gentile.

Parteciperanno alla giornata le case editrici Edizioni l’Obliquo, Edizioni Pulcinoelefante e le riviste Capoverso e Semicerchio. La rassegna sarà trasmessa in diretta in videostreaming su Rai Letteratura (www.letteratura.rai.it).

La manifestazione «Ritratti di Poesia» sarà aperta al pubblico dalle ore 9.30 con ingresso libero fino a esaurimento dei posti. Per il concerto, anch’esso gratuito, sarà obbligatoria la prenotazione all’esterno della Struttura, a partire dalle ore 18.45.

Ufficio Stampa

Fondazione Roma

Paola Martellini             T. 06 697645111 pmartellini@fondazioneroma.it

Davide Vannucci          T. 06 697645109 dvannucci@fondazioneroma.it

Valeria Roggia              T. 06 697645139 vroggia@fondazioneroma.it

Giovanni Raboni (buon compleanno)

giovanni raboni da giovanniraboni.it

Buon compleanno Giovanni

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COMPLEANNO

Nella città vuota, assolata, proiezione
dell’alba. L’orlo della luce
che si flette, degrada. Per
metà a mollo nell’ombra. Dalle gronde
viene un fischio acutissimo, leggero, come
se in un altro quartiere, oltre l’astruso
cerchio del Vigorelli, nel rombo
dell’aria condizionata
nascesse ancora tuo figlio.

ABBASTANZA POSTO

Passa il tempo, ci sentiamo
più grandiosi ogni giorno: però
siamo sempre la gente che tira su il sopracciglio
o si gratta la punta del naso, continuiamo
a pensare che tipi così (quello
che striscia e non ha palbebre quello che fa
l’amore con le forchette e con la corda) siano,
rispetto a noi, qualcuno – a non capire
che c’è abbastanza posto per ciascuno di loro
in ciascuno di noi.

Da “le case della Vetra”  (1955 – 1965) in Tutte le poesie – Garzanti

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So la strada e la neve, so in che casa
abitata da sempre troveranno
un riparo luminoso nell’anno
del gran freddo le miti ossa, l’invasa

d’oscura dolcezza anima. Si fanno
scorte, di schegge per la stufa è rasa
la cantina, di sopra si travasa
farina gialla e riso. Senza affanno

si cerca sulle onde corte la voce
antidiluviana che rassicura
gracchiando, sì, è finita la paura,

interrotta causa neve l’atroce
partita, l’interminabile, stanca
corsa del tempo. Più nessuno manca.

(da Ogni terzo pensiero)

********************

La vita, una sola… semplicemente
la stessa… per milioni, per miliardi
di secondi, accumulando ritardi
pazzeschi, facendo finta di niente

come se in fin dei conti si trattasse
d’una specie di prova, tutt’al più
una filata coi costumi e giù
nel buio, a piangere o a farsi grasse

risate, non ci fosse che qualcuno
che ci conosce bene, non importa
se vivo oppure no, che ci sopporta
per quel che siamo, che prevede uno

per uno i nostri sbagli e li perdona
da prima, da sempre, che ci perdona…

(Da Quare tristis)

**************************************

Mai davvero felice e mai del tutto
infelice – oh, l’ho capito; e mi regolo.
Ma pensare la gioia, almeno quello:
pensarla! e qualche volta , senza farsi
troppe idee, senza montarsi la testa,
annusarla, sfiorarla con le dita
come se fosse (non lo è?) l’avanzo
della vita d’un santo, una reliquia…

 

***

O forse la felicità
è solo degli altri, d’un altro tempo,
d’un’altra vita e a noi non è possibile
che recitarla come viene viene,
a soggetto, ostinandoci a inseguire
la parte di noi stessi
in un vecchio, bizzarro canovaccio
senza capo né coda…

***

Ricordo troppe cose dell’Italia.
Ricordo Pasolini
quando parlava di quant’era bella
ai tempi del fascismo.
Cercavo di capirlo, e qualche volta
(impazzava, ricordo,
il devastante ballo del miracolo)
mi è sembrato persino di riuscirci.
In fondo, io che ero più giovane
d’una decina d’anni,
avrei provato qualcosa di simile
tornando dopo anni
sui devastati luoghi del delitto
per la Spagna del ’51, forse
per la Russia di Breznev…
Ma ricordo anche lo sgomento,
l’amarezza, il disgusto
nella voce di Paolo Volponi
appena si seppero i risultati
delle elezioni del ’94.
Era molto malato,
sapeva di averne ancora per poco
e di lì a poco, infatti, se n’è andato.
Di Paolo sono stato molto amico,
di Pasolini molto meno,
ma il punto non è questo. Il punto
è che è tanto più facile
immaginare d’essere felici
all’ombra d’un potere ripugnante
che pensare di doverci morire.

***

E per tutto il resto, per quello
che in tutto questo tempo
ho sprecato o frainteso, per l’amore
preso e non dato, avuto e non ridato
nella mia ingloriosa carriera
di marito, di padre e di fratello
ci sarà giustizia, là, un altro appello?
Niente più primavera,
mi viene da pensare, se allo sperpero
non ci fosse rimedio, se morire
fosse dolce soltanto per chi muore.

