Di Maria Teresa Rovitto
A partire dagli anni Settanta l’attenzione sulla costruzione della maschilità è divenuta sempre più oggetto di indagine da un punto di vista scientifico e, in seguito, oggetto di maggiore interesse letterario. Nel romanzo Fare il ragazzo, di Jérôme Meizoz – vincitore del Premio svizzero per la letteratura nel 2018 con questo lavoro – la tesi che la maschilità sia una costruzione risalta sin dal titolo grazie a una scelta linguistica: il verbo fare implicitamente contrapposto a essere che dovrebbe rimandare, invece, a un’intrinseca, sebbene stratificata, autenticità. Si può infatti fare anche qualcosa che non si vuole, che non si è, in cui non ci si riconosce, in un meccanismo di eterodirezione che, più volte di quelle che siamo disposti ad ammettere, noi stessi facciamo fatica a sovvertire. E qui il coraggio sia di Meizoz autore che del suo personaggio di affrontare con la scrittura la sua storia rispetto alla costituzione virile della società, nella convinzione che non sia tardi per scardinare automatismi e per assumersi responsabilità, unica via per rendere possibile un cambiamento («Che rapporto ho ancora con quel ragazzo, dopo quarant’anni? Quasi nessuno. Quel curioso esserino sembra murato in una stanza vuota»).

Grazie all’alternanza di una struttura bipartita (Ricerca e Romanzo), Meizoz riesce a esaminare la costruzione della maschilità e a narrare nuovi modi di pensare al maschile. La parte intitolata Ricerca, quella più analitica, ha come oggetto il modo in cui la società costruisce l’identità maschile basata per lo più su visioni pseudoscientifiche e inaccurate sul genere, mostrando una visione del maschio rigida e legata a un immaginario violento – qui in un contesto rurale e a vocazione cattolica–; la parte intitolata Romanzo, di inclinazione finzionale e dal ritmo più narrativo, esplora la volontà del protagonista di cercare un’altra via per il soggetto maschile. Se nella parte Ricerca l’indagine sulla formazione di un ragazzo nato e cresciuto nella seconda metà del secolo scorso procede per associazioni stimolate da diversi documenti, quali testimonianze, articoli di giornale, stralci di un manuale contro la teoria del gender, testi distribuiti dal professore di religione in cui appare una tabella di psicologia comparata uomo/donna, nella parte Romanzo, quel ragazzo, ormai cresciuto, è un adulto che ha deciso di muoversi nel campo del sex working, scelta che si propone evidentemente di ribaltare l’immagine di una pratica tipicamente associata al corpo delle donne e degli omosessuali; inoltre, egli rifiuta di eseguire con le clienti una pratica sessuale ancora ritenuta da molti l’unica possibile o comunque la più virile (si intuisce facilmente quale). Incontra donne dietro compenso che, sebbene mosse da una prima richiesta di contatto fisico, non nascondono il desiderio di essere ascoltate. In questa parte sembra quasi di assistere alle conseguenze nel campo etico e fisico del femminile dell’educazione sentimentale a una certa virilità. È come se in un gioco di specchi il ragazzo, ora adulto, si riconosca nei comportamenti dei maschi che fanno parte della vita di queste donne: le loro confessioni su certe reazioni maschili provocano in lui una riflessione e un inevitabile ritorno a certi luoghi della mascolinità a cui non vuole più appartenere e dai quali cerca di allontanarsi proprio attraverso questa narrazione decentrata. L’ascolto, l’incontro con l’altro genere in circostanze non convenzionali, permette di delineare i propri tratti: assumendo la prospettiva dell’altro, ci si osserva da fuori, si registra l’esterno. Da quel momento si prende coscienza di come si appare, domandandosi quanto la dimensione esteriore di noi corrisponda a quella interiore. Il genere diverso dal proprio diviene allora luogo di interrogazione dell’identità anche sulla questione– inesauribile e fondamentale per le scritture che contengono tracce autobiografiche –, del grado di verità raggiungibile attraverso la narrazione e la rappresentazione di sé.
Le due parti constano entrambe di trenta capitoli ciascuna: sembra essere un tentativo di simmetria tra la parte più autobiografica (Ricerca) e quella dichiaratamente finzionale (già dal titolo, Romanzo), ma sappiamo che proprio nella pratica della scrittura i confini tra le due posture sfumano.
La sezione intitolata Ricerca delinea un ritratto che è facile immaginare come biografico, dal momento che l’uomo viene presentato come l’alter ego dell’autore. Nel ritmo antinarrativo di questa sezione, c’è un invito: «Se volete, chiamatelo J. Andrà bene qualunque nome. Io preferisco “il ragazzo”». Questa è una possibile chiave di lettura che ruota attorno alla lettera J — J come Jérôme (nome dell’autore), J come Je (io in francese). In ogni caso, J. è «un essere incompiuto» e questa ricerca procede per squarci sulla sua infanzia, sulla sua adolescenza e sul suo percorso scolastico, oltre che sulla sua formazione civica, religiosa e sociale in senso lato. È un soggetto in formazione, le cui emozioni si contendono costantemente il campo con il suo intelletto.
La parte Romanzo, poi, sembra prestarsi a un’ulteriore lettura, ovvero a un’interpretazione metaletteraria, in quanto più che la vita adulta dello stesso protagonista della parte Ricerca, sembrerebbe un romanzo (scritto da lui) nel romanzo: più volte, infatti, abbiamo ascoltato quel ragazzino esprimere la sua insofferenza verso la realtà e il suo bisogno di inventare. L’inclinazione a fare lo scrittore è proposta come una possibile fuga dalle sue origini e l’inizio di una vita intellettuale che si attiverebbe proprio da una presa di coscienza sulla questione del genere. In tal modo Fare il ragazzo si salderebbe anche alla tradizione francese della letteratura dei transfughi (récit de transfuges de classe) che non può prescindere dalla tematizzazione della honte, il sentimento della vergogna che si confessa non solo per senso di colpa, ma come gesto politico per la costruzione di un’autosociobiografia per dirla con Ernaux.
Se è vero che Fare il ragazzo è un libro politico, non è secondaria la vocazione letteraria che argina ogni rischio di appiattimento sull’attualità, il quale racconto troppo spesso reitera luoghi comuni aderendo a costruzioni retoriche che a prima vista sembrerebbero avere poco a che fare con il rapporto tra i generi. I luoghi comuni possono essere sovvertiti da un certo uso della lingua che trascende quello convenzionale e utilitaristico. Meizoz lo fa: usa frasi brevi, ellissi, scomposizioni e ricomposizioni linguistiche di un immaginario radicato da secoli muovendosi tra poesia visiva e prosa poetica; genera un impianto narrativo che ha la capacità di esprimere quel duplice senso di bellezza e banalità dell’essere, di coesistenza tra predeterminazione e scelta. Sfida gli stereotipi legati al genere, mette in gioco diversamente le identità sessuali, celebrando le possibilità dell’esperienza umana nella letteratura.
Jérôme Meizoz (1967) è professore di letteratura francese all’Università di Losanna. Il suo primo racconto, Morts ou vif (Zoé, 1999), è stato designato “Libro della Fondazione Schiller Svizzera 2000”. Autore di numerosi saggi letterari, nel 2005 riceve il Premio Alker-Pawelke dell’Accademia svizzera delle scienze umane (Berna). È autore di diversi romanzi, l’ultimo dei quali è intitolato Le hameau de personne (Zoé, 2025). Fare il ragazzo ha vinto il Premio svizzero per la letteratura nel 2018.
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