Di Giammarco di Biase
È difficile trovare due canadesi in una foresta tra Panama e Colombia. Ancora più difficile è trasudarle, trovarle nel “contesto”. Pretendere la giusta distanza, come accennerebbe un film di Mimmo Calopresti. Quasi impossibile è trovare un altro capolavoro, un libro forse nato leggendone un altro: La conquista dell’inutile di Werner Herzog, appunti sul viaggio durante le riprese di Fitzgarraldo.
Bene, siamo davanti al libro di cui sto parlando o forse ancora no, forse non del tutto, Quello che non si può dire di Dorothee Elmiger (Gramma Feltrinelli, 2026). Libro che ho letto in una fase complessa della mia vita, mentre scrivo una tesi in lettere moderne sulla Prima Guerra Mondiale, con tanto di “letterati in divisa” che compiono un viaggio, quel viaggio amniotico che cambierà un ciclo con il suo glitch, con il suo portale distruttivo. Non è un caso, allora, che mi sia capitato di leggere una prosa così attiva nei confronti delle mie sinapsi. Così emergente, perché si lagna ancora da giorni in superficie come un leviatano, come un Moby Dick. Ma non dico niente di nuovo, sto ancora cercando di metabolizzare. Stiamo parlando di un libro di quasi duecento pagine che ho letto in una mattina, sotto un incantesimo: la letargia degli incantesimi. Bevevo bicchieri d’acqua, fumavo, tornavo in camera ad accertarmi che il libro fosse ancora lì.
Non è retorica, ma questo sortilegio è sprovvisto di qualsiasi contraffazione ideologica, tanto che ad oggi me ne pento di aver letto Quello che non si può dire tutto d’un fiato, senza badare al tempo. Diceva Blanchot, in un suo insieme di saggi anche su “Alla ricerca del tempo perduto”, che le sirene avevano inventano Omero, non il contrario. Così come per Melville, la sua creatura aveva inventato lo scrittore, in particolare, come in un testo teatrale di Pessoa, che si chiama proprio Le sirene e racconta di un marinaio che viene sognato dalle sirene, e questo marinaio a sua volta le sogna. Una sciarada, per dirla tutta.

L’opera di Dorothee Elmiger racconta di una spedizione, ancor prima racconta di una scrittrice che tratta il ritorno da questa spedizione in un’aula universitaria. Ingaggiata da un regista teatrale, parte per le foreste, lei – scrittrice riconosciuta, poeta che scrive prosa, prosatrice che scrive poesia. Dicevo, viene ingaggiata per partire alla ricerca dei luoghi che hanno compromesso il viaggio di due ragazze canadesi, ovvero partite per l’ignoto. Dove non si può andare, attraverso solo le cose che si possono sentire. Tra Panama e la Colombia, lì dentro, queste due ragazze si perderanno lasciando però delle prove, dei materiali, immagini perentorie che indicano il loro passaggio (o trapasso) negli alberi, sulla terra sconosciuta del mondo. Partirà, la protagonista, insieme a un gruppo di attori e di cameramen, con il regista stesso che vuole utilizzare tutta la storia più privata possibile dei residenti e del cast per provare a firmare, a buttare giù, una sceneggiatura teatrale come una Passione greca (forse).
Quello che non si può dire fa parte di quei libri che da subito, ad occhio,
(e si capisce nelle prime sessanta pagine)
allacciano un profondo rapporto con il cinema.
Con la sua storia sociologica, antropologica, con la sua storiografia filosofica.