***

Si farà una gran fatica, qualcuno
direbbe che si muore – ma a quel punto
ogni cosa che poteva succedere
sarà successa e noi
davanti agli occhi non avremo
che la calma distesa del passato
da ripassare senza fretta
fermando ogni tanto l’immagine
tornando un po’ indietro, ogni tanto,
per capire meglio qualcosa,
per assaporare un volto, un vestito…
Sì, tutto in bianco e nero, se Dio vuole.
E tutto, anche le foglie che crescono,
anche i figli che nascono,
tutto, finalmente, senza futuro.

Da Barlumi di storia – Mondadori 2002

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Giovanni Raboni – poeta – 22/01/1932 – 16/09/2004

Argo XVIII (produzioni dal basso – campagna di sostegno)

argo - cover

ARGO dedica il suo diciottesimo numero all’acqua, bene comune da condividere e proteggere. E decide per la prima volta, per finanziare il progetto e condividerlo con amici, sostenitori e lettori, di utilizzare il sito di crowdfunding produzionidalbasso.

Questa scelta deriva dalla volontà di offrire un’opera di qualità sempre migliore, investendo i nostri dodici anni di esperienza e di lavoro per chiamare a raccolta tutti gli amici che ci hanno accompagnato e i lettori che ci hanno sostenuto per produrre in completa autonomia un numero nuovo, che apre ad una nuova evoluzione del progetto ARGO (versione on line arricchita ed e-book, oltre alla tradizionale versione cartacea ecosostenibile).

H2O è pronto per la stampa, ma per poter produrre un numero sufficiente di copie di ottima qualità preferiamo fare appello direttamente alla nostra rete di sostenitori, evitando di passare solo per il canale più istituzionale e limitante delle sponsorizzazioni ufficiali.

A coloro i quali acquisteranno una quota-copia della rivista di 10 EURO, ARGO offrirà le spese di spedizione ed allegherà al numero cartaceo una versione esclusiva del numero in PDF, che conterrà una ricca sezione fotografica a colori.

per info e aderire al sostegno con una (o più quote) clicca qui: Produzioni dal basso  o qui: Argonline

Petizione per l’immediata riapertura del blog letterario “La dimora del tempo sospeso” – Nie wieder Zensur in der Kunst – Mai più censura nell’arte –

Non potendo cantare il mondo che lo escluse, Reb Stein cominciò a leggerlo nel canto. - nacque così "La dimora del tempo sospeso"

Non potendo cantare il mondo che lo escluse, Reb Stein cominciò a leggerlo nel canto. – nacque così “La dimora del tempo sospeso”

Nel 2008 sono casualmente capitata tra le pagine di un blog letterario che da quel giorno sarebbe diventato per me “dimora” e mezzo indispensabile per l’approfondimento e lo studio della letteratura e della poesia, che anni di studio sui banchi di scuola e all’Università non erano stati in grado di offrirmi. In buona sostanza mi sono ritrovata di fronte a una miniera d’oro, un oro senza prezzo, un oro il cui valore immenso si può quantificare solo con l’abnegazione e la generosità di chi dall’altra parte dello schermo, quotidianamente ha svolto la sua missione di maestro diffondendo, divulgando, e offrendo gratuitamente pagine e pagine di critica, letteratura, narrativa, poesia, dando vita a una “biblioteca” universale e fondamentale non solo per chi come me tra le sue pagine ha studiato, ma soprattutto quale traccia da “custodire” e “preservare” per poter fare una ricostruzione storica del nostro presente e della traduzione del pensiero che attraversandoci ci forma, ci determina, ci rende uomini.

Da quando ho iniziato a studiare – e continuo a usare il verbo “studiare” volutamente, perché tra le pagine de “La dimora del tempo sospeso”, il tempo non costituisce solo quell’amena sospensione dello svago e della lettura tout court, ma soprattutto il tempo sospeso in cui  lo scibile è rintracciabile, assimilabile, riconoscibile oltre la canonizzazione ortodossa e limitata del tempo riconosciuto allo studio e alla cultura nell’epoca della depauperazione e dell’approssimazione settoriale della conoscenza – dunque dicevo, dal giorno in cui ho iniziato a studiare tra le pagine di Rebstein* ho avuto la fortuna non solo di imbattermi in una miniera di testi a mia disposizione, ma anche la possibilità di colloquiare, conoscere e farmi guidare dall’uomo che aveva dato vita a quest’immenso libro di letteratura e vita, sì da poterlo considerare oggi, a distanza di quasi cinque anni, il mio migliore amico, il mio unico e solo maestro.

Rebstein, cioè Francesco Marotta, è stato la prima persona a credere in me, nella mia scrittura e nel mio lavoro, mi ha insegnato ogni cosa, trasmettendomi la voglia di offrire e condividere qualunque piccola conquista di bellezza e vita con persone sconosciute, studenti alla ricerca di testi e d’aiuto, amici e sconosciuti in cerca di una pagina di conoscenza, di una verità piccola o grande che fungesse loro da consolazione, salvezza, o solo compagnia. Grazie agli insegnamenti di Francesco Marotta è nato Poetarum Silva, il blog da cui vi scrivo e che oggi è animato da tanti redattori diversi tra loro per esperienza, età, gusti, e tutto questo con lo scopo e il sogno di rendere viva e partecipativa la poesia, la letteratura, l’arte in ogni sua forma.

