Di Serena Votano
Quando da adolescente immaginavo i trent’anni, li vedevo come una specie di traguardo – nonostante non fosse un periodo di tempo così lontano –, pensavo che avrei avuto le idee più chiare. Un lavoro, una casa, una relazione, una direzione precisa. Insomma, una vita finalmente compiuta. Adesso che mi ritrovo in prima persona a un passo dai fatidici trenta, posso dire di essere leggermente diversa da come mi immaginavo, il che non vuol dire peggio.
Dopo l’università ho rincorso il mio sogno, senza mai perdonarmi i passi falsi.
Ci ho impiegato un po’ di tempo a capire che percorrere
una strada diversa da quella che ci si era prefissati
non significa necessariamente aver fallito.
È anche questo, in fondo, uno dei motivi per cui Giorni futuri di Gabriella Dal Lago (edito da Einaudi) mi ha colpita. Irene torna a Torino dopo anni trascorsi all’estero e si ritrova costretta a guardare da vicino tutto ciò che aveva lasciato indietro.
Ricominciare a vivere nella casa in cui si è stati adolescenti, poi, ha un che di diabolico. Si ritorna a dormire tra le lenzuola dell’infanzia, circondati da poster, foto e libri che hanno segnato l’adolescenza. Significa aprire l’armadio e ritrovare gli abiti indossati prima di partire, insieme al carattere ostinato, sfuggente e cinico che la vita da adulta ha in parte ammorbidito. Tracce di una versione precedente di noi stessi.
«In quella camera che è uno scrigno del tempo, in cui come cimeli impolverati giacciono targhe al merito, premi, medaglie (tutte le attività competitive in cui si è impegnata ad eccellere nei primi vent’anni della sua vita: corse campestri, poetry slam, gare di dettato in inglese e francese, una varietà di premi letterari di ogni genere, olimpiadi di: filosofia, matematica, latino e greco antico) e sulle cui pareti hanno iniziato a spuntare, da qualche anno a quella parte, anche delle fotografie che lei non ha mai appeso».
La città le sembra rimasta uguale, ma qualcosa è cambiato. Tornare significa fare i conti con ciò che si è stati e ciò che si pensava di diventare, mettere a confronto la vita sognata e quella che, nel frattempo, ha preso il suo posto. L’unica persona della sua vecchia vita che Irene ritrova ancora a Torino è Camilla. A differenza di Irene, ha scelto deliberatamente di non partire e di costruirsi lì una piccola idea di felicità, in un appartamentino e con un lavoro d’ufficio che Irene non riesce nemmeno a comprendere fino in fondo. Non sa neppure chi stia frequentando Camilla, se un uomo o una donna. La loro è un’amicizia diversa da quella con Ottavia, meno esclusiva, eppure è ciò di cui Irene ha bisogno.
Ma una persona non basta a rendere familiare una città in cui Irene non riconosce più il proprio posto. Così, quasi per provare a rimettere piede nella vita che aveva lasciato, accetta di andare a una festa organizzata da alcuni ex compagni di scuola. Sono più che altro vecchie conoscenze, persone che non frequenta da anni e che ora ritrova trasformate. Alcuni hanno una famiglia, altri un lavoro stabile, altri ancora sembrano aver seguito con naturalezza quel percorso verso l’età adulta che Irene sente di aver smarrito. È lì che incontra Pietro, il ragazzo che al liceo era rappresentante d’istituto e che, agli occhi di Irene, non ha perso nulla del suo fascino. Anzi, da adulto le appare persino più attraente. Pietro, però, sembra ricordarsi a malapena di lei. Quando finalmente la colloca, lo fa chiamandola “l’amica di Otti”.

È una definizione apparentemente innocua, ma per Irene ha un peso diverso. In una sola frase, Pietro riporta nel presente una persona che lei ha cercato di lasciare nel passato. I ricordi dell’amica affiorano a tradimento. È proprio da quel momento che la figura di Ottavia comincia a farsi strada nella storia, prima ancora che Irene sia pronta a raccontarla.
Tra Irene e Pietro inizia un gioco di seduzione ironico fatto di messaggi, appuntamenti, e tentativi di interpretare ogni reazione dell’altro. Ma conoscersi davvero è difficile, anche perché il tempo a disposizione è poco e le loro vite continuano a muoversi in direzioni diverse. Pietro vive ad Amsterdam e Irene non sa ancora se resterà a Torino. Da vicino, inoltre, il ragazzo che aveva idealizzato durante l’adolescenza perde qualcosa della sua perfezione. Rimane il fascino di ciò che è stato, ma accanto a quello emergono le incertezze del presente, un segreto che Pietro non riesce a raccontare, una certa goffaggine nel rapporto con Irene e una vita molto meno definita di quanto l’immagine del liceo avesse lasciato intendere.