Una sorta di libro scientifico dove, come dice Oscar Wilde, il visibile è più importante dell’invisibile. In questa frase dello scrittore, tanto pleonastica quanto ingannevole, c’è già tutto il libro-cinema della Elmiger. Wilde suggerisce come nell’invisibile ci sia una grande porzione del visibile, il suo doppio. Qui chiameremmo in causa mostri della filosofia della percezione, a cavallo tra il dettato francese e tedesco. La fenomenologia della percezione, tanto cara agli scritti maturi di Maurice Merleau-Ponty, ad esempio L’occhio e lo spirito. Ma inutilmente congeniato alla bis-trattazione, come sono io, bisogna concentrarsi sulla maniera in cui si scrive un romanzo del genere. Affollato di visioni, panico, se per essere panico poi diventa un mostro incantevole, come sono le sirene, come sono le arpie, come è Moby Dick. Quando riusciranno a scoprire, nella storia, nel “fatto di cronaca”, che le due ragazze hanno lasciato come testimonianza una macchina fotografica si accorgeranno che ci sono dei frammenti di storia. Come una narrazione singolare, anche questa incantevole, anche questa dettata da un’illusione. Le immagini dicono poco e non dicono l’invisibile: accennano a un vuoto nel visibile, come una mossa, anche qui un’acquisizione del non pervenuto che però permea l’intera immagine perché perviene in quella fetta di invisibile. L’immagine da sé proietta dentro essa una serie di altrequestioni, cioè domande vere e proprie, imperative non allo sguardo ma ai sensi: ecco che l’invisibile è la canzone, l’ala marina di Omero e di Melville. Come di Dorothee Elmiger. Le ragazze hanno visto qualcosa nella loro scomparsa? Ma ciò non importa, importa piuttosto il luogo dell’immagine, cioè la sua cantina anzi, l’occhio che resta. È davvero complesso scrivere senza essere dialettici, mentre si parla dell’opera della Elmiger, bisognerebbe parlare soprattutto di cinema, di Haneke, de Il settimo continente o di Niente da nascondere.
Bisognerebbe che io cambi tesi e scriva di questo libro, perché questo libro è un capolavoro dei nostri tempi, disturbante, suadente, una massa logorroica di lynchalismi, ma accurata (nella tradizione più pura svizzero-tedesca), di visioni “invisibili”, di serpeggianti anomalie. Ecco Quello che non si può dire, è un libro anomalo, originale (odio questa parola, ma adesso devo dirla), quindi un capolavoro. Maggiore per bellezza, non per dialog-azione, su tutti gli altri libri (forse dell’ultimo trentennio?), con quell’altra opera immensa che è Nella carne di David Szalay.
È soprattutto un libro che fa un passo in più rispetto a quello filosofico e ancestrale di Melville e ritorna ad Omero per analogia, l’accusa imperativa al mondo del “desiderio”. Desiderio che ha distrutto l’Occidente e la nostra epoca. Non guardare oltre il desiderio, anzi non temperare il tempo attraverso la punta di esso. Siamo dalle parti anti-lacaniane della sua sconfitta, in partenza. Quello che conta è un mondo senza compulsione, dove l’immagine è soltanto viva nella sua funzione per corrompere i sensi, per dissuaderli da domande e risposte, da prestazioni. Non è un libro sui resti Quello che non si può dire, non è un libro di zattere, ma letteratura grande e vera su quello che che i resti fanno già nel passato, quindi imprendibili, impossibili da situare. Anti-archeologia che non costruisce una storia monumentale del territorio e di un continente, ma che la riporta ai morti.
A quello che sono gli spettri, ancora gli spettri, per sempre.
Dorothee Elmiger, scrittrice, editrice e traduttrice, è nata in Svizzera nel 1985 e ha studiato Lettere, Storia, Filosofia e Scienze politiche a Lipsia. Le sue opere Einladung an die Waghalsigen (2010), Schlafgänger (2014) e Aus der Zuckerfabrik (2020) sono state tradotte in numerosi paesi. Elmiger ha ricevuto prestigiosi premi, tra cui il Premio letterario Aspekte per il miglior romanzo d’esordio scritto in tedesco, lo Schillerpreis 2021 e, più recentemente, il Premio Nicolas Born 2022. Aus der Zuckerfabrik è stato selezionato sia per il Premio tedesco del libro che per quello svizzero. Nel 2021 ha ricoperto la cattedra Samuel Fisher Visiting Professorship presso la Libera Università di Berlino e nel 2023 è stata scrittrice residente Max Kade presso l’Università del Michigan. È membro dell’Accademia tedesca per la lingua e la letteratura. Vive a New York. Per Feltrinelli Gramma è uscito Quello che non si può dire (2026).
In copertina: Gustav Klimt, Foresta di abeti I, 1901

