Di Giulia Bocchio
Chi scrive vive in modo diverso da chi non scrive,
ma muore come chiunque altro
Non capirò mai che fine fa davvero il tempo che quotidianamente baratto in nome dello scrolling infinito. Cosa mi dà in cambio, cosa mi sottrae un esercizio d’assuefazione passiva che non mi porta davvero dove voglio e che, forse, mi deforma persino la postura. Ma questa è un’altra storia, una di quelle che probabilmente migliaia di utenti hanno già postato, nella speranza di aprire un’angolatura differente sul perché ci facciamo succhiare tempo ed energia da contenuti che sfaldano la nostra memoria a breve termine e la nostra autostima. La verità è che non mi interessa, come diceva un acuto articolo uscito qualche anno fa su Rivista Studio: Solo il pessimismo potrà salvarci dai motivatori. Non sono quelli gli account che seguo, credo si sia capito.
Non devo chiedermi davvero in quale altra linea temporale si trovi l’autentica versione di me off line, o meglio, quella che lavora al pc, ma con un pc senza connessione, e dunque la me che non arriva trafelata alle scadenze, la me che finisce quel cazzo di romanzo. Però Instagram è un black hole d’immagini e stimoli che si dilata, come la mia pupilla quando incappo nei reel giusti, che ultimamente si dividono in due categorie estetiche specifiche: opere realizzate con AI, veri e propri mini cortometraggi gotico-erotico-gore-surreali e opere realizzate dalla giusta dose di amore e disamore per sé stessi. È così che qualche mese fa ho empatizzato con un piatto di stelline condite con maionese e ketchup e con la persona che l’inferenza narrativa vuole le abbia nobilmente vomitate nel wc: Tea Hačić-Vlahović. Le stelle maltrattate non sembrano neanche più stelle, dice lei. È stata un’illuminazione, una specie di economia circolare della degradazione, una folgorazione, una porzione di spazio digitale in cui ho fatto finire l’attenzione in nome di qualche minuto in più per poter dire Beh ormai è tardi, il romanzo lo riprendo domani.
Il baratto ha funzionato. Il suo podcast, Troie Radicali, la sua cagn(olina), Winkle, le sue teorie alticce sulla vita, il sesso, la moda, le riviste, l’editoria e Milano (e non sono tutte la stessa cosa? La faccia di uno stesso prisma?) mi hanno condotta all’acquisto del suo ultimo romanzo Give me danger, uscito qualche settimana fa per Fandango, nella traduzione di Francesco Graziosi. E mi ci sono persa dentro perché è vero che La gente si rovina la vita per una trama interessante.
Lo sa bene chi pubblica e altrettanto chi non pubblica,
è una verità creativa piuttosto democratica.
Una delle poche, insieme alla morte.
La storia è intrattenimento tragico e puro e, letteralmente, un feed Instagram che diventa un romanzo sul mondo dell’editoria, su chi lo frequenta e lo inquina, sulle allucinazioni, sulla discutibile spendibilità di un’opera, L.A., la vita (anche alimentare) a New York e non ultimo, su un ratto nella veste di miglior compagno di stanza di sempre.

La lubrificazione comincia con una confessione sul lettino di un medico estetico, botox e un effetto collaterale inedito: “Mi sono vendicata dell’uomo che mi ha stuprata realizzando il suo sogno. Lui a Los Angeles ha fallito come scrittore, perciò sono diventata una scrittrice. La vendetta ti libera, ma per farla pagare a qualcuno può volerci una vita”.
Val, la protagonista, non ha filtri in questo senso, né pudore o sovrastrutture sgangherate che porterebbero molte persone a dire parlane in terapia, fatti aiutare.
La verità è che quando pensi di essere “arrivata” – e nel caso di Val significa essere riuscita a pubblicare un romanzo best seller abbastanza appariscente, melodrammatico e camp da aver attirato prima il pubblico, poi la macchina di Hollywood – a mancarti è più che altro una direzione, un orizzonte di senso che la smetta di flirtare con un immaginario ormai iper-costruito e che ti vuole lucida, sul pezzo, amica delle persone giuste, ovvero parte integrante di quell’emisfero che all’ingresso ha l’insegna di una vecchia pubblicità: Piace alla gente che piace; (è questa la chiave del successo?).
Ecco perché la protagonista si trova a L.A., la città degli angeli (caduti) in cui tutti sono attori in cerca di una parte, o personaggi in cerca d’autore, fra strade e locali in cui però è più facile trovare la cocaina. In una città in cui un buon romanzo non potrà mai essere più leggendario dello Chateau Marmont, a meno che tu non ci muoia nel mezzo di una festa, rovinando la serata agli altri. Dall’alto della villa vista oceano, la descrizione è così esasperata da diventare satirica. La visione di Val è il glamour di Los Angeles osservato quando ormai sta marcendo, perché sotto questa iconica superficie scintillante ci sono bulimia, cocaina, sangue dal naso, sesso occasionale, disordine e una sostanziale incapacità di stabilire rapporti umani normali. Anche Val soffre di questa contaminazione: lei consuma tutto: vino, sigarette, cocaina, moda, denaro, sesso. Ma contemporaneamente consuma soprattutto sé stessa.
