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Falsi amici contiene più informazioni di quelle che dà in superficie

Di Serena Votano

 

Da bambina mi sono obbligata a percepire il rosa come il colore del patriarcato. Non me lo raccontavo in questi termini, allora, ma oggi mi rendo conto di aver associato quel colore a una forma di assoggettamento dell’io a un ruolo imposto dalla società. Cresciuta con il mito delle Mean Girls con la “regola del mercoledì” e con le Barbie, ho sempre finito per legare il rosa a una serie di caratteristiche che la me ossessionata da Holden Caulfield non poteva contemplare. 

Ci sono voluti anni per riuscire a guardare questo colore sotto una luce neutrale, forse senza riuscirci mai del tutto. Anche oggi faccio fatica ad accettare l’idea che un colore non determini un genere – perché, al di là delle singole volontà, il rosa continua a significare femmina e il blu maschio. Ma questa associazione, per quanto oggi ci sembri naturale, è tutt’altro che immutabile: nel corso del Novecento il rapporto tra rosa, blu e genere è cambiato e, ancora all’inizio del secolo, le convenzioni non erano affatto univoche. Alcuni film, alcune immagini, le manifestazioni di Non Una di Meno mi hanno aiutata a capire che il rosa non è necessariamente un colore da rifiutare, e che può persino diventare una forma di rivoluzione.

Non mi era mai capitato di pensare a tutto questo grazie a un libro. 


Con Falsi amici. Qualcosa che ho imparato su amore, violenza e altre sfumature del potere (La Nave di Teseo), Claudia Durastanti
costruisce un libro che è impossibile etichettare in un solo genere.


Non c’è una trama nel senso tradizionale del termine. Il filo che tiene insieme questi undici testi è piuttosto la voce dell’autrice, che parte dalla propria esperienza – da ricordi, deviazioni, libri, relazioni – per allargare continuamente lo sguardo e interrogare temi più ampi: il potere, l’amore, la violenza, il modo in cui impariamo a stare al mondo e a raccontarlo. È un libro che non si lascia chiudere facilmente in una definizione e che, forse proprio per questo, continua a lavorare anche dopo la lettura. Mi sono serviti alcuni giorni per mettere a fuoco quello che Falsi amici aveva fatto emergere, per capire perché alcune pagine continuassero a tornarmi in mente. A cominciare, appunto, dalla parabola del rosa.

Nel libro il colore rosa non viene semplicemente sottratto allo stereotipo, viene complicato. È rosa antico, rosa latte, rosa shocking, rosa pastello, rosa quarzo, rosa sbiadito, rosa pallido, quasi nero. È il colore della carne, delle ferite, dei quadri di Ettore Spalletti, di qualcosa che può essere delicato e insieme disturbante. La stessa Durastanti scrive: «Raramente ho percepito il rosa come un colore rassicurante e salvo», immutabile, e che invece, a guardarlo da vicino «questa tonalità si è rivelata sinistra, legata a qualcosa di scadente». Un colore dalla dolcezza ingannevole che «può diventare un colore molto nero».


È forse il primo e più importante dei “falsi amici” del libro.
Qualcosa che crediamo di conoscere, perché abbiamo imparato ad associarlo
a un significato preciso, e che invece cambia sotto i nostri occhi.


«La cosa vera è che il nero più nero non esiste. La cosa vera è che, se qualcuno muore e tu sopravvivi, era amore lo stesso».Da qui Durastanti può passare dalla letteratura alla politica, dalla rappresentazione del femminile alla violenza, senza che il passaggio sembri arbitrario, arrivando a teorizzare l’esistenza del «fascio romance» – come lo chiama Durastanti. In un’Italia governata dalla destra, il fascio romance rende il fascismo «contenuto di intrattenimento».

«Una delle tendenze più riconoscibili all’interno di questa infinita serie di tropi fascisti è l’attenzione rivolta ai personaggi femminili, che siano vittime o eroine; donne raccontate durante la lotta partigiana contro il regime o in contesti domestici in cui l’esperienza femminile veniva messa a tacere. Poiché Giorgia Meloni è la prima donna primo ministro nella storia della Repubblica italiana, nonché persona che si è formata nell’estrema destra, la crasi tra fascismo e donna empowered, matura e glorificata in certe varianti del femminismo, sembra compiuta».
Il punto non è soltanto ciò che la letteratura sceglie di raccontare, ma il modo in cui alcuni immaginari politici vengono trasformati in formule narrative, estetiche e persino seducenti. Durastanti non vuole dare un peso ideologico a questa teoria, ma ne fa uno strumento con cui prova a misurare se stessa, il femminismo, la prima persona, la letteratura, l’autofiction, persino la propria posizione di scrittrice.