Non a caso il motto che Poetarum Silva ha scelto come suo sottotitolo, recita

– Nie wieder Zensur in der Kunst – Mai più censura nell’arte –

e poiché Poetarum Silva, come La Dimora del Tempo Sospeso e tanti altri meritevoli e validi litblog italiani, è ospitata dalla medesima piattaforma online “Wordpress”, invito tutti gli operatori culturali e blogger in rete, ma anche ogni lettore e amante della libertà d’espressione e dell’arte, a indirizzare una mail di protesta, chiedendo l’immediato ripristino del blog “La dimora del tempo sospeso” di Francesco Marotta

http://rebstein.wordpress.com

e del suo immenso archivio di bellezza, conoscenza, fratellanza contro ogni forma di bieco e anonimo odio fascista, che ne possa aver desiderato e richiesto il silenzio.

(nc)

________________________

Qui di seguito incollo una lettera standard che già altri blogger e amici di Francesco stanno diffondendo perché venga facilmente indirizzata ai gestori di WordPress all’indirizzo e-mail support@wordpress.com  oppure cliccando su questo indirizzo:

http://en.support.wordpress.com/suspended-blogs/

in cui vi verrà richiesto di inserire il vostro nominativo e il vostro indirizzo e-mail, specificando nello spazio destinato all’URL del sito in sospensione l’indirizzo web: http://rebstein.wordpress.com

Hello, I am writing this one as an occasional contributor and regular reader of the italian blog “La dimora del tempo sospeso”, hosted by you at URL http://rebstein.wordpress.com/

Such blog has recently been suspended for a claimed violation of terms; please note that this blog is solely devoted to Italian contemporary poetry and literature, and doesn’t mean to host or promote any materials in violation to your terms of service.

After being in talks with the administrator Francesco Marotta I assume that he has already sent three feedbacks via your form without any response from you, and he’s now clueless. Therefore I kindly ask you to clarify asap with the admin the exact nature of such eventual breach, and make every possible and prompt effort to reactivate this blog which, with dozens of essays and ebooks donated by poets, constitutes a vital resource for anyone who’s interested in taking a snapshot of italian contemporary poetry.

Sincerely yours,

e la vostra firma

*** *** ***

Chiunque voglia sostenere la riapertura del blog di Francesco Marotta, può inoltre lasciare un messaggio e la sua firma nei commenti aperti in calce a questo post e sarà cura della nostra redazione farne un unico file da indirizzare come petizione alla sede di WordPress Italia.

Concludo questo post con una foto a me cara, una foto in cui è visibile la pericolosità eversiva dell’uomo che mi è stato e mi è maestro di poesia e vita

Grazie,

natàlia castaldi

12 giugno 2011, Verona, alla Fiera dell'editoria poetica si aggiravano loschi e pericolosi individui.

12 giugno 2011, Verona, alla Fiera dell’editoria poetica si aggiravano loschi e pericolosi individui: Enzo Campi, io, Francesco Marotta e mio figlio.

 

Notizie dalla necropoli (recensione di Luigi Socci)

lolini - notizie dalla necropoli

Dopo gli articoli di Piergiorgio Viti e Renzo Favaron  (leggibili qui1 e qui2), e l’interessante dibattito che ne è scaturito, pubblichiamo una recensione a “Notizie dalla necropoli” di Luigi Socci, ulteriore testimonianza dell’interesse che c’è intorno a questo libro e alla figura di Attilio Lolini. Buona lettura,

La redazione

******************

Notizie dalla necropoli (1974-2004) di Attilio Lolini. Einaudi pag. 189 euro 14.00

 

