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Speciale Premio Strega Poesia 2026 – Intervista a Federico Italiano

Rubrica a cura
di Annachiara Atzei

 

Tra l’armadio e il sofà, radici lunghe
metri cercano il senso minerale
di una vita in penombra,
l’ossigeno di gioie, il vapore acqueo
dei biasimi che pervade la sala
foresta succedanea
per la nostra Monstera.

Federico Italiano, Godzilla e altre poesie

 

Il mostruoso è qualcosa con cui convivere. Non si annulla e non si neutralizza. Lo avvertiamo intorno a noi e persino dentro di noi: ci insegue, riempie le nostre menti e le nostre giornate. Sembra incombere in via definitiva. In Godzilla e altre poesie (Guanda), candidato al Premio Strega Poesia 2026 – in cui il mostro evocato è, prima di tutto, l’omonimo personaggio del vecchio film, ma non solo – Federico Italiano prova a descrivere una apocalisse imminente – o, forse, già interiorizzata – lasciando che il senso della fine si percepisca dalle piccole cose. Il mondo circostante muta quotidianamente, così come cambia il volto degli oggetti e dei luoghi, rendendoli estranei eppure ancora più veri. Si tratta di residui di paura – come li definisce l’autore – multiformi, cangianti e, allo stesso tempo, tangibili e concreti. Partendo dal racconto della catastrofe di Chernobyl del 1986 vista attraverso gli occhi di un bambino di 10 anni, Federico Italiano ridisegna uno spazio di inquietudine, una ipervigilanza diffusa e che difficilmente sembra poterci abbandonare. In questo scenario, la poesia aderisce alla realtà: interviene nell’esistente nominandolo e, per ciò solo, ricomponendolo e immaginando un ordine nuovo. 

 

 


Chi è Godzilla? Com’è possibile che un mostro entri in un libro di poesie? O forse non è così strano visto che la poesia può essere anche uno spazio di inquietudine…

Godzilla è il titolo di un ciclo di sei poesie dedicato all’esperienza fatta da un bambino di dieci anni, nel 1986, della catastrofe di Chernobyl, anche se poi sono vari gli elementi che confluiscono nella sezione. Si tratta di un ciclo legato al ricordo e senza dubbio ad eventi autobiografici, ma che si posiziona in un contesto geografico e temporale condiviso, poiché ha segnato la collettività. Qui, infatti, la microstoria del singolo si connette alla macrostoria, evocando eventi che hanno prodotto un senso della fine per tutti noi, non solo per coloro che hanno vissuto quell’esperienza. D’altra parte, i luoghi di cui parlo – la campagna di Novara, l’ovest Ticino, le risaie – non sono nuovi nella mia poesia, ma è nuovo il modo di vederli: se prima erano intesi e descritti in maniera prettamente geopoetica, oggi hanno invece una valenza eco-critica più esplicita. È un ciclo sulla percezione della fine vista dai margini, cioè, anzitutto, vista dalla prospettiva infantile, che rende tutto onirico, che richiama tutto da una memoria lontana, non filtrato dalle riflessioni dei grandi. Il bambino non si fa grandi domande sull’apocalisse o sull’energia nucleare o sulle potenze mondiali, ma riflette sul perché, ad esempio, tutto ad un tratto, i cibi non sono più commestibili, o vede come certe cose della quotidianità non sono più come prima. Per tornare a Godzilla, la poesia stessa ha deciso che quello doveva essere il titolo del libro. La poesia è uno spazio di inquietudine e Godzilla può essere usato come una sorta di metafora della poesia in quanto mostro terrificante e allo stesso tempo familiare, che tieni in casa quasi come un pupazzo, come una fantasia catartica.

