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W. – L’esordio di Tiemen Hiemstra

Di Annachiara Mezzanini


Cosa rimane quando qualcuno ci lascia? Senza spiegazioni, senza annunci; d’improvviso quella persona che per noi era tutto – tanto da confonderci per un momento su dove risiede il confine tra amore e amicizia – decide di allontanarsi e sparire, di smettere di fare parte della nostra vita.
Cosa diventiamo, noi, di fronte all’assenza? All’inizio, la ferita brucia e si muove, rischiando d’infettarsi a contatto con il più piccolo granello di polvere, lasciandoci sul corpo quel dolore fetido e ambrato, rotondo, che dal rosso vira al giallo, per poi seccarsi dentro al nero della crosta. Con il passare dei giorni, la ferita si asciuga, cambia consistenza, ma lascia sotto la propria superficie quel minuscolo letto di fiume biancastro, pallido, che ci ricorda che lì, esattamente in quel punto, un tempo, scorreva del sangue, una vita attiva. Noi la guardiamo e ogni volta ricordiamo la caduta, fino al momento in cui il dolore si trasforma in aneddoto e il rigagnolo umido ma asciutto di quel solco nella carne smette di fare così male.
La fine di un’amicizia, il vuoto che ne rimane, lascia tra quelle crepe della pelle sconfitta, rabbia, amarezza, malinconia. Ma, soprattutto, rimangono aperte tante domande. Tante parole che non riescono a prendere forma e che nella loro incorporeità si aggiungono al pungolo tagliente che si insinua nel costato. 


E se un giorno ritornasse?
E se fosse successo qualcosa?
E se fosse colpa mia?


 

 

 

Olaf è un giovane uomo olandese. Un osservatore, amante della dialettica. Conosce la filosofia, la studia ad Anversa, e più di ogni altra cosa conosce l’amicizia. W. è l’amico di sempre, ma che si avvicina lentamente; è il compagno di mille giri in bicicletta lungo l’argine che taglia in due la pianura, tra gli alberi potati di netto e l’autostrada che scorre veloce. W. è la sua seconda voce, quella che si confonde e si nasconde tra le fragorose risate esplose dal nulla.


W. è l’euforia condivisa che sale quando ti rendi conto che non hai bisogno
di niente nella vita, se non della persona che hai di fronte.


Della sua complicità, del suo conforto. Olaf lo incontra per caso, dentro a un giorno normale, tra i banchi di scuola e gli svaghi tra coetanei. Dopo un primo approccio scontroso, infantile, W. appare distante da lui, incompatibile fino a quella notte agli albori dell’adolescenza, fino al momento in cui, persi tra le frasche del campeggio, i loro occhi si sono trovati come lucciole, animali notturni, e non hanno più smesso di inseguirsi, nel tempo. Senza il bisogno di alcuna parola, la loro amicizia è scoccata in un flusso illimitato di comprensione reciproca. 

Quando W. scompare di lui rimane solo una fotografia allucinata e una descrizione sommaria del suo aspetto fisico: ventitré anni, 182 centimetri, corporatura esile, capelli scuri e mossi di media lunghezza, occhi castani. Un fotogramma lo ritrae lungo la strada, zaino in spalla, mentre addenta una brioche guardando fisso l’obiettivo della videocamera di sorveglianza.
Io vedo te, tu mi vedi?

Dopo la sua partenza, nella testa di Olaf si incancreniscono la nebbia e la paura; scenari inverosimili e plausibili si alternano tra i pensieri, seguendo il ciclo sonno-veglia e inseguendo un perché nascosto tra i file rubati dal pc dell’amico. L’amicizia tramutata effettivamente in amore con Hilde svanisce, si solleva e smette di nutrirsi. E nell’esatto istante in cui, anni dopo, lei ricompare tra la fuliggine del videocitofono, i giorni che li hanno separati sembrano non essere mai esistiti, nonostante la sola e unica costante delle loro vite: l’assenza di W.

W. è tornato. Hilde l’ha visto riflesso nel finestrino di un tram, fuori dal suo atelier. I loro occhi si sono toccati e tutto ha ripreso forma.

W. è l’esordio letterario di Tiemen Hiemstra, classe 1991, pubblicato lo scorso settembre da Adelphi e tradotto in italiano da Dafne Paris. Immerso in un paesaggio familiare, perduto nel cuore dell’Europa centrale, questo romanzo indaga il più antico dei sentimenti, l’amicizia, cercando di dare un senso al dolore fisico ed emotivo che deriva dalla sua dipartita. La perdita di un amico – fuggito, scomparso, lontano, irraggiungibile – è la miccia letteraria e umana che dà avvio alla narrazione, che annuncia la storia, che ne delinea le curve. Con un linguaggio contemporaneo, interrotto qua e là da meme, le famose immagini prese dalla cultura digitale della seconda decade degli anni Duemila, Hiemstra tenta di portare alla luce un episodio intimo di un gruppo di tre giovani amici, Olaf, W. e Hilde, durante l’arco temporale di alcune brevi ma intense giornate ad Anversa. Dopo aver scorto un uomo simile a W. il dubbio e l’angoscia tornano a possedere un corpo tangibile, quello di Olaf, fino a quando, posti l’uno di fronte all’altro, i due non dovranno fare i conti con le loro identità e con le loro rispettive percezioni del reale.

Chi è quello sconosciuto?



 


In copertina: Felice Casorati, Una donna (L’attesa), 1918-1919

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