Attilio LoliniOpportuna autoantologia contenente un trentennio di lavoro, affidato negli ultimi anni alle amorevoli cure dell’Obliquo di Giorgio Bertelli, ma ancor più sparpagliato e disperso per quel che riguarda le prove più lontane nel tempo, apparse originariamente in edizioni semiclandestinamente autoprodotte e, a tener fede a quanto qui riportato dall’amico e autore della postfazione Sebastiano Vassalli, addirittura ciclostilate. Nel leggere questi versi vecchi e nuovi si ha l’impressione, una volta di più, che la lontananza dai circuiti editoriali più blasonati abbia giovato a questo poeta (minore più per scelta che per qualità), in posizione di sicuro spicco all’interno di una generazione più avvezza alla luce, per quanto fioca, dei riflettori. Ad una opzione di minorità consapevole appaiono già improntati i primi testi,  quelli che datano dal 74 al 90, qui raccolti nelle sezioni Da una stazione all’altra e Vesto giovane,  relativamente omogenee sui piani stilistico e tematico. Di vago sapore beat, queste prime poesie prorompono sulla pagina senza titoli, in un flusso vitalistico che azzera qualunque forma di punteggiatura,  in caratteri rigorosamente minuscoli persino in sede incipitaria, nell’uso disinvolto del discorso indiretto libero e di altri escamotage espressivisti. Aferesi ( gli spizi, gli spedali ), anacoluti, neologismi e plurilinguismo omeopatico avvicinano questi versi, seppure di tono meno apocalittico, a quelli di un altro grande irregolare della generazione anteriore: Luigi Di Ruscio. Il furore anarcoide, declinato spesso nella forma dello sberleffo politico a destra e a manca (“neppure il freddo ci stende secchi \ siamo eterni \ mister rumor” o “i poveri come si odiano tra di loro \ egregio ingrao”) ci consegna la figura di un poeta il cui esordio relativamente tardo (a 35 anni, ad appena 6 anni dal ′68), configura l’immagine di un reduce già perfettamente disilluso. Di reducismo parla del resto il poeta stesso nei suoi testi in più di un’occasione, esibendo il lutto di un nichilismo subìto suo malgrado (“ho creduto in tutto \ poi in niente \ perdonami e sopportami”), ma è curioso vedere come in questa feroce minisaga autosarcastica e nullificante (“che pena vendersi \ quando nessuno \ ti compra”) si utilizzi una strumentazione il cui valore sembra ancora percepito come tale. E sono i mezzi della poesia e della sua tradizione. Fin dal primo testo si notano infatti prestiti eliotiani (“morti noi signori e madame \ si chiude”) accettati senza furia deformante e addirittura  poi ungarettiani, (“sta sepolto \ non so dove \ e non importa”), seppur riadattati a diverso contesto, quasi ad avvalorare la propria immagine di sopravissuto alle reboriane granate di una “piccola” guerra le cui trincee si ricontestualizzano sullo sfondo delle latrine di una stazione. E non sarà pertanto un caso che in un testo dedicato a Gotfried Benn (“ma non scacciarmi \ non restituirmi \ al morto mondo \ starò immerso in te \ finchè è possibile \ senza afflizione o gioia”) si incontri la prima, cronologicamente, lettera maiuscola in un quindicennio di lavoro, quella di Benn, appunto, a voler quasi significare che nella tabula del mondo fatta rasa da uno sguardo impietosamente iperscettico, tocchi soltanto alla poesia il compito di rappresentare un ultimo baluardo, un ultimo risicato appiglio per una possibile fede. È storicamente prassi comune tra i poeti autoriduzionisti o troppo dichiaratamente intenti a svilire l’importanza della propria opera e della poesia in generale (si tratti di autori di nugae o di frammenti di cose volgari, di trucioli o pianissimi) quella di coltivare un segreto culto della stessa e Lolini non fa eccezione. I testi delle due successive (e ultime) sezioni, rispettivamente “Poesie futili” (91-96) e “Canti senza sole” (97-2003), riducono ulteriormente l’orizzonte richiudendolo in forme più brevi e regolari e drenando gli ultimi residui di vitalismo. È lo spettro della depressione che si aggira tra questi versi e tra le quattro, sempre più claustrofobiche, pareti di casa. Il pur stentato dialogo lascia il posto al monologo e la bukowskiana corte dei miracoli che popolava le prime raccolte cede il passo ai ben più muti ed inerti inquilini dell’armadietto dei medicinali. Sono le anfetamine, i colliri, le benzodiazepine i nuovi compagni di viaggio tra i mezzi toni e le timide rime da librettista lirico di un poeta autentico che sembra aver immolato la propria vita alla poesia.

luigi socci

****

nota: recensione pubblicata su l’Annuario a cura di Giorgio Manancorda (ed. Castelvecchi 2005)

“Dopo questo inverno” di Luciano Benini Sforza. Lettura di Piergiorgio Viti

Luciano Benini Sforza, Dopo questo inverno (2012)Se si dovesse scegliere, tra tanti, un aggettivo per definire il poeta Luciano Benini Sforza, potremmo attribuirgliene uno in particolare: “solido”. Sì, perché lo scrittore e critico ravennate, uscito nel 2012 con la raccolta poetica Dopo questo inverno (edita dall’Arcolaio, con prefazione di Jean Soldini), sembra essere sempre a suo agio, quale che sia, di volta in volta, l’argomento da sviluppare. Nella sua opera, corposa quanto basta per farsi un’idea del suo modus exprimendi, non ci sono mai cadute di tono, arretramenti, incertezze; la sua linea, attingendo stavolta dalla geometria, è sempre, costantemente, orizzontale. Luciano Benini Sforza affronta con disinvoltura molti temi fondamentali della poesia: la natura, l’amore, la morte (una lirica, per esempio, è dedicata alla scomparsa di Amy Winehouse, definita “barcollante /neve nera”), con un rigore ed una padronanza oggi rari. Se i temi sono tradizionali, due aspetti però segnalano Benini Sforza tra i poeti più interessanti della sua generazione; sia il linguaggio, capace, come dicevamo, nella sua versatilità, di sondare tutti i territori e i registri, con inserzioni anche dal quotidiano (ad es. “Le parole intanto gli vanno a mille” in Sponde della velocità) e di arrivare perfino alla prosa, con esiti di rilievo; sia, ed è questo l’altro aspetto tutt’altro che trascurabile, la frammentazione del verso, che il poeta utilizza quasi come il suo marchio di riconoscimento, richiamandosi alle teorie “liquide” di Zygmunt Bauman, il quale descrive la società attuale come una società “puntinista” dove il concetto di tempo è discontinuo, frammentato. Ecco perché Benini Sforza, con i suoi enjambement, le sue spezzature, i suoi “a capo”, pur lasciando intatta la musicalità del verso, ci fa rimanere spesso a bocca aperta. Molte pagine di Dopo questo inverno sono dedicate a Marina di Ravenna, dove, da appartato, il poeta vive. Non si tratta tuttavia di un “piccolo mondo antico” che il poeta vuole a tutti i costi bozzettisticamente descrivere o difendere, quanto piuttosto di un’apertura al mondo globale di oggi con tutte le sue contraddizioni; parlando della realtà che lo circonda e che egli conosce bene, talora con esiti metafisici, Benini Sforza è dunque un poeta a tutto tondo, capace di essere, allo stesso tempo, “romagnolo” e “universale”.

