Tra il desiderio dell’assoluto e l’esperienza della dissoluzione, la poesia di Catherine Pozzi attraversa i territori dell’amore, della mistica e della morte. Sei liriche, composte negli anni della malattia e pubblicate quasi interamente postume, restituiscono la voce di un’autrice tra le più enigmatiche del Novecento francese. Con questo contributo di Sara Vergari ne ripercorriamo la vicenda biografica e poetica, proponendo le traduzioni delle sue sei poesie.
Di Sara Vergari
Catherine Pozzi nasce il 13 luglio del 1882 da una famiglia dell’alta borghesia parigina di fine secolo. Il padre è il celebre professore di ginecologia Samuel Pozzi e, nei salotti della madre Thérèse Loth-Cazalis, frequenta sin da bambina figure quali Jean Lorrain e Sarah Bernhardt. Dall’età di dieci anni e fino ai venti tiene un diario dai toni impulsivi e drammatici, tipici del periodo in questione: «Scrivendo queste pagine volevo che restassero non come un esempio di stile, ma come un documento psicologico su quello che poteva essere lo stato d’animo di una giovane ragazza, quello che sentiva, le sue sofferenze, i suoi pensieri» (Journal de jeunesse 1893-1906, Verdier, 1995). Emerge in queste pagine di diario il tentativo di mettere l’accento sull’incomprensione e l’indifferenza degli adulti verso i giovani, ritenuti spesso incapaci di raziocinio, e invece degni di attenzione anche in virtù del loro profondo, autentico, sentire, non a caso l’identità di Pozzi è stata segnata da drammatiche crisi religiose, familiari e sentimentali vissute proprio nell’adolescenza. A ventisei anni accetta di sposarsi con Édouard Bourdet, amico di famiglia, e dal matrimonio nasce nel 1909 il figlio Claude. Ben presto però si rende conto di doversi allontanare da quest’unione senza amore, e la separazione, unita al comparire dei primi sintomi di tubercolosi, divengono i temi del diario dell’età adulta, scritto a partire dal 1913 (Journal 1913-1931, Ramsay, 1987). Verso la fine della guerra si sposta con la madre a Montpellier e apprende dai giornali dell’uccisione del padre, rimasto a Parigi e assassinato nel 1918 da un suo paziente. La Grande Guerra le porta via anche André Fernet, magistrato e nuovo compagno. Nel 1920 accade però qualcosa che ne influenzerà profondamente il vissuto: incontra Paul Valery, il suo “très haute amour” e allo stesso tempo il suo “enfer”, con cui instaurerà per gli otto anni a venire un legame amoroso e intellettuale totalizzante, fatto di scambi e di inquietudini che porteranno Pozzi a sentire di avvicinarsi a quell’assoluto che aveva sognato nella sua adolescenza (la corrispondenza trai due è pubblicata in La Flamme et la Cendre: correspondance, Gallimard, 2006).
Tra il 1924 e il 1925, con l’acuirsi della tubercolosi e altri gravi problemi di salute, scrive le prime poesie in lotta tra la vita e la morte. Nel 1927 pubblica sulla Nouvelle revue française il racconto autobiografico Agnès, che una parte della critica attribuì a Paul Valery, cadendo in quel pregiudizio che infinite volte ha colpito le artiste. Anche in virtù di questo Pozzi percepisce la pericolosità di stare accanto al poeta, sposato e amante della mondanità, e nel 1928 la loro relazione si interrompe. A partire da questo momento perde anche ogni contatto con i salotti e con la società intellettuale parigina, sprofondando in una feroce solitudine. Sempre più malata, Pozzi si prepara a quello che chiama l’innombrable sommeil, e nel 1934 muore all’età di cinquantadue anni.

