Di Annachiara Atzei
Ogni parola pronunciata è perduta. Intorno a questa idea suggestiva prende avvio la poetica di Ida Travi, che fa eco ai suoni della sua prima infanzia, quasi privi di appigli, liberi, nudi. Da allora in poi il verso detto a voce alta e il verso scritto si richiamano e si rincorrono – l’uno rinasce nell’altro senza mai elidersi a vicenda. Nel suo ultimo lavoro pubblicato per Vallecchi dal titolo Tempo, l’autrice dà prova del suo modo di intendere la poesia e, in generale, la scrittura, dando vita a un’opera quasi sperimentale, che mescola gli stili e gli sguardi, come in un attraversamento di visioni e dei periodi della sua lunga produzione letteraria. Tempo, infatti, contiene numerosi riferimenti al passato, in particolare a I Tolki, tra i suoi libri più noti: un racconto in episodi, un’epica contemporanea che sfugge al tempo e lo crea, lo attraversa e lo eterna. Ma c’è soprattutto un fatto, in Travi: “Bisognava che il tempo passasse davvero su di me perché l’opera prendesse corpo”, racconta in questa intervista, quasi a dire che solo ciò che ci riguarda davvero – che vive in noi – può, a un certo punto, trasformarsi in poesia.

Tempo, appena pubblicato per Vallecchi, è un libro quasi sperimentale: si tratta di un testo ibrido che comprende prose poetiche, versi, riflessioni sul senso dello scrivere, riferimenti alla filosofia, alla cultura greca, ai modi di essere della lingua e del linguaggio. È così?
Si, è così. Con il piccolo libro Tempo come in corsa ho riattraversato un periodo lungo mezzo secolo e me ne sono resa conto solo nel procedere: ho cominciato a scrivere a metà degli anni Ottanta, passando dalla narrativa, alla prosa saggistica, alla poesia: erano forme diverse ma si richiamavano una con l’altra e tendevano a una specie di vita in comune. Scrivendo Tempo nella primavera del 2026 ho ripercorso quei periodi del passato e ho cercato di comprimerli nella scrittura, fino a ritrovarmi nell’oggi. Tento una cronistoria: all’inizio del mio scrivere intravedo un periodo greco: era la fine degli anni Novanta e cominciai a trattare la parola come se fosse molto antica, ancora tutta immersa nella sua forma orale. Fu in questa logica che cominciai a riflettere sul rapporto tra oralità e scrittura, e fu così che prese corpo L’aspetto orale della poesia. Seguirono presto due raccolte poetiche dichiaratamente calate in questa dimensione greca: La corsa dei fuochi, ispirata all’Orestea di Eschilo, e NeoAlcesti ispirata all’Alcesti di Euripide. Passò poco tempo, forse una primavera, e mi ritrovai presto a scrivere una drammaturgia, Diotima e la suonatrice di flauto, praticamente un copione, appunti presi per una messa in scena con evidenti rimandi alla struttura della tragedia, così come l’aveva tracciata Aristotele nella sua Poetica. Sì, volevo scrivere anch’io una piccola tragedia e nacque in questo desiderio Diotima e la suonatrice di Flauto uno scritto per il teatro. Se ne trova ancora qualche copia in giro (1). In questo breve scritto l’azione drammaturgica si ricollega idealmente al Simposio di Platone, V secolo a. C, e la scena si apre proprio nel momento in cui la flautista, unica donna presente nella sala del Simposio, viene allontanata per consentire agli uomini lì riuniti di parlare liberamente dell’amore. Ma che succede alla ragazza una volta uscita dalla sala della filosofia? Che fine ha fatto? Per quanti secoli dovrà restare fuori? Pensavo: è così che si scompare dalla storia? Volevo scriverne in forma di tragedia, e così ho fatto: la ragazza allontanata è tornata in scena. Era il 2006, Diotima e la suonatrice di flauto è stato rappresentato dal Teatro Laboratorio alla Palazzina Liberty, a Milano, e nel tempo più volte replicato a Verona.

Qual è la relazione tra Tempo e I Tolki, la tua precedente pubblicazione? Vorresti raccontarci come si legano le due opere ma soprattutto come i Tolki – questi personaggi che definisci sovrastorici, vaganti e smemorati – stanno nel tempo? Cosa significa che ne sono il “puro sintomo”?
I Tolki (2) sono una mitopoiesi, un lungo racconto in episodi. Sono un’epica contemporanea ma esistono attraverso un tempo indefinito. Del mito greco conservano il concetto seriale, il ritmo episodico, rapsodico, e l’impronta orale, ma rimandano a un’esperienza di futuro: attraverso la serie, di libro in libro, i piani temporali – passato-presente-futuro – si legano in modo così stretto che i secoli si confondono, le epoche si sovrappongono, e non è dato capire se qualche catastrofe è già avvenuta o sta per avvenire. Postumani o pre-apocalittici i Tolki vivono una loro strana forma d’istantaneità calata in un tempo così lungo e così compresso da sembrare un’eternità: flash, zoom, attimi. Sotto i nostri occhi le parole sulla pagina si muovono appena appena come lancette d’un orologio. I Tolki, dico spesso, sono puri sintomi del tempo: e così dicendo cosa intendo? un sintomo è una manifestazione, è l’elemento visibile di un’alterazione in atto: la poesia e il tempo non sanno dire quale sia l’alterazione ma riescono a tracciarne i sintomi.
Il fatto che la stesura de I Tolki abbia richiesto parecchi anni di lavoro coincide con il concetto di “opera aperta” al quale fai riferimento nell’ultimo libro?
Opera aperta? Forse. Un’opera aperta rimane aperta a ogni esito, e a ogni interpretazione. In effetti la serie dei Tolki con le sue digressioni, i suoi rimandi, le sue ripetizioni e la sua forma frammentata, sembra destinata a non concludersi mai: eppure è proprio in ciascuno dei Tolki, è proprio in ciascuno di questi esseri che s’intravede un mondo intero e il suo contrario. Non so dire, ma è come se i Tolki ricreassero in chi legge una storia saltata per aria: essere in un luogo, essere in un altro luogo, star lì nel capannone, incalzare Inna, chiamare Usov, Antòn, vederli andare su e giù per il campo, accendere il fuoco, impugnare la vanga… certo è un luogo, certo è un mondo, eppure non c’è nessuno, lì, in quell’attimo.

