Di Giammarco di Biase
Leggo Ammaniti come sempre, prima di leggerlo. Mi viene spontaneo, quindi, non credere a nulla di quello che si dice su Il custode. Così fu per il suo precedente (ambizioso e, per questo, come tutte le cose ambiziose, fastidioso, perché ambizioso significa ancora poco adulto poco, maturo, poco misurato). Dagli ombrelloni del mio paesello di vacanza mi passavano davanti Marai, Cagnati – letture poco legate ai miei gusti da fanatico tra cui, inaspettatamente, è diventata disperatamente mia una delle due: L’eredità di Eszter, libro stregonesco, fluttuante, un capolavoro della letteratura ungherese pieno di magagne, di intoppi, di facce doppie e abbarbicate. Un libro che non andrebbe letto a tutte le età ma solo quando si è in età avanzata, senili, solo quando si muore con il sangue addosso di un amore, o del catetere, e pensi sia solo sbavatura oraria della demenza. Sbavatura, appunto. Pagine troppo importanti per un ragazzino: se sapessi la data in cui morirò lo rileggerò da capo prima di chiudere gli occhi: libro della vita. Gli ungheresi scrivono come filmano e viceversa.
MA: stiamo parlando di Ammaniti,
allorché Lia dall’ombrellone mi passa Il custode, suo ultimo romanzo edito da Einaudi.
Ora, il caldo era spaventoso, oltre ogni misura
e c’era il problema dell’ambizioso. Ammaniti è stato sempre molto ambizioso, poco adulto, poco maturo (qualcuno direbbe per fortuna).
Qualcuno lo ama per questo, altri non lo apprezzano per la stessa ragione.
Esce vivo da due serie tv che l’hanno reso ideatore di storie disallineate, Il miracolo e Anna. Poi, scrive La vita intima, e parla attraverso gli inganni e gli auto-inganni di una donna. Si dà alla voce femminile, sempre ambiziosamente. In tutti i suoi libri, a partire dal suo enorme Io non ho paura innalza impalcature: è un costruttore. Decide, ad un certo punto, che non gli basta il magico delle fosse dove nascondere bambini o il magico della sua pagina asciutta ma rabbiosa. Ad un certo punto il magico si apre alla fantascienza nelle sue prove da autore cinematografico fino ad arrivare qui: Il custode che è un libro, diremmo, ecletticamente fantasy, un genere tipico, quasi epico. Già dal titolo qualcosa di misterico che tutti faticano a gestire: le lettrici degli ombrelloni, soprattutto Lia, mia cara amica divoratrice di libri assolutamente dal sapore inedito, lo definisce enigmatico. Giammarco, dove vuole andare a parare? Non lo so, Lia, le rispondo, ancora non l’ho iniziato. Così comincio a leggerlo, deluso dal precedente, anche questo ambizioso. Ne Il Miracolo, serie tv Sky, faceva piangere madonne e il finale sul DNA sembrava quello del Sacro Graal de Il codice Da Vinci di Dan Brown. Qui, ne Il custode, un bambino (di cui non dirò il nome, come di nessun altro protagonista della storia) vive in un pezzo di terra malfamato e povero che è il solito scenario a cui ci ha abituati Ammaniti prima di imborghesirsi per fatti suoi e mai nei suoi racconti, che odorano di marmo appena frantumato, di campi alla fine del nostro disastro morale, un pianeta oltraggioso, prati di alluminio e di frigoriferi lanciati sulle rive come balene arenate. Insomma, un posto non lontano dal futuro, immaginario, che raccoglie i detriti tanto cari ai carnivori, a chi scrive ancora con la penna di sangue con astio, con violenza.
Ci troviamo di fronte a un clima desolato e il protagonista bambino è costretto a prendere i suoi primi voti: mi spiego meglio, dovrà custodire la porta del bagno della casa dove vive con sua zia e con sua madre dopo che suo padre è morto per motivi apparentemente mafiosi. Ma cosa deve custodire? Una sua proprietà, sì, come quella dell’azienda di famiglia che è soltanto un appannaggio a ciò che si fa dentro questo benedetto bagno. La casa tutta crollerà se il bagno verrà aperto e così tutta l’umanità. Nel frattempo Ammaniti dipinge la sua storia d’amore piegata con lo stomaco in due: ci sono due ospiti in quel paesello lurido e inventato, una specie di zona dove tutto è fuori dalla legge, si direbbe un western mitologico l’ultimo libro di Ammaniti. Perché Ammaniti ha fatto sempre grande western, come Baricco ha cercato sempre di negarlo nelle sue storie fino ad arrivare al suo ultimo strazio dove il genere spaghetti dilaga, purtroppo per lui.

Ammaniti che ha sempre fatto parte di un gruppo di scrittori, di una squadra, ha sempre amato i generi per dissociarli, orientarli verso ciò che interessa più a lui: l’amore molesto, come direbbe Elena Ferrante in un suo famoso bellissimo titolo trasposto da Mario Martone. Insomma, arrivano due ospiti tra la babele di case sotterranee e omertose della zona. Madre e figlia italo-francese che si legano al protagonista in più di una situazione e che entrano nella sua vita profondamente mentre lui si dimentica con la febbre dell’amore di badare al suo mostro nel nascondiglio, nel bagno pieno di insetti e di buio. Ammaniti questa volta è faccia a faccia con Lady in the water, con quel genere di cinema dove un divinatorio entra a far parte di una vita comune, gretta, malfamata. Qui non è la madonna a piangere sangue, gli emocromi non fissano una pergola della scienza e del sapere altro occulto, non la mettono in discussione (la scienza) per trovare una mediazione con il religioso o, a dirla tutta, con il misticismo sempre più praticato. Ammaniti è ambizioso sì, ma Il custode è finalmente il libro del suo ritorno. Un libro pieno di vento, dove le vie brulle raccontano quello che a lui più interessa (cinematograficamente, prima di tutto) cioè il racconto di formazione, il suo disperarsi per amori impossibili. Il protagonista corre sempre con le forbici in mano, attento a prendersi tutte le ferite del mondo, quelle delle donne soprattutto che, per Ammaniti, restano sempre il più alto mistero, le mamme, le zie, le madonne, anche dopo la catastrofe. Ammaniti è già un classico, perché l’ambizione alla fine è sempre un modo per raccontare le sue ossessioni private, per galleggiare nei suoi vizi di narratore. Certo l’ambizione (è impossibile parlare ormai di Ammaniti solo come di scrittore e non come di curatore di storie cinematografiche e televisive) di toccare tutti i media gli permette di fare i suoi western travestiti, selvaggi e letali. L’ambizione: è lei a renderlo ancora un forte sperimentatore, forse meno adulto, meno maturo a volte, lui sicuramente non prevede di esserlo. Non ci pensa proprio ad esserlo. Ammaniti è un bambino che mistifica le immagini, le storie, ma che scrive sempre poesie d’amore, scrive di quella crash, di quel contatto, con prepotenza e una certa arroganza. Quindi resta ancora uno dei più grandi scrittori italiani, proprio perché continua a rischiare l’eccesso.
In copertina: George Inness, Angolo di foresta, 1891, olio su tela, cm 76×114, Yale University Art Gallery, New Haven