Venendo quindi alle poesie, scritte a partire dal 1926, sono pubblicate tutte postume ad eccezione di una, Ave, pubblicata sulla Nouvelle revue française nel 1929. I testi che aveva lasciato da pubblicare sono sei, usciti nel 1935 sulla rivista Mesures. In questa raccolta troviamo il saluto Ave e l’addio Vale, Scopolamine, il nome del sedativo usato per placare il dolore causato dalla malattia, Nova, il nome di una stella la cui luminosità esplode prima di spegnersi, Maya, l’antico popolo a cui sente di appartenere in modo originario e infine Nyx, la notte. L’ultima edizione francese, Très haut amour (Gallimard, 2002), include inoltre una selezione di poesie ritrovate tra le carte di Pozzi, oltre alle traduzioni da Stefan George, qualche testo di prosa poetica e degli estratti dal diario e da Peau d’Âme, un saggio poetico-filosofico (Corrêa, 1935). La poesia di Pozzi si fonda certamente su una subitanea ispirazione visionaria e mistica, che coglie l’artista nei momenti più oscuri, quelli in cui maggiormente è messo alla prova con la vita; ecco perché la sofferenza è l’altra cifra tanto estetica quanto biografica di tale poetica, colpita dalla malattia e dalle sostanze stupefacenti assunte per placare il dolore. La tensione all’assoluto ricercata da Pozzi in queste poesie amorose va oltre il rapporto con Valery, sebbene vissuto anch’esso tra forti picchi di tensione emotiva, e si costituisce come movimento verticale ora in ascesa, verso una dimensione divina, ora in discesa, verso i reconditi dell’umano. La ricerca di certi eccessi, così come la condizione di solitudine e marginalità in cui Pozzi si trova nel periodo di redazione delle liriche, sembra richiamare un certo decadentismo francese dei poeti maledetti. Ogni esperienza, compreso l’amore, conduce per Pozzi all’autodistruzione e al dissolvimento, come dimostrano le sei liriche qui tradotte. E tuttavia, questo disperdersi non coincide necessariamente con un atteggiamento nichilistico, ma risulta piuttosto un tentativo di approssimazione a un diverso modo di vivere, più autentico e a contatto con il Tutto.

Si propone di seguito una traduzione inedita dell’intera plaquette composta delle sei poesie lasciate da Catherine Pozzi come le uniche da pubblicare
Ave
Très haut amour, s’il se peut que je meure
Sans avoir su d’où je vous possédais,
En quel soleil était votre demeure
En quel passé votre temps, en quelle heure
Je vous aimais,
Très haut amour qui passez la mémoire,
Feu sans foyer dont j’ai fait tout mon jour,
En quel destin vous traciez mon histoire,
En quel sommeil se voyait votre gloire,
Ô mon séjour…
Quand je serai pour moi-même perdue
Et divisée à l’abîme infini,
Infiniment, quand je serai rompue,
Quand le présent dont je suis revêtue
Aura trahi,
Par l’univers en mille corps brisée,
De mille instants non rassemblés encor,
De cendre aux cieux jusqu’au néant vannée,
Vous referez pour une étrange année
Un seul trésor
Vous referez mon nom et mon image
De mille corps emportés par le jour,
Vive unité sans nom et sans visage,
Cœur de l’esprit, ô centre du mirage
Très haut amour.
Ave
Amore assoluto, se accadrà che io muoia
Senza aver saputo da dove scorgerti,
In quale sole risiedeva la tua dimora
In quale passato il tuo tempo, in quale ora
Io ti amavo,
Amore assoluto ed eterno,
Fuoco senza focolaio dove ho sostato fino all’ultimo giorno,
In quale destino hai tracciato la mia storia,
In quale sonno si rivelava la tua gloria,
Oh mia dimora…
Quando mi sarò persa
E poi scomparsa nell’abisso infinito,
Infinitamente, quando sarò spezzata,
Quando il presente che ora mi disegna
Verrà meno,
Disintegrata in mille corpi dall’universo,
Dai mille istanti non ancora riallacciati
Dalla cenere dissolta nei cieli fino al nulla
Ricomporrai in un tempo misterioso
Un solo tesoro
Ricomporrai il mio nome e la mia immagine
Dai mille corpi portati via dal giorno,
Vitale unità senza nome e senza viso,
Cuore pulsante dello spirito, oh acme del miraggio,
Amore assoluto.