© Piergiorgio Viti

***

Illusione

Qui non c’è un primo caduto
.                                                          in guerra
e nemmeno un ultimo.
Solo feriti e bendati,
tanti che camminano
da una strada all’altra
fischiando un motivetto all’aria,
tenendo una borsa, una sigaretta
accesa
o un giornale sotto il braccio.
Credendo magari di accendere
.                                                               e spegnere
col telecomando in mano
il resto del mondo.

*

In mezzo

Non riesco nemmeno a dire
«come stai?», perché ho la lingua bloccata.
E conosco bene questo impaccio.
.                                                                    Sono insieme ghiaccio
e fuoco che prende una casa di legno,
un bosco, sono
.                                 soprattutto un argine rotto,
il fiume di emozioni che mi scorre,
sono l’uomo caduto
e in affanno
.                         che ci nuota in mezzo.

*

Alla fine

Gli amori finiscono,
.                                          oppure
assumono altre forme,
nuove esistenze.
Il punto non valicato, la stasi
già in atto
.                     in quel momento
.                                                        diviene vento,
dissemina le carte,
.                                       le sconvolge.
Travolge l’edificio in costruzione,
insieme alla sua zona circostante.
Restano
.                 comunque le mie spiagge,
i tuoi calanchi, qualche
mattone e un messaggio civile
per il compleanno.
.                                       O le parole incise
su qualche foglio,
le notti insonni,
le onde bianche e nere che ho dipinto

e che sono a volte, sai, più forti
.                                                                 di chi non precipita.

_________________________________________

lucianobeniniLuciano Benini Sforza, nato a Ravenna nel 1965, ha studiato presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. Insegna materie letterarie nella scuola pubblica e vive a Marina di Ravenna. Ha curato con Nevio Spadoni l’antologia Le radici e il sogno. Poeti dialettali del secondo ‘900 in Romagna (Faenza, Mobydick, 1996). Si occupa a livello critico soprattutto di poesia, sia in dialetto (specialmente romagnolo) sia in lingua italiana. Come poeta ha pubblicato le seguenti raccolte poetiche: Spazi e colloqui (Pisa, pubblicazione a cura del Gruppo Culturale “Ippolito Rosellini”, 1991), con cui ha vinto il Concorso Nazionale di Poesia “Galileo Galilei”; Le stanze di Penelope (Castel Maggiore, Book, 1995; Premio “San Domenichino”); Viaggio senza scompartimento (Faenza, Mobydick, 1998); Padri a nord-ovest (Villa Verucchio, Pazzini, 2004), opera per la quale gli è stato assegnato il Premio “Vallesenio”; quindi Nel fondo aperto degli occhi (Rimini, Raffaelli, 2010).

Renzo Favaron – Ciò che resta. Su “Notizie dalla necropoli” di Attilio Lolini

Pubblichiamo questo intervento di Renzo Favaron inviato alla redazione dopo la lettura del contributo (e dei commenti) di Piergiorgio Viti, pubblicato qui ieri.

La redazione

Ciò che resta – Su Notizie dalla necropoli di Attilio Lolini, Einaudi, Torino 2005.
di Renzo Favaron

lolini 2L’avvertenza, dopo aver letto Notizie dalla necropoli, è di non fare un’interpretazione in cui si vada a collocare le quattro raccolte – qui riunite – in un rigido quadro storico. E le ragioni per evitare ciò, sono molteplici. A partire dal primo nucleo della scelta antologica, dove una lettura alla lettera, non fosse che per ragioni di convenienza e di cattiva coscienza, porterebbe dritto a vederlo, se così si può dire, come un reliquato degli anni ’70 e ’80. E in effetti l’oggetto di questo nucleo è riconducibile a quel periodo ma, si badi bene, i motivi sottostanti alla poesia di Lolini, già allora, sono stratificati e hanno un’origine lontana. E dovendo suggerire una chiave, quella che appare più immediata, non sembri folle e paradossale, è la poesia religiosa del duecento. Un nome tra tutti: Iacopone.

