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La melassa – Stagione 3, ep. 9: Bram Stoker’s Dracula

Rubrica a cura
di Annachiara Mezzanini


Le tenebre invocano un nome.
Dal buio dello schermo – oscurato ulteriormente dal sole del giorno, che ne cancella i connotati e sovrappone il mio contorno al volto degli attori – emerge una voce prima ancora che un’immagine. Il racconto della fine del mondo, della fine di un Impero, della fine di una vita mi attira, non mi spaventa. Avverto il desiderio di essere altrove, persa tra quei giorni, forse esistiti, forse solo immaginati, che posso toccare allungando una mano verso il televisore, scontrandomi con il suo freddo vetro opaco. Rimango appesa tra i miei pensieri e il volto della protagonista assume d’improvviso uno sguardo che conosco.

Le tenebre invocano un nome, il mio. Bevo le scene, mi nutro degli sguardi fittizi ma che, dentro di me, hanno avuto un tempo e un corpo. Il filo della storia lo conosco ormai a memoria: durante tutto l’autunno precedente mi ero portata appresso la mia copia dell’economica Feltrinelli, ovunque. Ricordo ancora le lettere di Mina, lette sul sedile posteriore della macchina di mia madre, in una delle ultime gite in giornata nella vecchia casa in montagna. E le pagine che, a forza di sfogliarle, si sono staccate dalla loro costa morbida e si sono perse dentro borse e lungo infiniti pomeriggi adolescenziali. Le immagini che mi ero creata di quelle anime dannate hanno cominciato a confondersi fino a fondersi con i profili dei loro interpreti sul grande schermo. La vita che si rincorre lungo i secoli, riconoscendosi ogni volta; un’amicizia che vacilla e si mescola sotto la pioggia; gli ampi abiti di tulle rosso e i veli ingioiellati con perle e merletti chiusi dentro a una bara; la bellezza diafana e scomposta delle mogli morte del Conte.


Il film Dracula di Bram Stoker di Francis Ford Coppola si è così impresso nel mio pantheon di ombre e membra fantastiche, incollandosi per sempre tra i miei desideri di vita eterna.


Il viaggio della morte in cerca della propria anima: il viaggio di Dracula nascosto nella sua terra natale, verso Elisabeta, reincarnata. Il sogno di possedere di nuovo quel corpo o il desiderio umano di ricedere, per un’ultima volta, la persona amata e perduta? La me ragazza risponderebbe: la volontà di ritrovarsi nel tempo, sconfitta la morte, e la meraviglia di poter essere per sempre corpo. Non sparire mai. Ora, subendo ancora il fascino del vampiro e del dannato eterno, dissimulo il mio animo romantico e mi fisso su un unico dettaglio celato nelle atmosfere grigio-verdi della Londra di fine Ottocento: la paura dell’assenza, del rimanere soli al mondo, spingerebbe anche me a ricercarti in ogni vita. Questa storia, questa pellicola in particolare, rendono alla perfezione non soltanto l’ignoto mortale, il lugubre senso di vertigine umano messo accanto al mostruoso, colui che ha sfidato Dio per avere la sua vendetta, ma anche – e soprattutto – mette in risalto il senso dell’abbandono, il comprendere da vicino cosa significhi sopravvivere all’altro, chiunque esso sia stato per noi, ma comunque importante. Chi resta diventa mostro, si inaridisce e avvizzisce, aspettando nel buio della memoria il momento propizio per poter ritornare a contemplare, finalmente, quegli occhi tanto amati in passato. Per poter, finalmente, ascendere insieme verso un altrove, qualunque cosa questo comporti, come nell’ultimo istante del film, dove un etereo e meraviglioso affresco ci indica la via. Per quanti anni ho creduto che quell’immagine fosse vera.


Sono i dettagli a fare la differenza


Gli occhi passano dalla macchina da scrivere al libro poggiato sulla scrivania, lì vicino. La pupilla nera e vigile si sposta, per un istante, dalle proprie parole d’amore e cade, furtiva, sulla spessa copertina viola che chiude, dentro di sé, un amore diverso, mai assaporato, carnale. Disgustingly awful, dice la bocca, ma la mano si tradisce, trattenendo ancora per un attimo le pagine dai disegni scabrosi de Le notti arabe di Richard f. Burton, scivolate sul tappeto persiano, che ne invoca le voci interne. Poi, il richiamo dell’amica Lucy arriva da lontano, infrangendosi dentro quell’attimo di solitaria contemplazione di Mina, immersa tra il vetro, il ferro e la cellulosa della sua personale architettura industriale. Un Cristal Palace in miniatura, che custodisce tra i suoi tessuti e le sue piante trattenute dalla materia i turbamenti di una giovane donna alle prese con l’amore – una natura ancora inesplorata, ma del tutto addomesticata. Ed eccola lì, oltre le sue spalle: l’amica d’infanzia, l’affasciante e lussuriosa Lucy, che con pupilla ancora più accesa indugia tra quelle pagine animate. Le due donne si avvicinano, cedono alla curiosità più viscerale, si perdono tra supposizioni e sospiri. Le parole di Mina si dimenticano, incastrate tra gli ingranaggi della macchina da scrivere. Il libro si apre e si chiude in fretta, il tempo necessario per permettere al mio sguardo – altra pupilla imbizzarrita – di fermare sullo schermo titolo e colori. I corpi incastrati, i volti distanti, i gridolini delle due amiche, l’immaginario fiabesco di un Oriente fatto solo di vapori, odori pungenti, pelli tese sotto al sole. Ancora non lo sapevo, ma quelle terre lontane avrebbero chiamato anche me. Anni dopo avrei anche io rincorso quelle mappe straniere, ma seguendo altri sentieri, osservando, purtroppo, da chilometri di distanza differenti corpi contorti. Le parole unica via, le immagini guide silenziose verso la comprensione.

Sullo sfondo, il sangue. Liquido purpureo che attiva la maledizione; essenza vitale che scivola via dal collo e si innesta tra i denti lucidi di antichi abomini. Il sangue che anima la passione delle Mille e una notte, il sangue che bagna, oggi, le strade delle stesse città persiane. Il sangue che racconta vite, che le inietta nel corpo del vampiro, che permette lui di assaporare, sopravvivere, capire, rinvigorirsi. Di imparare a conoscere la vittima e tutta la sua stirpe, intrappolata tra i globuli rossi e quelli bianchi, tra le eliche genetiche e i saperi che ci vengono tramandati di generazione in generazione, in un infinito filo rosso di vite e identità.

Il sangue che è vite. Non una sola, una sarebbe troppo poco.

 

 

 

Una scena dal film di Bram Stoker

 


 

In copertina: illustrazione a cura di Annachiara Mezzanini x La melassa


 

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