Cos’è, invece, l’opera-mondo? In che modo riguarda le tue opere?
Nella mia idea un’opera-mondo è un’opera che crea appunto un mondo e su quel mondo si conclude. Gli otto libri dei Tolki sono libri che si reggono uno sull’altro. Fanno mondo proprio mentre fanno una dichiarazione d’indipendenza e tracciano una scappatoia. Bisognava che il tempo passasse davvero su di me e sul campo-letteratura perché l’opera prendesse corpo e si facesse mondo: ogni accelerazione sarebbe stata un imbroglio. Nulla doveva rimpicciolire dentro le parole, serviva, anzi, serve tempo per esistere.
Il tempo ha a che fare anche con il linguaggio. Cosa intendi quando affermi che il primo consuma e rinnova il secondo?
Ogni parola pronunciata è perduta: passa il tempo nell’attimo della pronuncia, e subito segue una parola nuova, sempre nuova, anche se milioni di volte pronunciata.
La parola detta e la parola scritta appartengono quasi a due campi sensoriali diversi, sia per chi la pronuncia e la scrive, sia per chi la ascolta o la legge. Cosa le accomuna? Quando e perché hai scelto di dire i tuoi versi in pubblico staccandoti dal libro?
Questo mio approccio con la parola pronunciata è cominciato nella prima infanzia quando per un certo periodo ho vissuto tra i contadini d’una cascina lombarda: nessuno di loro sapeva scrivere, imparavo dalla voce, dai suoni. Sembra impossibile ma quei contadini a inizio anni Cinquanta, erano ancora analfabeti: in quegli anni in alcune zone della campagna i documenti si firmavano davanti a un testimone mettendo una croce al posto del nome. Fu un breve periodo ma la mia formazione in quel luogo non aveva appigli: la mia immaginazione cresceva solo al suono delle parole. Non c’era graphia, nessun giornale, nessun libro, niente di scritto. La vita in quella cascina durò poco e mi ritrovai presto a vivere a Milano, diventai cittadina. Vennero così gli anni dello studio, il tempo della complessità, e arrivò anche il momento della poesia. In realtà il rapporto con le parole cambiò poco: scrivevo, sì, ma continuavo a riportare i versi a memoria ripetendo a me stessa: per scrivere non c’è affatto bisogno di cancellare la voce.
Tu dici che la poesia nasce nel sospetto di ciò che accade. Quasi che la pratica poetica possa confinare anche con il magico e abbia effetto, in prospettiva, sul reale. La parola può, come in certe culture arcaiche – penso, ad esempio, alla cultura sarda – legarsi al rito? Può incidere su memoria e futuro?
Certo la parola si lega al rito, la parola pronunciata è il nostro sortilegio, a tratti sottile fino al semplice respiro. Parlando non facciamo che passare il testimone. La tradizione sarda incarna bene questa viandanza tra oralità e scrittura. L’arcaico, il magico e il tempo in atto rivivono in noi attraverso il desiderio, il sogno e la parola pronunciata. Per Karl Jasper la parola è una cifra, l’intero mondo è un linguaggio cifrato e tutto rimanda ad altro. Si tratta di un compito praticamente infinito. Sì, il linguaggio buca il tempo in più direzioni, e ciascuno di noi nasce arcaico, ciascuno di noi – solo vivendo – fa tragitti millenari, attraversamenti secolari… su questo non ho dubbi.

Note:
(1) Diotima e la suonatrice di flauto Baldini Castoldi Dalai, 2005
(2) I primi cinque libri dei Tolki sono editi singolarmente da Moretti&Vitali, i successivi tre sono editi da Edizioni Volatili con la cura di Giorgiomaria Cornelio e le partiture visive di Giuditta Chiaraluce. L’ Edizione integrale è edita da Il Saggiatore, 2024
Ida Travi (Cologne, 1948) è una poetessa italiana, autrice di numerose raccolte poetiche, di saggi e di testi per la musica e il teatro.
In copertina: Georges Lacombe, Raccoglitrici di castagne, 1894