*
Vale
La grande amour que vous m’aviez donnée
Le vent des jours a rompu ses rayons —
Où fut la flamme, où fut la destinée
Où nous étions, où par la main serrée
Nous nous tenions
Notre soleil, dont l’ardeur fut pensée
L’orbe pour nous de l’être sans second
Le second ciel d’une âme divisée
Le double exil où le double se fond
Son lieu pour vous apparaît cendre et crainte,
Vos yeux vers lui ne l’ont pas reconnu
L’astre enchanté qui portait hors d’atteinte
L’extrême instant de notre seule étreinte
Vers l’inconnu.
Mais le futur dont vous attendez vivre
Est moins présent que le bien disparu.
Toute vendange à la fin qu’il vous livre
Vous la boirez sans pouvoir être qu’ivre
Du vin perdu.
J’ai retrouvé le céleste et sauvage
Le paradis où l’angoisse est désir.
Le haut passé qui grandit d’âge en âge
Il est mon corps et sera mon partage
Après mourir.
Quand dans un corps ma délice oubliée
Où fut ton nom, prendra forme de cœur
Je revivrai notre grande journée,
Et cette amour que je t’avais donnée
Pour la douleur.
Vale
Il grande amore che mi hai dato
Il vento dei giorni ha spento la sua luce –
Dove fu la fiamma, dove il fato
Dove eravamo noi, dove ci tenevamo
Stretti per mano
L’ardore del sole fu pensato per noi
La consapevolezza di essere senza pari
Il secondo cielo di un’anima divisa
Il doppio esilio dove il doppio si fonde
La Sua dimora ti appare cenere e timore
I tuoi occhi non l’hanno riconosciuta
L’astro ammaliante che distoglie
L’estremo attimo del nostro unico abbraccio
Verso l’ignoto
Ma il futuro che ti aspetti di vivere
Pesa meno di quanto hai lasciato indietro.
Di ogni vendemmia che ti concederà
Non ti ubriacherai
Che del vino perso.
Ho ritrovato la dimensione celeste e selvaggia
Il paradiso dove l’angoscia si fa desiderio.
L’antico passato che si rinforza di era in era
È il mio corpo e sarà il mio dono
Dopo la morte.
Quando la mia gioia dimenticata in un corpo
Che portò il tuo nome prenderà forma d’amore
Rivivrò la nostra grande stagione,
E questo amore che ti avevo dato
Per il dolore
*
Scopolamine
Le vin qui coule dans ma veine
A noyé mon coeur et l’entraîne
Et je naviguerai le ciel
A bord d’un coeur sans capitaine
Où l’oubli fond comme du miel.
Mon coeur est un astre apparu
Qui nage au divin nonpareil.
Dérive, étrange devenu!
O voyage vers le Soleil—
Un son nouvel et continu
Est la trame de ton sommeil.
Mon coeur a quitté mon histoire
Adieu Forme je ne sens plus
Je suis sauvé je suis perdu
Je me cherche dans l’inconnu
Un nom libre de la mémoire.
Scopolamine
Il vino che scorre nella mia vena
Ha distrutto il mio cuore e lo trascina via
Così navigherò il cielo
A bordo di un cuore senza capitano
Dove l’oblio ha il sapore del miele.
Il mio cuore è un astro manifesto
Che nuota verso il divino ineguagliabile.
Alla deriva, ora che sei diventato imperscrutabile!
Oh viaggio verso il Sole –
Un suono nuovo e perpetuo
È la trama del tuo sonno.
Il mio cuore ha abbandonato la mia storia
Addio Forma, non più sento
Sono salva sono perduta
Mi cerco nell’ignoto
Un nome privo di memoria.
*
Nova
Dans un monde au futur du temps où j’ai la vie
Qui ne s’est pas formé dans le ciel d’aujourd’hui,
Au plus nouvel espace où le vouloir dévie
Au plus nouveau moment de l’astre que je fuis
Tu vivras, ma splendeur, mon malheur, ma survie
Mon plus extrême cœur fait du sang que je suis,
Mon souffle, mon toucher, mon regard, mon envie,
Mon plus terrestre bien perdu pour l’infini.