Sopravvivere a un esordio è complicato, trovare un editore con una visione è manna dal cielo dopo aver ordinato il servizio in camera. L’incubo vero però è quando lo trovi davvero, e questo ha il pessimo gusto di morire, stroncato da droghe di qualità discutibile. Ed è precisamente quello che accade a Leonardo Castello, visionario dell’editoria indipendente (personaggio concretamente ispirato a Giancarlo DiTrapano); l’unica persona che nel bel mezzo della crisi dell’editoria, del giornalismo culturale e delle riviste, ha appena fondato una casa editrice. Ma non ha fatto in tempo a pubblicare nessuno, non riuscendo neanche a finire di editare Val, lasciandola in balia di sé stessa e della sua opera ormai senza casa.
C’è qualcosa di peggio che rimanere soli
con il proprio romanzo impubblicato?
E così tocca tornare a Manhattan, lì dove Leonardo è prematuramente morto, per partecipare alla sua commemorazione, evento glam in cui l’élite letteraria vestirà Balenciaga, Rick Owens o Margiela d’archivio e parlerà male di chiunque. Il rumore di fondo saranno discorsi del tipo: Gli scrittori maschi ti leccano il culo ma non ti scrivono uno strillo per il libro – Si è imparato il giapponese solo per poter leggere Murakami in originale, e poi ha detto che è meglio in traduzione – Lo sapevi che Amelia ha fatto avere alla protégée di Leonardo un contratto da duecentomila dollari per il libro? – La gente si rovina la vita per una trama interessante.
Per Val tornare a New York significa fare una breve vacanza nel passato, tornare nei luoghi che l’hanno vista felice, innamorata (ma non prendete questo termine nell’accezione canonico-romantica), strafatta, ubriaca, coinquilina di qualcuno, migliore amica di altri. Lì strade, ristoranti, alberghi e jazz club la ri-conoscono ancora per quella che è, ovvero predatoria, capricciosa, sessualmente dominante, consumatrice compulsiva, fragile ma molto autodeterminata. Molte e molti di noi avrebbero pianto Leonardo, ovvero colui che voleva pubblicare cose strane, decadenti, manoscritti di persone rigorosamente senza agente, il talent scout delle poetesse escort, tutte amiche di Val, ovviamente.
I funerali e le commemorazioni funebri hanno qualcosa di tremendamente affascinante, atto antropologico da manuale, la circostanza per eccellenza in cui l’esibizionismo deve diventare elegante, perché impongono a chi vi partecipa uno dei più sofisticati esercizi di equilibrio tra la necessità morale di scomparire – siamo lì per il morto, l’unico che non può più guardarci – e il desiderio, difficilmente confessabile ma altrettanto difficile da reprimere, di essere invece osservati con particolare attenzione. Il lutto, lo dice il galateo, prescrive contegno, sobrietà, una temporanea sospensione dell’ego, e tuttavia sono poche le circostanze in cui diventiamo così consapevoli della nostra postura, delle persone che salutiamo, della posizione che occupiamo nella stanza e soprattutto di quella che abbiamo occupato nella vita del morto; la morte di qualcuno, oltre a produrre dolore, apre per qualche ora una specie di censimento sentimentale e sociale dei sopravvissuti, nel quale ciascuno è costretto a stabilire quanto gli fosse vicino e, segretamente, quanto desideri che gli altri lo sappiano. Può non succedere niente di tutto questo, oppure può capitare di finire di nuovo in bagno con il peggior essere che ti ha rovinato parecchi anni nel ricordo del degrado che riusciva a tirarti fuori anche solo sputandoti in bocca.
Dopo la commemorazione in Val scatta qualcosa, perché solo una sopravvissuta come lei può rendersi conto che le eredità hanno molte forme e trascendono i testamenti, e che ogni dipartita, oltre a chiudere una serie di possibilità, ne rende accidentalmente praticabili altre, tipo quella di una fondazione e di una villa in cui rifugiarsi, la residenza per scrittori e artisti che Leonardo aveva allestito. Anche per lei.
E mentre Val saluta il suo topo mistico e il romanzo finisce di scatto, io ho ripreso in mano il telefono, senza aprire Instagram, senza cadere nello scroll di cui sopra e ho passato in rassegna tutti i siti dei locali citati all’interno del romanzo.
Ognuno ha la propria guida del cuore in fondo.

Tea Hačić-Vlahović è una scrittrice croata-americana che vive a Milano. È l’autrice di L’anima della festa e Una sigaretta accesa al contrario, entrambi pubblicati da Fandango Libri. Precedentemente editorialista per Wired e Vice Italia e redattrice di Wonderland Magazine, è editorialista per Spike Art Magazine e collabora con Vogue Italia, Columbia Journal, Dazed, e altri. È la conduttrice del podcast Troie Radicali.
In copertina: La vie stigmatisé, by Jan Van Imschoot

