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Bianco

Di Federico Riccardo

 

Ho sceso dandoti il braccio almeno un milione di cani. Mi stupisce oggi il tuo freddo Alaska vomitato sopra il mio bianco: lo vestivo già un anno fa ma non te ne sei accorta, distratta e distorta, sul tuo calesse che guidavi smorta. Ma Federico è depresso psichiatrico psicotico, ribadivi al tuo psaico. E lui annuiva, oh sì se annuiva, imbecille. Tanto a lui importava la parcella, al massimo la tua mascella, e a fine sessione ti sbaluginava sulla sua scrivania di faggio, da vero saggio, lui seduto tu sopra e mentre la sessione imperversava io tapino mi scolavo una session Ipa, tapiro. Mi raggiungevi a letto, io bianco, ci dormivo già da un anno. A volte ti aspettavo fino a tardi finto dormiente. Puttana. 

Tante volte, bianco non lo sono stato affatto. Era l’inquietudine la mia mossa, la mia morsa. Tu percorsa da strani paragoni che dovevi validare nel tuo cranio, se meglio me o tuo padre, se peggio te o tua madre, ti ci sei buttata a capofitto dentro al mio genio mica te lo aspettavi che avessi un cuore buono, che fossi bono, che sporgersi fosse una mia prerogativa: azzardato fu farlo fino in fondo, la prima volta che pensai ad annientarmi coincise miracolosamente con la stessa in cui mi hai detto ti amo, ma non mi annientavo mica per questo ma perché sin da piccolo c’ho il vociume dentro e fuori, sono vermi che applaudono, sono sibili, fischi, saette e amori di fango. Risposi che ti amo anche io, ma voglio morire. Asciutto, pochi minuti dopo, mangiammo un banana split in un bar riminese con panna e cialda croccante, pesante ero sì ma affascinante mi ribadivi. Mica ingenuo: ti facevo compassione. Ho riconosciuto il naso di chi annaspa in situazioni che non vuole annaspare. Gli occhi ti salvavano, gli occhi.

Pittammo i muri di una casa trovata in saldo. Due spicci avevamo, io anche meno. In quel momento decisi – deciso – che mi sarei fatto investire da un’auto per incassare dei soldi dall’assicurazione. Così feci, fu un successone e allora un evento dopo l’altro: dapprima timidamente con la truffa dello specchietto, secondopoi andai di soffocamenti di bistecche nei ristoranti, fino a conseguire la specializzazione in estorsione di soldi inviando mail in pessimo italiano, fingendomi sultano di Stati mai esistiti, eppure stati, se si leggeva bene. Ti portai a casa gruzzoletti consistenti, tali vittorie però non riuscirono a togliermi quel maledetto bianco di dosso, anzi, satollo di questa vita, tornai a buttarmi un po’ da dovunque: il nostro terrazzo, sito al secondo piano, la mansarda sita al nono, il sito sito in alto in alto da cui osavamo lanciare massi sulle macchine lerci di birra. Non ho mai voluto così tanto morire.  Non sono mai riuscito a morire.

Ti sentivo a volte piangere e ciarlare con mia madre, trovasti il suo numero sulla mia rubrica, le raccontasti che tutto bene anzi bene proprio nulla: suo figlio ha bisogno di un aiuto, di qualsiasi tipo, purché sia un aiuto che dia qualche aiuto. Va bene anche lo sciamano se proprio non vuole un dottore. Va bene anche un ciarlatano purché gli dica qualcosa.  Anche un centauro, anche un centurione, anche un commendatore. Ma fatelo uscire di casa a sfogarsi con qualcuno, per la madonna. Mia madre pur di lavarsene la coscienza ci spedì 100 euro. Non credo abbia capito bene cosa mi stesse accadendo. O forse lo aveva capito chiaramente e come ogni madre conosceva fin troppo bene la storiella che dice che non ci sono dolori che non si possono sistemare col denaro croccante. Detto questo, li spendemmo in due amaroni che tracannammo a stomaco semivuoto: male non ci fecero, dormimmo solo un po’ storti. 

