Di Beatrice Fagan
«Al matarlo mataba mi mala suerte,
mataba mi chuncho»
Il 21 gennaio del 1941 una donna poco più che trentenne percorreva le strade di Santiago del Cile per raggiungere un lussuoso hotel del centro. Varcate le porte, attese nell’atrio l’arrivo di un uomo. Quando l’uomo apparve, la donna estrasse una pistola e gli sparò tre colpi. Voleva ucciderlo, ma riuscì soltanto a ferirlo a un braccio. Arrestata con l’accusa di tentato omicidio, trascorse un mese in carcere dopodiché venne rilasciata perché l’uomo, che era anche il suo ex-amante, aveva rinunciato a sporgere denuncia. A seguito di quell’evento, la donna lasciò il Cile e si trasferì negli Stati Uniti. Quella donna era María Luisa Bombal e successivamente disse riguardo a quel gesto: «Uccidendo lui, uccidevo la mia cattiva sorte, uccidevo il mio chuncho».
Il chuncho è una piccola civetta cilena il cui canto, nella tradizione popolare, è presagio di sventura. Per Bombal quel rapace dal volo molle e gli occhi gialli era l’incarnazione del suo demone e in molti suoi racconti lo vediamo apparire come rappresentazione del desiderio. Frustrato, insoddisfatto e represso, il desiderio è, in effetti, una forza oscura che grava come un uccello notturno sulle protagoniste delle sue storie.
Con L’ultima nebbia, che raccoglie nella traduzione dì Francesca Lazzarato l’opera omnia di María Luisa Bombal, SUR restituisce ai lettori italiani una delle voci imprescindibili della letteratura ispanoamericana del Novecento. Vissuta tra Cile, Francia, Argentina e Stati Uniti, Bombal viene ricordata come stimatissima amica di Jorge Luis Borges, Pablo Neruda, Federico García Lorca, Victoria Ocampo, molto vicina all’ambiente della rivista Sur e ancora prima al movimento surrealista. Innovatrice stilistica e pioniera del realismo magico, si distinse per la radicalità con cui, in una società profondamente patriarcale, seppe raccontare l’interiorità femminile ponendo le frustrazioni della donna al centro della soffocante condizione coniugale. Uno stato di perenne dissociazione affligge le protagoniste delle sue storie e ha origine, per tutte, nello stesso momento: il matrimonio. In una vita segnata dal destino di “arrovellarsi su una pena d’amore in una casa ordinata, di fronte a un ricamo incompiuto”, il desiderio irrompe come una forza liberatoria e distruttiva, che le conduce a inseguire le proprie pulsioni e fuggire dalla realtà attraverso il ricordo, il sogno e l’immaginazione.

Nel romanzo che dà il nome e apre la raccolta, L’ultima nebbia (La última niebla), la protagonista, seconda moglie di un uomo rimasto vedovo, vive all’ombra della prima moglie, modello irraggiungibile di perfezione. Uno strato di nebbia denso e costante avvolge la loro casa come un cappio, diluendo la realtà fino a dissolvere i confini tra sogno e veglia, tra lucidità e follia. La protagonista sfuggirà all’asfissia della vita coniugale costruendo una realtà parallela in cui potrà liberarsi del decoro, immergersi nuda nello stagno nel cuore del bosco e contemplare le proprie forme finalmente languida e libera dalla vergogna. Durante queste fughe incontrerà un amante fantasma, al quale potrà abbandonarsi e vivere la passione e il desiderio nella loro forma più pura. L’amore per quest’uomo la accompagnerà per tutta la vita, fino ad assumere i tratti di un’ossessione.
Le donne di Bombal vivono come sonnambule dentro un acquario:
una pressione ovattata le opprime;
uno stato di torpore e apatia le separa dal mondo oltre il vetro.
Quel confine può essere la loro bellezza, la loro intelligenza, la loro consapevolezza o il bisogno di essere viste. In questo senso, il desiderio – e insieme il demone – di queste donne, sembra proprio quello di essere nel senso di esistere. Essere vigili e presenti a sé stesse, prima ancora che per lo sguardo dell’altro, che si tratti del marito, dell’amante o dei figli. Destinate a un’eterna solitudine, spesso troveranno sollievo solo nello sguardo compassionevole di un albero, di un lago o di un gruppo di isole. Soltanto il paesaggio sembra comprendere il loro isolamento.