Come il Todino, così Lolini ci offre in Da una stazione all’altra una visione del mondo degradata, dove l’amore vero è raro se non assente, dove “per i poveri non c’e nessuna storia” e “la miseria deve nascondersi bene”, il tutto espresso senza alcuna remora di fronte al rischio del disprezzo, del rifiuto, della condanna. Poesia, dunque, sciolta da pastoie ideologiche che pure riecheggiano come materia sottoculturale; non solo, ma sintomatiche di un atteggiamento che è quello di chi nega per affermare, di chi mette in primo piano figure minime e marginali per mostrarcene, insieme alla debolezza, il loro lato umano e l’umana partecipazione di colui che ce le mostra. In questo senso Lolini dimostra, qualora ce ne fosse bisogno, quanto sia difficile percorrere la strada della mediocritas. Perché se è rilevabile un’indifferenza di atteggiamento, questa non riguarda certo il poeta. Come quando dice: “…per calmarlo bastava poco/ un sorriso/ diventava bello/ ti faceva vedere l’uccello/ la pelle mangiata/ da uno strano eczema”. Fuori da ogni metafora, l’universo che popola i versi di Lolini è oggetto di un disprezzo che nasce, più che da un evidente distacco dall’amore di/per Dio, dal suo non uniformarsi al gusto borghese, dove non sembra avere effetto la caritas. Efficace, sotto il profilo espressivo, è l’elaborazione di un linguaggio che non deborda negli effetti, né nella tensione iterativa e nemmeno nella sintassi. Anzi, la forza di questo linguaggio è nella compressione, così che la scelta di un registro basso si riverbera per effetto di un’implosione, di qualcosa che ha subito più di un processo sia di assimilazione sia di accomodamento e che alla fine trova la sua misura in formule minime, sentenze, punture di spillo. Valgano qui due versi di Vesto giovane, che potrebbero figurare come epigrafe del novecento (per la drammaticità di alcuni avvenimenti, tra i quali non si può dimenticare la shoah): “Solo i sopravvissuti/ hanno memoria”, dichiara Lolini e attraverso questa strofa lapidaria fagocita illusioni e utopie, così come capta e segnala i vuoti lasciati dalle loro più o meno rumorose cadute e svela i trucchi di un’epoca in cui poco o nulla sembra esserci ancora di dicibile. Eppure, nonostante la durezza del giudizio, a noi Lolini non pare che si aggiri nelle zone del “maledettismo frivolo”, come sottolinea, anche se indirettamente, Vassalli nella postafazione; nemmeno il controcanto di Manacorda, quando parla di “pessimismo frivolo”, correggendo la precedente definizione, ci pare calzante. A rinforzarci in questa convinzione, innanzitutto, è l’impianto musicale che sostiene un po’ tutta la raccolta, tanto che non è raro imbattersi in richiami espliciti a musicisti e alla loro arte; esempi che hanno il significato di forze capaci di resistere, malgrado tutto, all’azione del tempo e al suo inesorabile scorrere.

lolini - notizie dalla necropoliTornando ai testi, ecco una risposta alla presunta frivolezza denunciata: “Mozart chiudeva sempre bene/ puntava soprattutto sul finale/ allegro molto/ presto”, dove si può cogliere anche uno dei tratti caratteristici dell’universo musicale (e, implicitamente, di quello poetico di Lolini), ossia che non sempre alla leggerezza del movimento può corrispondere una leggerezza del tema. Questo contrasto, risolto felicemente dall’autore sul piano stilistico/formale, lascia comunque aperta una questione di non poco conto; nel senso che le formule tanto del “maledettismo” quanto del “pessimismo” appaiono fuorvianti se solo si considera la qualità della grana lessicale di Notizie dalla necropoli, una grana che si è formata con il concreto calarsi nell’infamia della corporeità, nel sordido e nell’abbietto del vivere, depositandosi in modo da non dire più di quanto non sia essenziale. Il poco rimasto, dunque, altro non è che il distillato di un crudo realismo, di un solipsismo che si fa giusto mezzo al di là di una concezione dell’uomo pronta a scorgere ovunque il “male” e il “nemico”, come esemplarmente espresso da questa poesia dedicata a G. Benn: “ti sento come una ferita/ non rimarginata/ un taglio sulla fronte/ ma non scacciarmi/ non restituirmi/ al morto mondo/ starò immerso in te/ finché è possibile/ senza afflizione e gioia”. Dal punto di vista letterario, possiamo ancora notare che il realismo è sostenuto da quella tensione di chi è andato oltre il limite del dicibile, ma non per questo ha deciso di tacere. Contro ogni volontà, del resto, quanto più represse, tanto più la realtà del mondo e la vita si rivelano incancellabili e inesauribili. Lo sviluppo naturale di ciò, con saggia ironia, Lolini lo riassume così: “…ora che il tempo/ è finito/ scrivi la nostra storia/ grazie tante/ parlo ancora/ ti dirò il resto/ mi detesto”. E in questo “mi detesto”, nella sua orgogliosa stringatezza, si esprime la propria irriducibilità e la lucidità di una coscienza decisa a restare vigile, per testimoniare ancora e prolungare sempre lo sguardo anche là dove non si scorge che il buio della necropoli.

Poetarum Silva – the best of – numero zero

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Poetarum Silva nasce nel 2009 con l’intento di dare voce alle diverse strade e possibilità che la poesia contemporanea percorre e sperimenta. Non si può considerare l’impegno espresso da Poetarum Silva qualcosa di diverso dal gruppo che la anima, e che sin dall’inizio ha scelto di darsi un nome, the meltin’ po(e)t_s, e un’identità po-etica dinamica e fondata sulle differenze e – perché no?! – sulle divergenze che ogni singolo membro redattore quotidianamente fa confluire nel calderone delle proposte e delle risorse culturali da offrire ai nostri lettori. A chiusura di questo suo terzo e felice anno di attività, la Redazione ha deciso di raccogliere una selezione di articoli – una sorta di the best of – in un unico file pdf scaricabile e stampabile. Questo nuovo esperimento che, come direbbe il caro Troisi ricominciando da tre definiremo numero zero, verrà mensilmente riproposto nel corso del prossimo 2013 in formato chiaramente ridotto.
Con la speranza che vogliate considerare questa raccolta come un simbolo attraverso il quale la Redazione augura a tutti voi un Sereno Anno a venire, vi ringraziamo per l’affetto, i commenti, la partecipe lettura che giornalmente rinnovano in noi il senso e lo stimolo per resistere al soffocante silenzio culturale che vorrebbe estinguere l’ultimo baluardo di libertà che l’arte, in ogni sua espressione, rappresenta.
In ultimo, approfitto di queste poche righe per rinnovare ad ogni singolo amico e redattore del passato e attualmente presente tra le pagine di questo movimento culturale, il mio ringraziamento e la mia stima più sincera.
Felice Rinascita a ognuno di voi.
nc