Una mattina colazione alla mano hai salito le scale colma di euforia. In mano un volantino che recitava tipo Cercasi dogsitter. Sbofonchiai qualcosa di vago mentre un conato di vomito mi saliva su. Mi hai risposto qualcosa di vago tipo Dovresti rispondere all’annuncio!  mentre un po’ di mal di testa ti saliva su. Uno scricchiolio si intromise nel dialogo, era il lampadario della cucina mezzo scassato e cadeva giù. Lo riparammo proprio coi primi soldi black dei padroni dei cani, per i quali diventai un punto di riferimento in tutto il quartiere. Portavo a fare la cacca anche cinque-sei cani contemporaneamente. Alcuni li portavo anche su da me e ci vedevano fare le zozzate, già zozzoni loro e zozzoni pure noi. Un giorno perso nei miei pensieri decisi di attraversare la strada improvvisamente: un’automobile frenò di soprassalto e un border collie si sfilò dalla pettorina iniziando a correre all’impazzata, spaventato. Corsi e non riuscii a ritrovarlo. Persi la fiducia della signora che me lo aveva affidato, persi il border collie, persi i clienti, persi la voglia di arrabattarmi per due soldi in contanti, non ti dissi niente se non di andare a fare scorte di zuccheri e alcolici perché il giorno dopo non avrei lavorato, ma tu non avevi mica sospettato che era perché mi avevano licenziato. Lo hai scoperto da sola, solamente la mattina dopo, ritrovando il cadavere del pastore accidentalmente schiacciato sulle strisce pedonali – ironia della sorte – dopo una fuga di ore e ore per tutta la zona in cui stavamo.

Povero cucciolo. 

E adesso che tiro a campare in maniera ancora più improvvisa, che il teatrino continua a rivelarsi un teatrino, che i burattini hanno deciso di dire al pubblico di avere i fili, che manco più le quinte esistono più, adesso che la vita è una merdaccia e mi si rivela sempre più delineato il destino, adesso che non voglio e non devo combattere contro il malessere che mi attanaglia, decido di vestirmi di bianco per rappresentare tutti i colori del mondo e non dover esprimere pubblicamente un’emozione al posto di un’altra. Continuo a ideare il mio suicidio migliore, ho provato il forno ma è troppo freddo per uno come me, ho bevuto il veleno ma lo piscia subito uno come me, ho provato a spararmi ma il foro oltrepassa la pelle a uno come me risanandosi nel giro di qualche secondo, ho provato a bermi 18 bottiglie una dopo l’altra e sto pure bene anzi meglio, ne guadagno in collagene. Tu mi hai detto che non mi ami più, te ne sei andata a vivere dallo psaico e mi hai lasciato qui tutti i tuoi vestiti, i tuoi libri, i tuoi oggetti di scena. Tornerai un giorno a riprenderteli, ma non mi troverai più: mimetizzato in definitiva coi muri, con l’arredamento, volatilizzato, evaporato, scoreggiato, incensato, dissolto, dissoluto, dissacrato, disanimato, dispolpato, disilluso, disinnamorato, disabile, disattivato, polvere, alginato, cenere, fumo, sfumato. Oltre ogni parete, oltre ogni appartamento, oltre ogni concetto umano, finalmente svanito come essere vivente, non più senziente, morto apparente, apparentemente andato, sconvolto, sconfortato, suicidato. Sarò l’ultima preoccupazione di chiunque, finalmente dimenticato.

 

 

 


Federico Riccardo è nato nel 1991 a Milano.
Si è laureato in Scienze dei Beni Culturali presso l’Università degli Studi di Milano con una tesi sul teatro indiano. Lavora come ufficio stampa, ghostwriter e redattore di articoli per il web. Scrive racconti da quando è bambino.
Con la casa editrice Bookabook ha pubblicato il libro Il tempo è il binario di un tram cui è seguito Le vie di mezzo – Esercizi di immobilità. Con Edizioni Effetto ha pubblicato Erotica Liquida (assieme a Simone Sciamè) e Tender, vincitore del Premio della Giuria “Il Giovane Holden”.
Nel 2023 ha fondato Topsy Kretts, rivista di racconti contemporanei. È un pazzo.

 


In copertina: artwork by Lucio Fontana

 


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