Évite l’avenir, Image poursuivie !
Je suis morte de vous, ô mes actes chéris
Ne sois pas défais toi dissipe toi délie
Dénonce le désir que je n’ai pas choisi.
N’accomplis pas mon jour, âme de ma folie, —
Délaisse le destin que je n’ai pas fini.
Nova
In un mondo futuro di cui conosco la via
Che non è figlio di questo cielo,
Sotto un rinnovato cosmo dove il volere s’incrina
Sotto il rinnovato tempo dell’astro che fui
Tu vivrai, mia meraviglia, mia sventura, mia sopravvivenza
Mio cuore sangue del mio sangue,
Mio respiro, mio tocco, mio sguardo, mio desiderio,
Mio più caro bene terreno sacrificato per l’infinito.
Evita l’avvenire, così tanto ricercato!
Sono morta per te, oh le mie azioni amorevoli
Non farti vincere, disperditi, liberati
Annuncia la volontà che io non sostenni.
Non portare a termine il mio tempo, anima della mia follia, –
Abbandona quel destino che non ho portato a termine
*
Maya
Je descends les degrés de siècles et de sable
Qui retournent à vous l’instant désespéré
Terre des temples d’or, j’entre dans votre fable
Atlantique adoré.
D’un corps qui ne m’est plus que fuie enfin la flamme
L’Âme est un nom chéri détesté du destin —
Que s’arrête le temps, que s’affaisse la flamme,
Je reviens sur mes pas vers l’abîme enfantin.
Les oiseaux sur le vent dans l’ouest marin s’engagent,
Il faut voler, bonheur, à l’ancien été
Tout endormi profond où cesse le rivage.
Rochers, le chant, le roi, l’arbre longtemps bercé,
Astres longtemps liés à mon premier visage,
Singulier Soleil de calme couronné.
Maya
Scendo scale di secoli e di sabbia
Che riconducono a te nell’attimo disperato
Terra di templi d’oro, entro nel tuo mito
Atlantico adorato.
Di un corpo che più non mi appartiene, che la fiamma
Infine ha spento
L’Anima è un caro nome detestato dal destino –
Che si fermi il tempo, che si allenti la trama,
Ritorno sui miei passi verso l’abisso originario.
Gli uccelli sul vento marino dell’Ovest
Si incamminano,
Bisogna volare, se si ha fortuna, verso l’antica estate
Ciascuno nel sonno profondo dove termina la riva
Rocce, canti, re, alberi cullati da tempo,
Astri a lungo somiglianti alla mia prima sembianza,
Sole miracoloso coronato di calma
*
Nyx
À Louise aussi de Lyon et d’Italie
O vous mes nuits, ô noires attendues
O pays fier, ô secrets obstinés
O longs regards, ô foudroyantes nues
O vol permis outre les cieux fermés.
O grand désir, ô surprise épandue
O beau parcours de l’esprit enchanté
O pire mal, ô grâce descendue
O porte ouverte où nul n’avait passé
Je ne sais pas pourquoi je meurs et noie
Avant d’entrer à l’éternel séjour.
Je ne sais pas de qui je suis la proie.
Je ne sais pas de qui je suis l’amour.
Nyx
A Luisa, anche lei di Lione e dell’Italia
Oh mie notti, nere attese
Oh paese fiero, segreti ostinati
Oh sguardi penetranti, nubi ammutolenti
Oh volo concesso oltre i cieli inaccessibili.
Oh immenso desiderio, sorpresa diffusa
Oh bel cammino dell’anima appagata
Oh peggior male, grazia discesa
Oh porta spalancata mai oltrepassata
Non so perché muoio e mi perdo
Prima di accedere all’eterna dimora.
Non so di chi io sia preda.
Non so di chi io sia l’amore.
Traduzione a cura di Sara Vergari
In copertina: Giuseppe De Nittis, Intorno al paralume, 1883