Di là dal bosco (dal blog: Fiabe di Francesca Matteoni)

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Di là dal bosco – Edizioni Le voci della luna – 2012

L’introduzione di Francesca Matteoni

Dove tornano i mondi immaginari

 

“Ci aiuta a vedere il mondo reale / visualizzare un mondo fantastico” ha scritto il poeta americano Wallace Stevens. Il mondo fantastico in cui ci spingiamo ha un rapporto di prossimità con il nostro contingente, avviene in quel luogo dove l’altrove, preconizzato più che manifesto, si incontra con la comune quotidianità – il noto si confonde con l’ignoto, in una zona di confine che non separa affatto, ma si lascia più volte attraversare.
Su questi margini nascono, si addensano le storie.
Su questa vaga frontiera un piede è ben saldo nell’ordinario, l’altro si avventura in una terra interiore. Quale dei due terreni è più stabile, più reale? Ogni nuovo viaggiatore avrà al riguardo la sua opinione. Noi preferiamo indugiare ancora un poco in quello spazio marginale che definisce l’attesa. Attendiamo di addentrarci o di uscire dal bosco. Il rintocco della mezzanotte o un passo straniero. Un animale che ci guidi nell’intrico dei roveti o sulla gigantesca superficie del mare.
Della sostanza di questa attesa sono fatte le fiabe. La loro ricchezza di situazioni magiche, straordinarie e al tempo stesso l’indeterminatezza dei loro scenari ridotti ai nomi comuni – la foresta, il villaggio, il palazzo del re – ne fanno perfetta materia simbolica, esemplificativa di un viaggio esperienziale. Così le fiabe restano nell’immaginario collettivo, anche se non le abbiamo lette, se nessuno ce le ha raccontate da bambini o abbiamo un’idea approssimativa di  chi siano Basile, Perrault, i Grimm, Andersen o Afanasev, per citare i più importanti tra gli autori delle fiabe letterarie. Permangono non tanto per la loro presunta antica origine orale, questione tanto dubbia quanto dibattuta in campo accademico,[1] quanto per la loro capacità di riprodursi da almeno due secoli, trasformandosi fin nella contemporaneità. Che elementi di variegate tradizioni orali sopravvivano congiunti al genio e all’inventiva letteraria degli autori, è in questo senso secondario rispetto all’impatto sulla sensibilità, la fantasia e perfino la memoria di chi nuovamente le incontra. Una fiaba ci immerge in un mondo familiare, improvvisamente ostile o meraviglioso, chiede al suo lettore di guardare sempre un po’ oltre e molto dappresso, qualsiasi cosa accada – di abbeverarsi alla fonte della propria speranza.
Convinta di questo e da sempre innamorata dell’universo fiabico ho deciso, nell’anno che celebra il bicentenario di quel primo volume di ottantasei fiabe a firma dei Fratelli Grimm, di coinvolgere scrittori e blogger in un esperimento online, aprendo, circa un anno fa, il blog FIABE e chiedendo ad ognuno di ripercorrere tramite l’esperienza personale una fiaba, classica o proveniente dalla tradizione locale. L’esperimento non è nuovo: nel 1998 esce Mirror, Mirror on the Wall: Women Writers Explore Their Favorite Fairy Tales, curato dalla scrittrice Kate Bernheimer, in cui note scrittrici come A.S. Byatt, Margaret Atwood o Joyce Carol Oates, tornano sui sentieri delle loro fiabe preferite. Ero tuttavia molto curiosa di vederne i risultati in ambito italiano, dove la fiaba è meno frequentata rispetto a contesti nordeuropei o americani, e, soprattutto, rivolgendomi ad autori nati grossomodo tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta – un arco generazionale più a contatto con la disneyficazione del fiabesco, o con la sua diffusione tramite altri media diversi dal libro, come le audiocassette Fabbri delle Fiabe Sonore.
Sono arrivati così I musicanti di Brema, vecchi animali malandati, non voluti eppure ancoracon una loro sorte bizzarra da assolvere o fallire, traslocati in una biblioteca di paese nell’Appennino tosco-emiliano di Azzurra D’Agostino; la pericolosità e il richiamo del desiderio, dell’essere altro da sé e in questo smarrirsi, nelle Scarpette rosse di Marilena Renda; una Cenerentola non più sottomessa, ma liberata nella lettura vendicativa di Marco Simonelli, che rende alla fiaba la sua giusta crudeltà; la  Cappuccetto Rosso gioiosa  di Renata Morresi, che si ribella in fuga da tutte le esistenze, le punizioni e le assoluzioni che le sono state attribuite; il conflitto femminile, ma sotto il patronato maschile da cui non c’è scampo, che volge inevitabilmente una donna nella sua rivale, della Biancaneve di Cristina Babino; la sopravvivenza e l’affermazione individuale, attraverso mascheramenti che la portano dall’umiliazione al riscatto, della Pelle d’Asino di Francesca Bertazzoni; il