Rubrica a cura
di Annachiara Mezzanini
C’è stato un periodo della mia vita – di cui ricordo distintamente gli attimi, ma quasi mai il quadro generale – in cui due volte l’anno si prendeva la macchina e si andava verso sud, in fondo alla pianura. Nell’abitacolo, il malcontento dilagava, interrotto a singhiozzo da un ritornello e l’altro, sputato dalla radio; solo sporadiche battute su alcune figure mitologiche della famiglia rilassavano le tempie. Io me ne stavo seduta dietro, premuta sul finestrino, a osservare il panorama che mi scorreva accanto. Appena finiva la strada a me nota, si apriva una distesa infinita di terra: campi di frumento, erba medica, mais, riso. Zolle aperte, allevamenti appoggiati sull’orizzonte, piatto e nascosto dalla foschia, di cui si percepiva l’esistenza prima ancora con il naso che con l’occhio. La mamma, di tanto in tanto, mi chiedeva cosa fosse taluna o talaltra coltivazione, in un gioco mnemonico di riconoscimenti, di educazione dello sguardo. A me, topo di città, quegli spazi infiniti e distesi mettevano gioia. Sentivo di appartenervi, nonostante la mia casa non fosse in campagna. La cosa che più mi accendeva erano i gelsi a strapiombo sui canali di scolo. I loro rami capitozzati erano come delle braccia sollevate verso le nuvole: dentro di me, quegli arti in supplica, ossuti e storti, chiedevano semplicemente di essere presi in braccio. Quando vedevo quel piattume coltivato, interrotto qua e là dai pioppi e dalle cascine abbandonate, una vocina si risvegliava dal fondo del mio orecchio: parla di noi, mi diceva. Racconta delle tue città di pianura.
La sala del cinema straborda di persone. Per l’occasione è stata aperta anche la galleria sovrastante, ma non sono riuscita a salirci. Come mio solito, mi infilo tra le fila di destra, nel secondo settore, al posto 8. Lascio che il cappotto mi faccia da sacco, dentro cui decido di abbandonarmi fin dalle prime note dei titoli di apertura. Sono agitata. Alla cassa mi hanno consegnato un paio di gadget rotondi, in carta colorata, sono dei sottobicchieri: leggo le scritte blu e viola che vi sono stampate sopra. Sorrido. Forse dopo ne prendo un altro, diverso. Penso a L. seduto accanto e al nostro gioco finita la proiezione. Si lamenterà, trattenuto, perché a lui il film non è piaciuto. Io gli racconterò infervorata di tutte le immagini che mi hanno investita, della complessità del linguaggio anche quando sulla scena c’era solo il silenzio, della sottile nostalgia nella patina fotografica, della musica che nonostante a tratti fosse fastidiosa, nel complesso restituiva una gnegna tipica e caratterizzante. Gli dirò che quel personaggio mi ha parlato. Aggiungerò che quella finestra lasciata aperta solo per metà è la sintesi perfetta di questa landa desolata. Ipotizzerò un racconto, un articolo, un commento ispirato. Lui mi darà ragione, ammetterà il suo pregiudizio. Infondo, la storia è scritta bene: in questa terra o mangi o vieni mangiato. O bevuto. Io lo guarderò divertita, accogliendo ogni battuta, ringraziandolo in silenzio per ritornare tutte le volte a sedersi accanto a me, al numero 7 del cinema di quartiere. Sappiamo entrambi cosa pensiamo, accettiamo entrambi il gioco delle parti che non ha mai smesso di unirci, nemmeno quando la pellicola che scelgo è così brutta che annoia pure me. Alla fine, sulla panchina nella piazza, si ritorna a ridere sempre.
Si può sapere cosa cazzo c’hai in quella borsa?
È il regalo di laurea per la Giulia Antonia.
Le avevo comprato un libro sulla tomba Brion.
E il dettaglio della borsa di tela rossa ruba di nuovo la mia attenzione. L’avevo notata subito, riconoscendo in quei toni e in quelle trame di cotone intrecciato un oggetto a me noto, a me caro. Di quelle borse, negli anni, ne ho accumulate sei, una per ciascun anno passato a Venezia. Non ci avevo mai fatto caso, fino a ora.
La borsa proviene da una libreria, la mia preferita, e al suo interno è trasportato per tutto il tempo un regalo, un libro. Una zavorra di carta che racconta la fine della vita per una famiglia, i Brion, e l’inizio di una promessa per Giulio, il giovane errante. Ritornano le immagini e i gesti ripetuti e le abitudini di portarsi sempre addosso un libro da sfogliare perché, di solito, non si sa mai. Ritorna il pensiero dietro al gesto: ti regalo un libro di una cosa che ci ha unito, anche solo per un secondo, anche solo per me. La carta, al settimo minuto dopo l’ora, viene scartata e il catalogo di Carlo Scarpa emerge dall’azzurro e dal rosso del suo involucro contenitivo. Ma saranno altre mani quelle che lo toccheranno e altri occhi godranno delle fotografie e delle parole al suo interno.
La pellicola intanto scorre e l’ultima da bere sembra non arrivare mai. La pianura è tagliata di netto dal viaggio dell’automobile; i nostri tre eroi sembrano aver smarrito la rotta tra un bacaro e l’altro, tra una birra dal sapore strano e un caffè corretto prugna. L’itinerario è una linea d’inchiostro sbavato sulla superficie unta di un fazzoletto da bar. Sopra quella terra piatta e stropicciata, la fuga delle anime scivola bendata. Alla fine, partendo da Venezia, un treno regionale porterà l’anima più giovane verso Verona. Punto di arrivo o di ritorno.
Tutto dipende da chi troverà al binario ad aspettarla.