Tu ricrei una “coscienza da disastro” come se la tua generazione porti ormai impresso quel marchio…

Sì, è così: si tratta di percepire e intuire il disastro senza averne piena coscienza attraverso dettagli minuscoli, residui di paura. Il poemetto Godzilla è sul residuo della paura, una paura che pervade anche altri testi della raccolta, manifestandosi in maniera immaginifica, cangiante, multiforme. Il mio Godzilla è quel mostro giapponese che vagabondava nella mia fantasia di bambino – che vagabondava tra le scorie di Hiroshima e Nagasaki, nemesi nella cultura giapponese dopo l’atomica – e poi è anche quel mostro che si ricontestualizza nell’Ovest Ticino, nelle mie zone: non proprio un dinosauro marino, ma forse più un serpente d’acqua o un ramarro che si ingigantisce un po’: un mostro inquietante, ma anche un pupazzo, quasi da cullare. Anche la poesia è così: di fronte ai disordini e alle fratture del quotidiano, essa è capace di ristabilire un equilibrio attraverso il prodigio della parola, nel senso della “redress of poetry” di Seamus Heaney, la capacità della poesia di raddrizzare, risarcire e ricomporre ciò che nella realtà è rotto, spezzato o inesprimibile.

La mostruosità può essere anche alienazione, paura, vergogna, difficoltà a relazionarsi con l’altro?

Penso che possa essere legata al passaggio spesso terrificante tra infanzia e prima pubertà, dove non si ha piena coscienza di sé – non si sa cosa significhi diventare adulti. Il mostro è ciò che portiamo dentro di noi quando cerchiamo di riconoscerci e non riusciamo, è quella sagoma che ci fa paura e che rappresenta noi stessi: non è tanto essere brutti esteticamente, cattivi o distruttori, ma è il non riconoscersi ancora, che crea un’inquietudine profonda con cui dobbiamo interagire. Il passaggio dell’infanzia si connette con il mostruoso: comprendere il sé e coltivare una fantasia mostruosa serve a capire che c’è la possibilità di confrontarsi con il mostro e dialogare con lui. Creare mostri, con disegnini o poesiole, ti dà le armi per combatterlo. È un modo per fare i conti con i dubbi, le domande e le inadeguatezze dell’infanzia. 

Cosa si può contrapporre al mostruoso?

Il mostruoso non è qualcosa da neutralizzare ma qualcosa con cui convivere. A questo proposito, Timothy Morton, filosofo britannico, parla di “ecologia oscura”, intesa come profonda consapevolezza della irredimibilità e inestricabilità di certe strette connessioni. La coscienza di cosa succede intorno a noi garantisce di rendere a chi ci sta intorno – umano e non umano – una presenza e una convivenza più forte. La poesia è un modo per auscultare il mondo nella maniera più profonda possibile. È quel suono che si crea dalla collisione di due oggetti che si toccano e ci propongono qualcosa di nuovo e inaudito. Il verso possiede la capacità di sottrarsi alla piena afferrabilità. Io cerco di far dialogare tra loro oggetti diversi – le cose che abbiamo davanti, quelle che ci vengono incontro – e di dare voce al mondo attraverso la creazione di connessioni imprevedibili. L’ecologia è, in fondo, una pratica della convivenza: quando riusciamo a rafforzare questa convivenza, anche attraverso nuove relazioni e nuovi legami, abbiamo già compiuto molto.

 

 

Nel tuo libro c’è un sentimento del nulla che assedia chi scrive e anche chi legge. Nonostante ciò, la tua scrittura non perde aderenza con la realtà ma la attraversa…

Tocchi un punto fondamentale perché per me la poesia è, innanzitutto, un discorso sul e nel reale e, tra tutti i generi letterari, è quello che cerca di più l’aderenza alle cose. Neppure il romanzo più realista può aderire alle cose tanto quanto la poesia, perché il romanzo di finzione opera, in definitiva, su un piano costitutivamente altro rispetto alla realtà, quello della finzione appunto. La poesia, invece, accade nel mondo. La poesia, soprattutto quella lirica, è un atto linguistico che modifica il rapporto tra soggetto, lettore e realtà; non ci dipinge un altro mondo o una sua versione, come un racconto o un romanzo, ma interviene nel mondo. In questo senso, la poesia intensifica la presenza stessa delle cose.

In un verso dici: “Aspetta, férmati / ci sono cose che devi sapere”: eppure questo libro non sembra dare alcuna risposta. La poesia pone più domande o è un modo per sciogliere il dubbio?

La risposta è quella che il lettore stesso trova nei versi. Quella poesia richiama una situazione comune, che tutti abbiamo vissuto, durante la quale ciò che ci circonda pare volerci confidare un segreto, darci una dritta, suggerirci qualcosa. Quasi un modo di prendere le misure al mondo senza privarlo del mistero che ha. E questo è un modo della poesia di entrare nella realtà: facendone esperienza e aderendovi.