 

 

Lo fa anche quando parla di classe. In Falsi amici torna infatti sulla propria storia familiare e sul rapporto tra scrittura e mobilità sociale, interrogandosi sul prezzo – non soltanto simbolico – del raccontare la propria provenienza. E non parlo del costo segnato nella quarta di copertina o, più velatamente, nelle alette. 

«Ogni genere letterario ha un costo, personale ed economico. Si ritiene che l’autofiction e i memoir siano generi molto costosi dal punto di vista psicologico, perché impongono uno scavo dentro di sé o dentro la storia della propria famiglia, la capacità di estrarre oro dal trauma e di rinvenire gioielli tra le tenebre, offrendo qualche scintillio vittorioso al pubblico. Messa in pratica, questo tipo di scrittura in realtà può rivelare un costo inferiore di altri: inventarsi un mondo, una lingua, personaggi e paesaggi per un romanzo di invenzione (o dei rametti artifiziosi, direbbe una Beccaccia) è un investimento di gran lunga più impegnativo in termini di tempo e di risorse, perché crea una memoria quasi dal nulla, e le sue impalcature nel mondo delle ombre private sono quasi invisibili, note quasi solo all’autrice o all’autore che le costruisce dentro di sé». 

La questione economica e il tema della working class è un altro tema ricorrente in Falsi amici, in parte perché è parte del percorso della Durastanti, del racconto dei giorni in cui è grazie ai sussidi sociali se trova una casa per la madre, se può permettersi di studiare, è grazie al romanzo autobiografico La straniera se adesso fa parte del mondo letterario che riguarda la scrittura, la traduzione, l’editoria. In parte perché diventare una “transfuga di classe” non significa necessariamente essersi lasciati il passato alle spalle.

«Oggi, dopo aver venduto la storia della mia famiglia, ho un bagno rosa, un mutuo sulla casa. Occupare spazio con la mia trascorsa sofferenza inizia a sembrarmi remoto, se non sbagliato. Il maiale è stato completamente consumato, le ossa bollite ridotte a gelatina. Non ci si può cavare fuori neanche una storia».

È una riflessione che porta naturalmente alla traduzione, forse il territorio in cui il concetto di falso amico acquista il suo significato più letterale. Durastanti è scrittrice ma anche traduttrice, e in questi saggi la lingua non è mai soltanto uno strumento: è materia di lavoro, errore, scoperta. Da Grandi speranze di Dickens – «Negli anni passati a tradurlo, mi sono chiesta se non sarebbe stato più opportuno intitolarlo Grandi aspettative» – al Grande Gatsby, le parole diventano luoghi in cui il significato non è mai completamente stabile.

«Mentre traducevo Gatsby e cercavo la parola diacronico nel vocabolario per assicurarmi del suo significato e non prendere abbagli, ho trovato per caso il concetto di dicroico, cioè quando un materiale sembra fatto di due sfumature diverse, anche in istanti ravvicinati tra loro, in base alla luce che attraversa. Un fenomeno ottico che attira e inganna, un falso amico che contiene più informazioni di quelle che dà in superficie». Il falso amico non è soltanto una parola che inganna chi traduce: è un’immagine, un ricordo, una categoria, un genere letterario, un’idea politica che sembra familiare finché non la si guarda da vicino. Il libro nasce continuamente da questi abbagli e prova a trasformarli in strumenti di conoscenza. Anche l’errore, di base, può diventare un metodo.

Ho iniziato questa recensione da una visione personale del colore rosa perché, per me, parlare in prima persona dei libri che leggo è un modo quasi imprescindibile di raccontare l’esperienza della lettura. Non credo che questo significhi rinunciare alla possibilità di analizzare un libro, di leggerlo attraverso gli strumenti della critica letteraria, di inserirlo nel percorso della scrittura contemporanea e di interrogarsi sulle sue forme. Ma penso che, nel momento in cui si pretende di guardare un’opera soltanto da fuori, si rischi di perdere una parte fondamentale della lettura: ciò che quel libro muove in chi lo legge, il punto esatto in cui una pagina smette di appartenere soltanto all’autore e comincia a toccare qualcosa di personale.