sonno protettivo, epifanico della Rosaspina chiusa in un bosco di rovi, come in una camera infantile, di Franca Mancinelli; la Raperonzolo sapiente e selvatica di Patrizia Dughero in cui si riflettono altre donne fantastiche, da Melusina alle Agane dell’Italia nord-orientale. E ancora il mistero dell’altro bestiale in cui si riconosce la Bella di Mariasole Ariot, disarmata, più che guidata, dalla figura paterna; il disvelamento di tutte le apparenze e il perdurare del mistero, in ciò che del reale si percepisce, ne Il guardiano dei porci di Viviana Scarinci; una fiaba segreta di luce e ignoranza, nel gelo nudo de La chiave d’oro di Tiziana Cera Rosco; o la vicenda de Il tenace soldatino di stagno di Mariagiorgia Ulbar, soldato vero stavolta, che si ripara dalla follia della guerra nella scrittura di un diario. Gianni Montieri e Lidia Riviello si confrontano con la leggenda del Pifferaio Magico, portata nel nostro più immediato e cogente contesto attuale, concentrandosi l’uno sulla prospettiva dei bambini, qui piuttosto adolescenti inquieti, e sulla musica perduta, così come sulla dimensione sognante dell’infanzia; l’altra sulle bugie e gli inganni sciagurati del sindaco della città-paese, che caccia da sé la gioventù e quindi la possibilità di cambiare, diventare migliori perfino. C’è anche chi ha scelto fiabe meno note al grande pubblico, mutuate dalla tradizione popolare italiana: così Chiara Catapano spedisce tre cartoline da Sassolungo, vetta delle Dolomiti che si confonde nella fisionomia di un gigante ladro e bugiardo; mentre Vanni Santoni si cimenta con le variazioni orali e la censura subita in ambito familiare dalla Capra ferrata, spauracchio rimesso in riga da un uccellino linguacciuto. Non fiaba, ma ricca di elementi fiabeschi e assimilata, al pari di altre avventure per l’infanzia, dall’immaginazione occidentale come qualcosa che è “sempre stato lì”, incontriamo anche la Dorothy de Il mago di Oz, rapita o tratta in salvo dalle scimmie volanti nel racconto di Paolo Triulzi. Infine due celebri gatti che diventano a loro modo la parte migliore dell’umano: la partenopea Gatta Cenerentola,  che si mescola al ricordo infantile di  Giovanni De Feo dell’amore per “l’altro” animale, più caro nella sua pelliccia che non nell’abito sociale della famosa ragazza coperta di cenere prima, di ricchezze poi; e la scaltrezza de Il gatto con gli stivali di Vincenzo Bagnoli, maestro dell’invenzione di sé, rocambolesca, rischiosa, temeraria, che permette il ribaltamento ironico del mondo come dei destini – permette al futuro di dover essere ancora sognato.
Le vie fantastiche del blog si sono incrociate con il laboratorio di poesia condotto da Elisa Biagini proprio attorno ad una fiaba dei fratelli Grimm, Hänsel e Gretel, cui io stessa ho dedicato il mio scritto. Per due giorni i dieci partecipanti hanno accettato di perdersi nel bosco come i due bambini, recuperando indizi, la strada di casa, in forma di tracce poetiche, qui incluse nella sezione finale.
Oggi le fiabe fino ad ora raccolte diventano un piccolo libro, un talismano per ripensarci bambini, tornare a quel primo afflato, slancio verso le cose, consapevoli del tremendo che ci circonda come della sorpresa, capaci soprattutto di immaginare il passo successivo, fuori dalla foresta, dal castello, dalla pelle malconcia, dagli stivali vecchi, dalla cenere, dal tornado, dalla neve, dal naufragio, dalle calzature strette, dalla montagna, dal cumulo di neve, dalla stia, dalla lingua attorcigliata – a casa.


[1] Si vedano ad esempio i libri di Ruth Bottigheimer, Fairy Tales. A New History (State University of New York, 2009) e il più recente di Willem de Blécourt, Tales of magic, tales in print. On the genealogy of fairy tales and the Brothers Grimm (Manchester University Press, 2012).

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Elenco Autori

Mariasole Ariot, Cristina Babino, Vincenzo Bagnoli, Francesca Bertazzoni, Chiara Catapano, Tiziana Cera Rosco, Azzurra D’Agostino, Giovanni De Feo, Patrizia Dughero, Franca Mancinelli, Francesca Matteoni,  Gianni Montieri, Renata Morresi, Marilena Renda, Lidia Riviello, Vanni Santoni, Viviana Scarinci , Marco Simonelli , Paolo Triulzi, Mariagiorgia Ulbar.

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Dal laboratorio di poesia Hansel e Gretel a cura di Elisa Biagini testi di:

Paola Ballerini, Katia Ferri, Andrea Gigli, Liliana Grueff, Jacopo Ninni, Caterina Pardi, Brenda Porster, Marco Simonelli, Davide Valecchi, Annarita Zacchi.

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Copertina e illustrazioni di Nicoletta Ceccoli

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