L’attesa che si respira in questo libro è mancanza di risposte oppure le contiene tutte?

C’è una dimensione profonda legata all’attesa, soprattutto nelle mie poesie più erotiche, che esplorano il rapporto e l’incontro con l’altro. La poesia ha questo compito: porre una domanda, creare un orizzonte di significato, cercando la risposta fuori da sé. Questo libro prova a offrirne alcune, di risposte, concentrandosi sulla coesione dei frammenti e su tutto ciò che è marginale o apparentemente incoerente. Il mio intento è proprio quello di rivalutare il residuale, come nella poesia Ghazal del residuo. L’intera raccolta, d’altronde, tiene insieme questi margini: penso alla corona di pseudo-sonetti dedicati al mercato delle pulci, dove oggetti dimenticati e pagine ingiallite dialogano tra loro.

Nel residuo c’è anche un potenziale inizio di qualcosa, un tendere a qualcosa di possibile?

Credo che la poesia sia proprio questo: mettere insieme quei relitti che costellano le nostre vite, non solo attraverso il ricordo ma soprattutto attraverso un dialogo con i fantasmi che abitano i resti: gli oggetti lasciati da una persona che abbiamo amato, per esempio: questi, per noi, hanno un valore profondissimo perché legati a persone, care o per qualche motivo imprescindibili. Nel mio caso, si tratta di fantasmi che si aggirano tra le pagine, ai quali ho pensato con piacere e affetto oppure che mi hanno causato dolore. Questi fantasmi affiorano nel presente e tornano nella memoria attraverso oggetti, suoni, voci, profumi e ci connettono con la nostra esistenza terrena e terrestre.

A proposito di memoria, si percepisce una qualche forma di nostalgia in questo libro. Da dove deriva?

Qui, come nel precedente libro, la memoria si sviluppa soprattutto come collisione tra il presente geopolitico e le visioni annebbiate ma dense dell’infanzia. La differenza è che la riflessione che c’è ne La grande nevicata passava dalla storia per dire il presente, mentre qui il presente è già pervaso di una sua nostalgia propria, perché il libro è stato scritto sapendo che avrei lasciato la città in cui vivevo – Vienna – per andare a vivere altrove, cioè a Roma. Il libro è pieno delle prospettive viennesi e delle atmosfere asburgiche, nella consapevolezza che fossero già un fatto del passato. In Godzilla, infanzia e nostalgia della città che avrei lasciato si connettono.

In una citazione da Lettere a Milena di Kafka, dici: “E questo mio aver paura in fondo/ non è che un desiderio oscuro/ per qualcosa più grande di ciò che fa paura”. Cosa è più grande di ciò che fa paura?

Si tratta di una quasi-citazione da Kafka, una traduzione più che altro sentimentale, a memoria, senza un vero originale, e tuttavia probabilmente più vicina all’originale di una possibile traduzione letterale del testo. Kafka, come Rilke, è uno dei numi tutelari del libro, uno degli scrittori da cui ho imparato di più e che più amo insegnare all’università. E forse questo è uno dei libri più rilkiani che ho scritto perché è un tentativo di entrare nella vita degli oggetti, come lui fa nei suoi testi.

A proposito di Rilke, mi viene in mente quando in Lettera a un giovane poeta scrive: “Il futuro entra in noi, per trasformarsi in noi, molto prima che accada”. Ti ritrovi in questo concetto?

Sì. Credo abbia molta pertinenza con il mio discorso.




 


Federico Italiano (Novara, 1976) è poeta e traduttore. Per anni ricercatore a Vienna presso l’Accademia Austriaca delle Scienze, insegna ora Letterature comparate all’Università La Sapienza. Dopo l’esordio con Nella costanza (2003) ha pubblicato L’invasione dei granchi giganti (2010), L’impronta (2014), Un esilio perfetto. Poesie scelte 2000-2015 (2015), Habitat (2020) e La grande nevicata (2023). Le sue poesie sono state tradotte in numerose lingue e incluse in diverse antologie, in Italia e all’estero. Ha vinto vari premi, tra cui il Premio Giuseppe Tirinnanzi e il Premio Ceppo Poesia.


In copertina: Federico Italiano


 

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