Anche per Irene, del resto, nulla è davvero deciso. La aspetta dalla primavera successiva un posto di ricerca a Londra, promesso dalla sua professoressa Friederika, ma intanto è tornata a Torino e non sa se questa parentesi sia soltanto una pausa prima di ripartire o se possa diventare qualcosa di diverso.
Mentre cerca di capire che cosa fare della propria vita, Irene deve anche fare i conti con la malattia della madre. Teresa ha un cancro grave e Irene non vuole preoccuparla, così racconta qualche bugia bianca, prende tempo e cerca di tenere insieme i diversi pezzi della propria vita. Tra questi c’è anche il rapporto con Ottavia. Quella che era stata la sua migliore amica vive ora a Rotterdam, dove è diventata un’influencer molto seguita, parla di benessere e organizza corsi di yoga. Irene la conosce ormai soprattutto attraverso ciò che vede da lontano e attraverso i racconti di Teresa, che con Ottavia è rimasta in contatto e, anzi, la definisce sua amica.
Ed è forse questo a rendere tutto ancora più difficile da accettare. Come possono due persone che hanno condiviso così tanto arrivare al punto di non sapere quasi più nulla l’una dell’altra? È una delle cose che ho trovato più vere nel romanzo. Alcune amicizie non finiscono davvero. Semplicemente, a un certo punto, smettiamo di sapere come raggiungere l’altra persona.
«Il silenzio che negli anni si era aperto tra loro aveva l’aspetto di una casa abbandonata senza essere stata svuotata del tutto.»
Tra loro non c’è stato un grande litigio. Irene e Ottavia sono sempre state molto diverse. Irene era un’adolescente più appartata, ostinata, concentrata sull’idea di costruirsi un futuro secondo un progetto preciso. Ottavia, invece, era luminosa, popolare, capace di muoversi con maggiore naturalezza tra le persone ma sembra trovare la propria direzione soltanto procedendo per tentativi. Anche le famiglie da cui provengono contribuiscono a renderle diverse, così come il rapporto con le rispettive madri e il modo in cui imparano, molto presto, a immaginare se stesse. Raccontare l’amicizia tra due persone vuol dire raccontare due versioni di una storia individuale. Non esiste necessariamente una memoria condivisa solo perché si è vissuta la stessa storia. Due persone possono essere state presenti negli stessi momenti e averne conservato ricordi completamente diversi. Più si cresce, poi, più diventa difficile entrare davvero nel punto di vista dell’altro, accettare che la propria versione dei fatti non sia l’unica possibile.
E qui, riconosciamo le inquietudini di un’intera generazione: il senso di precarietà, l’insicurezza, la sensazione di non avere mai completamente il controllo della propria vita, la difficoltà di immaginare il futuro come qualcosa di solido e definitivo. A volte è difficile accettare la persona che siamo diventati, soprattutto quando continua a esistere dentro di noi l’idea di chi avremmo dovuto essere. Da adolescenti ci costruiamo un’immagine del futuro e, spesso, anche di noi stessi, a cui continuiamo a fare riferimento molto più a lungo del necessario. Per Irene e Ottavia, ritrovarsi significa anche abbandonare quell’immagine e accettare che il tempo abbia fatto il suo lavoro. A volte, per ricominciare è necessario mettere in discussione l’immagine che avevamo di noi stessi. I giorni futuri, allora, talvolta tanto agognati, non sono quelli in cui tutto si chiarisce e prende forma. Sono quelli, invece, in cui è necessario tornare indietro per capire chi eravamo, proprio quando pensavamo di esserci lasciati quella persona alle spalle.
«[…] si sente passata attraverso diecimila pelli. Esiste un modo per trasformare i fantasmi in qualcosa che ha che fare con il futuro, di strapparli via dal passato, un modo che non somigli però a un’infestazione?»
Giorni futuri è una storia sull’amicizia tra donne, sull’evoluzione delle figure dei genitori, sui rapporti che cambiano senza necessariamente finire e sulla difficoltà di riconoscere, negli altri e in noi stessi, qualcosa che appartiene ancora al passato. Attraverso una lingua viva, mai piatta, lo stile di scrittura di Gabriella Dal Lago è capace di passare dalle conversazioni e dalle chat ai momenti più introspettivi senza dare l’impressione che ci sia una frattura tra i due registri. Un romanzo su questo strano momento della vita in cui ci si accorge che avere trent’anni fa schifo, ma che è anche bellissimo ricominciare a immaginare la propria vita. Che si può cambiare strada, tornare indietro, ricominciare e, come a Monopoli, ripartire dal “Via” senza che questo significhi aver perso la partita.
In copertina: Ai artwork by @__infrarouge