Nel racconto L’albero (El árbol), Brígida è l’ultima di sei sorelle, figlia di un uomo che, rimasto vedovo e ormai spossato dall’aver cresciuto le prime cinque, con lei decide semplicemente di rinunciare e semplificarsi la vita dichiarandola ritardata. Brígida approda così alla vita adulta completamente smarrita e dimenticata, immersa nella fascinazione per ogni cosa e nelle più sfrenate fantasie. Sposerà un uomo molto più grande, «solenne e taciturno», che la ama soltanto in quanto creatura fragile e indifesa. Per sottrarsi alla freddezza del matrimonio, Brígida si rifugia regolarmente nell’unica stanza della casa affacciata sul grande gomero del giardino, che raggiunge per farsi scuotere dai rami che frustano le grondaie e la finestra.
«Era corsa, non seppe perché né con quale insolito coraggio, verso la finestra.
L’aveva aperta, era l’albero. Il gomero, scosso da un grande soffio di vento,
veniva a bussare sui vetri con i suoi rami,
a chiamarla all’esterno perché lo vedesse contorcersi come un’impetuosa fiammata nera
sotto il cielo ardente di quella notte d’estate»
I laghi, gli stagni, i giardini e i boschi sono luoghi di passaggio in cui il desiderio finalmente prende forma e le protagoniste possono attraversare il confine tra ciò che vivono e ciò che immaginano. Sono rifugi o osservatori silenziosi, ma sempre contribuiscono a creare quella condizione di straniamento necessaria all’autrice per far percepire al lettore le anomalie e l’inquietudine che abitano le sue storie. La natura – il vento, la pioggia, le stagioni – subentra nella narrazione per incarnare le perturbazioni di cui sono vittime le sue donne, il soffio che le fa tremare. Per Ana María, protagonista di Avvolta nel sudario (La amortajada), l’unico sollievo che prova nel vivere la sua vita, e anche nell’osservarla dalla propria bara, arriva ascoltando la pioggia che inzuppa le fronde. Ascoltandola riesce a concedersi un abbandono e, immersa in una malinconia quasi consolatoria, trova il coraggio di piangere. Le donne trascorrono la vita nell’attesa delle lacrime, circondate dall’amore deformato di uomini che finiscono per odiarle a forza di volerle, incapaci di amare se non attraverso il desiderio del possesso. Se gli uomini sono vittime della maschilità, che per Bombal li allontana dallo stato originario, le donne invece conservano ancora la possibilità di mantenere un legame privilegiato con la natura grazie ai propri capelli intrecciati. Nello scritto Le trecce (Trezas), l’autrice le pone come simbolo del legame atavico della donna con la terra: sono nodi che ancorano, che custodiscono segreti e trattengono ricordi. Attingendo alla tradizione fiabesca, fondamentale nella sua formazione, Bombal trasforma i capelli nel segno del mistero: il luogo in cui la donna conserva una parte di sé che sfugge al controllo maschile.
Rileggere l’opera di Marìa Luisa Bombal è un invito a esplorare il mondo sommerso e femminile, immergendosi nelle atmosfere gelide, spettrali e gotiche care all’autrice. Nello scritto Segreti (Secretos), la osserviamo ancora bambina sporgersi dagli scogli per interrogare la spuma del mare sulle sue origini. La risposta le arriva con la voce dei pirati sepolti dai flutti, che raccontano di un vulcano sottomarino sempre in eruzione, il cui cratere incandescente soffia dense bolle di lava argentea fino alla superficie del mare. È impossibile non pensare che quel vulcano sia il cuore delle donne: una forza sotterranea e incessante che ribolle sotto una superficie solo apparentemente immobile. Bombal ci invita a inseguire quella forza, affidandosi alle creature che ne sono messaggere: i rospi che gracidano ai bordi dello stagno e ingoiano la luce lunare, lo sciame di libellule che si infrange contro il vetro delle finestre, lo stormo di civette bianche che taglia un cielo profondo quanto l’inquietudine.
Solo così sarà possibile sentire il desiderio pulsare nelle viscere.

María Luisa Bombal (1910-1980) è stata una scrittrice cilena fra le più acclamate del Novecento. Nata da genitori di origini franco-tedesche, dopo un soggiorno di studio in Francia trascorse la giovinezza fra il Cile e l’Argentina, dove scrisse le sue opere maggiori. Nel 1944, in seguito a un fatto di cronaca nera che la vide protagonista, si trasferì negli Stati Uniti per non fare più ritorno in patria. Vicina a Pablo Neruda e a Jorge Luis Borges, il suo è un nome imprescindibile nelle lettere latinoamericane.
In copertina: artwork by Jan Van Imschoot