È una questione che, leggendo Falsi amici, mi sono ritrovata a mettere in discussione proprio perché Durastanti torna più volte sul rapporto tra esperienza personale, scrittura e critica. A un certo punto racconta:

«Nel 2011, la rivista Il Mucchio Selvaggio mi chiese di tenere una rubrica culturale a cui decisi di dare il pretenzioso nome di Jamais vu. Nel giro di poco tempo assunsi un atteggiamento simile a quello di molte firme della mia generazione con cui avrei partecipato al rinnovamento del giornale: non avevamo una formazione filologica paragonabile a quella dei giornalisti più anziani, né potevamo competere con le loro esperienze maturate sul campo, ma eravamo disposti a rimpiazzare la nostra mancanza di specificità e di approfondimento con una scrittura intima e trasversale, basata su aneddoti e sentimenti. L’uso spregiudicato dell’“io” nelle nostre recensioni, un uso inviso a molti dei colleghi più grandi che mai si sarebbero sognati di sciupare la critica di un disco ricorrendo a esperienze personali, veniva difeso da me e dagli altri come una rivoluzione dello stile, adeguata ai tempi. Oggi, ad anni di distanza, mi chiedo se quello stile non fosse invece quello che potevamo permetterci». L’“io” può essere uno strumento di libertà, ma anche una scorciatoia; può aprire una lettura, oppure diventare il modo più semplice per evitare di confrontarsi con ciò che si sta leggendo. Scrivere di un libro partendo da sé non significa necessariamente mettersi al centro: significa dichiarare da quale posizione lo si sta guardando, quali sono le proprie coordinate, cosa si porta dentro quella lettura.

È una distinzione che Falsi amici rende particolarmente interessante, perché Durastanti sembra fare continuamente avanti e indietro tra queste due possibilità: raccontare sé stessa per arrivare altrove, e tornare altrove per capire qualcosa di sé.
E poi c’è la famiglia. La maternità, il rapporto con il padre, la violenza domestica, l’esperienza di una bambina costretta a osservare il conflitto tra i propri genitori: sono alcuni dei passaggi in cui la riflessione teorica si fa improvvisamente corpo. Il ricordo della polizia chiamata in casa per fermare il padre e della frase rivolta alla bambina – secondo cui la situazione si sarebbe risolta se la madre avesse dato all’uomo “conforto, attenzione e amore” – restituisce con brutalità una delle domande che attraversano il libro: chi viene chiamato a farsi carico della violenza degli altri? E quanto spesso questo compito viene affidato proprio alle donne?

«Non solo la polizia quel giorno non ha salvato la vita né a me né a lei, ma mi ha instillato il dubbio che fosse davvero una mia responsabilità farmi carico del destino di un uomo in difficoltà».

 

Charles Rennie Mackintosh, Rosa stilizzata, primi anni del Novecento, V&A Museum, Londra

 

Genitori, i propri e quelli che si diventerà. Il corpo, il desiderio, l’amore, la violenza, la classe, la lingua. Falsi amici procede attraverso questi temi che fluttuano tra i capitoli apparentemente separati, perché tutto sembra rimandare a qualcos’altro.  Ogni certezza, osservata abbastanza a lungo, rivela una sfumatura diversa. D’altronde, anche il rosa è uno slittamento di senso poiché non è un colore da liberare ma un colore a cui restituire la possibilità di avere in sé innumerevoli sfumature. Rosa e nero, dolcezza e violenza, passato e guarigione. Una tonalità che cambia a seconda della luce che la attraversa, proprio come le parole, i ricordi e le persone. 

E allora anche la domanda che vediamo tra i primi capitoli assume un significato diverso: «È mai possibile leggere libri apparentemente politici come se fossero un esercizio di evasione?».
Forse sì, se evadere non significa scappare dalla realtà, ma imparare a guardarla da un’altra angolazione. Falsi amici è un (as)saggio. Una ricerca del colore della propria voce.


Claudia Durastanti (Brooklyn, 1984) è scrittrice, critica culturale e traduttrice dall’inglese. Ha scritto cinque romanzi, tra cui La straniera (La nave di Teseo, 2019), finalista al premio Strega e in longlist al Prix Femina, tra i migliori libri del 2022 per il “New Yorker”. Missitalia (La nave di Teseo, 2024) ha vinto il premio Mondello Opera Italiana. I suoi libri sono tradotti in 25 paesi e ha scritto, tra gli altri, per “Granta”, “Apartamento” e la “Paris Review”. Ha una rubrica di musica su “Internazionale”. Cura i libri della Tartaruga.


In copertina: Piet Mondrian, Rosa in un bicchiere, 1921, Kunstmuseum, L’Aia

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